22 marzo 2020

Cotture solari, Science Web Festival, 23 Marzo 2020

Alessio Perniola ha avuto l'idea giusta al momento giusto con questo festival della scienza completamente online. Sono grato a lui e agli amici di Multiversi per avermi coinvolto!

Il mio intervento riguarda le cotture solari, una delle mie passioni da quasi un decennio.


Ricordo perfettamente il Picnic Cagliaritano con forni solari, organizzato da Alexander Scano e Andrea Spurio nel 2012 e la gara di forni solari, sempre a Cagliari, nel 2013.

E pensare che la concentrazione solare, sulla quale si basano i forni, fornelli e i barbecue solari, era già nota agli Inca, i quali la usavano nella danza del Sole (Inti Raymi) del 21 giugno, e ai Greci, che la utilizzavano per l'accensione del fuoco sacro dei giochi di Olimpia.

Il mio intervento, della durata di 20 minuti, sarà trasmesso domani, 23 Marzo, alle 10:30 nei canali del festival:
#ladivulgazionenonsiferma #sciencewebfestival #cotturesolari #solarcooking #iodivulgodacasa







P.S. Ringrazio Raffaelangela per le riprese



Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 22 Marzo 2020

18 marzo 2020

Close Up Art: LarteNonSiFerma, per essere vicini, con l'arte




Un contest per essere vicini con l'arte, è l'idea promossa alla rivista online Close-up Art.



Arte come terapia.

Arte come incontro.

Arte come riscoperta.

Arte come condivisione.

Arte come forma di socialità.

Arte come strumento per stare bene, con noi stessi.



Regolamento:

1) Scatta una fotografia individuale o collettiva e metti in mostra un foglio con la scritta leggibile:
#LarteNonSiFerma e/o #CloseUpArteNonSiFerma

2) Metti in atto la creatività e mostraci un oggetto che per te rappresenti l'arte (pennello, libro, scultura, tavolozza, quadro, macchina fotografica, ...)

3) Taggaci nei tuoi post e nelle tue storie

4) Ricondivideremo le vostre foto più significative sulle nostre pagine social



Il tutto da seguire attentamente su Instagram: close_upart


13 marzo 2020

La Dinamo di Pacinotti e la #NotteBiancaTW + #iorestoacasa

In occasione della #NotteBiancaTW 2020 - complice #iorestoacasa - rispolvero una foto che scattai nel 2013 nel Museo di Fisica di Sardegna dell'Università di Cagliari:
 
è la copia perfettamente funzionante della Dinamo di Pacinotti, costruita da Carlo De Rubeis con la consulenza di Guido Pegna e Franco Erdas.

Antonino Pacinotti (dal 1873 al 1881 professore di Fisica sperimentale all'Università di Cagliari) costruì la prima dinamo nel 1860. Questa invenzione ha cambiato la storia dell'umanità avendo consentito per la prima volta di ricavare energia elettrica dal movimento. Si tratta di un cambiamento culturale epocale, di cui tendiamo a sottovalutare la portata.

Il mio post del 14 Febbraio 2013: La Dinamo di Pacinotti al Museo di Fisica di Sardegna [foto e video]

10 marzo 2020

COVID-19: come proteggersi con comportamenti adeguati, pensieri corretti, emozioni fondate

«Riduci la sovraesposizione alle informazioni dei media e dei social. Una volta acquisite le informazioni di base è sufficiente verificare gli aggiornamenti sulle fonti affidabili. Si hanno così tutte le informazioni necessarie per proteggersi, senza farsi sommergere da un flusso ininterrotto di "allarmi ansiogeni"»

Vademecum Coronavirus [PDF] (Ordine degli psicologi, Consiglio del Friuli Venezia Giulia)


09 marzo 2020

Foldit, il videogame che aiuta la ricerca (anche quella sul covid-19)

Quando i ricercatori dell'Università di Washington lo hanno rilasciato, nel 2008, pensavano che il videogame Foldit avrebbe aiutato a scoprire una cura per l'HIV o l'Alzheimer.
Ma qualche giorno fa hanno aggiunto un nuovo puzzle basato sulla struttura cellulare del coronavirus nella speranza che i giocatori possano contribuire a sviluppare una cura o un vaccino.
Foldit richiede ai giocatori di risolvere puzzle complicati piegando le catene proteiche per creare nuove strutture che hanno funzioni diverse

05 marzo 2020

Una Sardegna che non ti aspetti, tra archetipi e filo spinato, nel film di Mario Piredda L'Agnello

Una Sardegna che non ti aspetti, quella che Mario Piredda riesce a mostrare con L'Agnello. Una regia che punta agli archetipi (la malattia, i legami familiari, la ricerca della felicità nonostante tutto, per dirne solo tre) e lascia perdere gli stereotipi (il mare e le pecore ci sono, ma solo di sfondo). Un film duro, ma mai spigoloso, nel quale la voglia di vivere è in continua competizione con le difficoltà che si incontrano nella vita: le malattie e il filo spinato (e relative connessioni) rappresentano la parte negativa.

Un lavoro difficile che secondo me è riuscito bene. Anche grazie alle capacità degli attori (e qui c'è anche la bravura della responsabile del casting, Stella La Boccetta, perché non bisogna mai dimenticare che la selezione del cast è fondamentale) si misurano proprio nel tenersi fuori dalla Sardegna stereotipata. E nel rendere centrali le relazioni tra le persone. In questo le prestazioni di Nora Stassi, di Luciano Curreli e di Michele Atzori sono davvero notevoli.

L'agnello c'è (e a tratti sembra in qualche modo consapevole di dover interpretare una parte!) ma non gli viene conferito un particolare potere, se non, con la sua mansuetudine, quello di calmare le persone. Gli spettatori e le spettatrici sapranno conferirgli l'importanza e il ruolo che merita.

Ma c'è anche altro. C'è la musica, come appiglio a una vita da vivere felicemente (con la batteria suonata da padre e figlia) e la musica assordante della discoteca, come momento di evasione dalla durezza della quotidianità. E c'è soprattutto l'ambiente, bello, ma avvelenato, ci sono uniformi e c'è il rombo di aerei da guerra, c'è il filo spinato (molto) e le distese di macchia mediterranea graffiate dai cingoli (non dei trattori ma dei carri armati). Ci sono le regole da seguire e salute che se ne va via, da inseguire.

Infine, una nota di ulteriore merito per regista e attori: il film in alcuni punti riesce anche a fare ridere, di gusto e senza sbavature. E anche questo, secondo me, è un merito non banale.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 5 Marzo 2020

P. S. Ripensando al ruolo dell'agnello lo vedo come un avvertimento. E la chiave è fragilità. Il nostro agnello protagonista è fragile rispetto alla vita. La vita è fragile rispetto alle malattie. Le relazioni sono fragili rispetto ai comportamenti umani. L'ambiente è fragile rispetto alle azioni umane. Nel film sono le azioni umane (quelle che io ho racchiuso nella metafora del filo spinato per il chiaro riferimento alle esercitazioni militari) a causare le malattie. E nel cercare un rimedio alle malattie alcune relazioni (familiari) entrano in crisi, mentre altre relazioni nascono (tra sconosciuti).


Interpreti:
Nora Stassi (Anita)
Luciano Curreli (Jacopo)
Piero Marcialis (Tonino)
Michele “Dr. Drer” Atzori (Gaetano)

Produzione: ARTICOLTURE, MAT PRODUCTIONS e RAI CINEMA. Con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna. Con il supporto della Fondazione Sardegna Film Commission (fondo Ospitalità e fondo Filming Cagliari), del Comune di Cagliari, della Società Umanitaria - Cineteca Sarda.



24 febbraio 2020

Kubrick? Un regista kantiano: mia intervista a Giangiuseppe Pili (L'Unione Sarda, 24 Febbraio 2020)

Un’incursione tra alcune delle scene più importanti della storia del cinema con un preciso obiettivo: scoprire cosa si muove nella mente del regista. È il viaggio dentro la filosofia di Stanley Kubrick proposto da Giangiuseppe Pili con “Anche Kant amava Arancia meccanica” (Ed. Petite Plaisance 2019).
Pili è dottore di ricerca in filosofia e scienze della mente e ha insegnato “Intelligence Analysis” alla Dublin City University, è autore di pubblicazioni in importanti riviste internazionali e ha scritto numerosi saggi, tra cui “L’eterna battaglia della mente - Scacchi e Filosofia della guerra” (Le Due Torri, 2014).
Pili, com’è nata l’idea di scrivere un libro sulla filosofia di Kubrick, un regista, come scrive Silvano Tagliagambe nella prefazione, che rappresenta con ferocia e denuncia senza sconti le debolezze umane? «La rivendicazione della necessità di vivere nella storia, pur con tutti i suoi limiti e intrinseci drammi, è stato il motivo recondito, che mi ha condotto a riflettere sul cinema di Kubrick. Ora come allora il peso della vita è sempre lo stesso. Il secondo motivo è legato all’idea che la filosofia non sia relegata alla parola di un archivio burocratico. Non c’è nulla di strano nel rivendicare l’idea che la filosofia vive anche al di fuori di chi la fa per professione. Quindi Stanley Kubrick può e deve essere considerato seriamente filosofo. La sfida è dimostrarlo. Spero che i lettori cercheranno di scoprirlo e di farsi un’opinione perché un libro che non si traduca in vita attiva nella mente dei lettori non serve a niente».
In che modo la filosofia può studiare Kubrick?
«Questa è una domanda cruciale alla quale ho cercato di dare una risposta all’Accademia d’Arte di Cagliari questo gennaio e ringrazio Giorgio Binnella e Giacomo Carrus per l’organizzazione. Il punto è nodale: come tradurre il cinema nel linguaggio della filosofia. La mia soluzione parte da una domanda: quali sono le premesse per capire il cinema di Kubrick? Un esempio. In 2001 ad un certo punto una scimmia brandisce un osso che viene scagliato verso il cielo e il montaggio lo trasforma in un’astronave. Cosa significa? Tra il passato e il futuro c’è una linea di continuità basata sull’unione dell’immagine dell’osso con quella dell’astronave. L’osso-arma è uno strumento come l’astronave. La mia idea era quella di portare alla luce il sommerso, il pensiero necessario per elaborare quelle precise immagini e il loro senso».
Kubrick è un kantiano cinematografico?
«Per tipologia e statura Kubrick è paragonabile solo a Kant. Kubrick ha trattato temi diversissimi durante tutta la sua produzione, da drammi familiari alla fantascienza visionaria. Si può dire che Kubrick sia stato un “cineasta-filosofo della totalità” perché il suo cinema non lascia fuori niente e, quindi, risulta così totale, così ambivalente, aperto ma anche assoluto eppure così tremendamente concreto. Kubrick e Kant sono implacabili e impietosi rispetto alla dimensione delle inevitabili imperfezioni umane perché partono da aspettative altissime!»

L'Unione Sarda, 24 Febbraio 2020

10 febbraio 2020

A new Showreel


New entry: Nieuwe buren, a tv series by Millstreet Films B.V. (Nederland), season 4, episode 8, director: Mark de Cloe.
Location: Castelsardo (Sardinia).


14 gennaio 2020

I figli dei record. Il film di Matteo Car dedicato alla straordinaria storia della famiglia Melis di Perdasdefogu


I figli dei record, opera prima di Matteo Car, cagliaritano, 28 anni, ACT campus (Accademia del Cinema e della Televisione) di Roma, è un documentario che indaga sulla vita dei fratelli e delle sorelle Melis di Perdasdefogu, nel Guinnes come “famiglia più longeva del pianeta” per più anni. Il racconto in presa diretta dei protagonisti permette di ricostruire il percorso della famiglia su diversi piani: storico, economico, sociale.
Matteo come è nata l'idea di girare "I figli dei record"?
Quando da bambino abitavo in Germania e tornavamo in Sardegna per le vacanze, facevamo sempre un salto a Perdasdefogu e per me era come entrare in una fiaba, vivevo una quotidianità cosi diversa dalla mia, come ad esempio il poter vedere con i miei occhi da bambino Zia Claudia raccogliere le uova nel pollaio la mattina presto e poi assistere al rito della preparazione della colazione con cibi genuini; stare a contatto con queste persone che parlavano il sardo, per me una lingua sconosciuta, era come immergermi in una pura magia. Ho sempre pensato che questa magia dovesse assolutamente essere raccontata.
Cosa è diventato questo film, rispetto alle aspettative iniziali?
Il mio obiettivo sin dall'inizio è stato quello di regalare alla famiglia Melis e al paese di Perdasdefogu un documento che aiutasse a conservare memoria di questa straordinaria esperienza umana, affinché in futuro non venissero smarrite le proprie radici. Penso di avere bene assolto questo compito. Poi certamente strada strada facendo il lavoro si è intrecciato e arricchito di tutti quei contenuti - in termini di struttura narrativa dell'opera e di tecniche e stili di ripresa - che fanno parte del lavoro di un regista: in questo senso ho privilegiato il massimo della semplicità per agevolare un tipo di comunicazione il più diretto possibile.
Ti sei ispirato a qualcosa di simile?
No, non c'è nessun lavoro a cui mi sono ispirato; certo ho molto approfondito la conoscenza dei docufilm di carattere storico e antropologico, ma poi ho seguito una mia strada, cercando di portare in luce, insieme ai ricordi e alle parole dei protagonisti, l'anima stessa di un vivere comunitario di cui forse oggi si sono smarrite le ragioni.
Che reazioni stai raccogliendo?
L'accoglienza che sta avendo per ora sui mezzi di comunicazione e sui social è buona, ma per me l'accoglienza reale, quella che vivrò più intimamente, sarà solo quella del giorno della prima a Perdasdefogu, il 18 Gennaio alle 17:30 nella sala della Biblioteca comunale.

Matteo Car su Facebook

Matteo Car su Instagram


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 14 Gennaio 2020


I miei ricordi di Zia Consola Melis: