30 gennaio 2008

Il sogno: mai più trasfusioni (L'Unione Sarda, 30 gennaio 2008)

L’Unione Sarda. Cronaca Regionale Pagina 6 - Cure sostitutive grazie alla scoperta di un gene. Da ieri c’è una speranza in più per i malati di talassemia. I ricercatori cagliaritani del Cnr hanno scoperto un gene che potrebbe far archiviare in futuro il disagio delle trasfusioni.
di Andrea Mameli

unione 30 gennaio 2008
A dispetto del nome in codice, privo di qualsiasi potere evocativo, la scoperta è di quelle che suscitano emozioni.
Perché dietro la sigla BCL11A si nasconde un gene molto importante per le sue ripercussioni sulla salute. In particolare quella dei malati di talassemia. Tuttavia, va detto subito, non sarebbe corretto annunciare cure che ancora non esistono. Un giorno si giungerà alla cura sostitutiva della trasfusione, ma l’applicazione clinica non sarà immediata.
La scoperta, annunciata ieri nella sede dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia del Cnr di Cagliari, è frutto del lavoro dei ricercatori del progetto ProgeNIA, guidati da Manuela Uda: «L’approccio che abbiamo utilizzato - spiega la ricercatrice del Cnr - è lo stesso che ci ha permesso di conseguire gli altri importanti risultati in campo genetico. Abbiamo determinato i livelli di emoglobina fetale, o HbF, in tutti i 6.000 volontari partecipanti al Progetto ProgeNIA, che provengono da quattro paesi dell’Ogliastra: Lanusei, dove si svolge il progetto, Ilbono, Arzana ed Elini. Successivamente il DNA di queste persone è stato genotipizzato da un team di otto biologi. Lo studio di associazione gnomica, o Genome-wide association-GWA, che ha portato a questo risultato è stato realizzato grazie all’utilizzo di una nuova strategia fondata sulle conoscenze derivate dal sequenziamento dell’intero genoma e dall’identificazione sul genoma di circa dieci milioni di variazioni di un singolo nucleotide».
Cosa avete scoperto?«Una variante del gene BCL11A è risultata fortemente associata a livelli alti di emoglobina fetale nell’adulto L’associazione tra variazioni dei livelli di HbF e specifiche varianti geniche all’interno del gene BCL11A, indicano che questo gene è molto probabilmente responsabile di tali variazioni».
Chi ha lavorato a queste ricerche?«Questo studio nasce dalla collaborazione tra numerose figure professionali: medici, clinici, infermieri, biologi molecolari, informatici e statistici, appartenenti a gruppi di ricerca italiani e stranieri. Oltre al nostro gruppo del Cnr ci sono anche i colleghi americani del gruppo guidato da David Schlessinger dell’NIA-NIH di Baltimora, del Children’s Hospital e della Harvard University di Boston, e dell’Università del Michigan. Ma un ruolo determinante è stato svolto anche dall’Ospedale Microcitemico, Clinica Pediatrica e dall’Università di Cagliari.»
Cosa resta da scoprire?«Sono in corso ulteriori studi che ci permetteranno di chiarire il meccanismo di azione di questo gene. È da questi approfondimenti che potrà scaturire l’individuazione di molecole capaci di riattivare la produzione, oltre la vita fetale, di HbF e così di migliorare il quadro clinico di pazienti affetti da Talassemia Major e Anemia Falciforme».
Per la Talassemia, è bene ricordarlo, non esiste ancora una terapia completamente efficace. È indispensabile (tranne nei casi meno gravi, circa il 10% del totale) sottoporsi alla trasfusione periodica e che i depositi di ferro nel sangue siano ridotti al minimo. In Italia la malattia colpisce circa 5 mila persone, di cui un migliaio in Sardegna: si tratta della malattia monogenica più diffusa nell’isola. Per questa ragione le competenze su questa patologia, nota anche con il nome di Anemia Mediterranea (e questo nome tradisce anche la sua origine) in Sardegna sono tra le più elevate al mondo.
Renzo Galanello, direttore della Seconda Clinica Pediatrica, Ospedale Microcitemico, dal 2005 spiega: «Siamo ancora lontani ancora dalla soluzione del problema. Questa importantissima scoperta è solo un tassello del complesso puzzle che abbiamo di fronte. Dal punto di vista clinico: chi ha la variante di questo gene ha la forma lieve di talassemia, sono cioè quelle persone che non hanno bisogno di far trasfusioni. Ora è indispensabile stabilire come questo gene agisce e nessuno lo sa ancora. Serve il segreto del come fa aumentare il livello di emoglobina fetale. Stabilito questo, dovremo cercare qualche sistema per stimolarlo artificialmente anche in quei soggetti nei quali non funziona normalmente.»
La cura non è dietro l’angolo?
«Esatto. Il primo elemento di cautela è legato alla possibilità che ci siano altri geni che concorrono. Secondo: per l’applicazione pratica servirà del tempo. Ma ci sono due elementi che fanno aumentare la speranza. Innanzitutto, dato che questo stesso gene fa aumentare l’emoglobina fetale anche in chi è affetto da anemia falciforme, assisteremo a un moltiplicarsi degli studi perché interessa una parte della popolazione americana. Questo studio quindi non riguarda solo la Sardegna poiché abbiamo confermato che la correlazione tra i livelli di HbF e varianti di BCL11A è presente anche in pazienti americani affetti da Anemia Falciforme. Ciò significa che questo gene sarà molto studiato. Poi significa che forse non si tratta di un meccanismo di portata limitata ma di un meccanismo generale: quindi è possibile che sia meno complicato da decodificare. In Sardegna i pazienti affetti da Talassemia Major - sottolinea Galanello - sono per lo più omozigoti, hanno cioè entrambe le copie del gene portatrici di una mutazione specifica che abolisce completamente la produzione di HbA. Nonostante portatori della stessa mutazione, alcuni pazienti sviluppano una anemia incompatibile con la vita se non si procede ad un programma di trasfusioni regolare, altri invece manifestano una forma attenuata denominata Talassemia intermedia, in cui le trasfusioni non sono necessarie per la sopravvivenza».
In ogni caso si tratta di un successo della ricerca made in Sardinia.«Indubbiamente. Aggiungo che questo lavoro è prezioso anche perché è frutto della collaborazione tra ricerca di base, quella condotta dal Cnr, finanziata solo con fondi Usa, e la ricerca clinica svolta all’ospedale microcitemico, sostenuta in parte con fondi regionali.»

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