14 settembre 2016

La durata non è proporzionale alla forza: due capolavori di Eitan Pitigliani brevi ma intensi

Quella testa poggiata sul prato di Cinecittà mi ha svelato un segreto.

Venusia, la scultura che compare nella prima scena del Casanova di Federico Fellini, mi ha ricordato che all'inizio il cinema era un'arte della visione. E solo dopo è diventato arte dell'introspezione, come spiega molto bene Teresa Biondi nel suo libro del 2007 "La fabbrica delle immagini. Cultura e psicologia nell'arte filmica": «con l'evoluzione delle tecniche e delle forme del racconto è divenuto rappresentazione audiovisiva dell'uomo e del pensiero umano». Ecco, forse quello sguardo mi dice che sta tentando di entrare nella propria testa e non ci riesce perché non è in un film ma è sul prato di Cinecittà. E possiamo dire che con il cinema (prendendo ancora in prestito le parole di Teresa Biondi) «l’uomo si preserva dall’oblio, custodisce la cultura nell’atto del racconto; rivive e rinforza l’esperienza vissuta nell’atto del rappresentarsi, approfondendo e tramandando la conoscenza consapevole del Sé e dell’esistenza umana».

Ieri sera ho avuto il piacere di conoscere Eitan Pitigliani e di ammirare due suoi film. E nel corso dell'intervista condotta dal vivo da Raffaella Spizzichino (sul palco del Palazzo della Cultura, in occasione del Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica) sono emerse alcune parole (alle quali io sono molto sensibile): viaggio, ricerca, memoria, identità.


Avevo intuito che quelli che stavano per essere proiettati dovevano essere due film importanti. Ne ho avuto conferma vedendoli: a prescindere dalla durata, che non è indicativa della dignità dell'opera (quindi non li chiamerò corti ma film) li ho trovati di un'intensità notevole e di una bellezza senza fronzoli. Devo essere sincero: la domanda "e se avesse avuto a disposizione i canonici 100 minuti cosa avrebbe fatto?" me la sono posta. Ma mi sono anche risposto da solo: ora basta con i se.


Il primo ("Me reencontrarás") colpisce per la forza della storia, anche se il titolo non è di facile lettura. Anzi forse questa incertezza (figlia della bramosia di capire le cose già dalla confezione esterna) rafforza il contenuto della storia conferendo al finale la potenza della rivelazione. Questa storia che si sviluppa in 13 minuti è insieme molto semplice e tremendamente complessa perché racconta di un viaggio, quello di Pablo (interpretato dall'attore argentino Andrès Gil) dall'Argentina all'Italia alla ricerca di tracce di un precedente viaggio. Il nonno ha lasciato solo un quadro, che raffigura una trattoria romana, nella quale il nonno trascorreva le giornate insieme a un amico, Cosimo, e una poesia, che canta la nostalgia per il Mar de La Plata. Questo viaggio ci trasporta nei luoghi scelti dal regista: in particolare i vicoli di Trastevere e l’Isola Tiberina per poi culminare nel Tempio Maggiore, la Sinagoga di Roma, dove Pablo si rifugia non appena scopre la terribile verità della deportazione del nonno durante la seconda guerra mondiale.
Ho trovato molto interessante la serie di sottili giochi di messa a fuoco che il regista sceglie, a mio avviso, per accentuare l'incertezza che avvolge il protagonista, il quale a un tratto raggiunge il punto di fuoco della camera come se uscisse gradualmente dalla nebbia dell'oblio.
Il direttore della fotografia di Me reencontrarás è Timoty Aliprandi, la costumista è Nicoletta Ercole, la scenografa è Lisa Urbano, il montatore è Alessio Doglione e il musicista è il maestro Paolo Vivaldi. Il film ha avuto il patrocinio della Fondazione Museo della Shoah e della Comunità Ebraica di Roma e due sponsor: De Luca Visual Artist e Annamode Costumes (che ha fornito un cappotto indossato in scena da Vittorio Gassman). Il film ha vinto, tra gli altri, il premio Golden Spike Award al Giffoni Film Festival.


Al secondo film ("Like a Butterfly") bastano 27 minuti per raccontare la durezza dell'esistenza, con la lotta tra bene e il male: salute e malattia, voglia e rassegnazione, la bellezza della vita e la sua inutilità; c'è il giovane (Will Rothhaar) che cerca, c'è il vecchio (Ed Asner) saggio e irriverente che mostra la via, c'è l'amica (Cindy Pickett) che riporta alla concretezza delle cose, ingredienti che conferiscono a questo film una potenza inusuale. Non a caso ha già conquistato numerosi premi: tre al Social World Film Festival (Miglior cortometraggio, Miglior regia, Miglior attore: Ed Asner), sette al Videocorto Nettuno, e altri seguiranno.
Secondo Pitigliani l'idea di base nasce da una riflessione apparentemente semplice (maturata con lo sceneggiatore Alessandro Regaldo): l'importanza per i giovani di trovare un punto di riferimento in coloro che hanno già percorso il cammino della vita. Ma, come spesso accade, le cose apparentemente semplici non lo sono affatto. Questa è la base alla quale si ispirato il primo lungometraggio di Pitigliani, attualmente in fase di scrittura. Ovviamente non vedo l'ora di vederlo.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 14 Settembre 2016

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