19 gennaio 2021

Un viaggio verso l'ignoto e la scoperta del proprio ruolo nel mondo nel romanzo di Giacomo Mameli Hotel Nord America

Mesi fa ho letto avidamente due libri: "La ghianda e una ciliegia" (CUEC, 2005) e "La chiave dello zucchero" (Il Maestrale, 2019). Ci ho trovato le storie di chi è sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, raccontate da Giacomo Mameli. Storie incredibili, ma vere, che mostrano l'orrore della guerra e insieme la capacità delle persone di sapersi districare in mezzo anche al più immane disastro.

Giorni fa ho divorato "Hotel Nord America" (Il Maestrale, 2020). Qui la storia è raccontata in prima persona da una sola persona. Ma il risultato non è meno intenso degli altri due volumi. Anzi, questa storia di una levatrice "spedita in Sardegna", ha qualcosa di molto significativo. In un tempo e in luoghi in cui la mortalità infantile era molto elevata, l'arrivo di Ida Naldini ha qualcosa di salvifico. Ma questo viaggio verso l'ignoto e la scoperta di un proprio ruolo nel mondo (non a caso nel delicato compito di aiutare le nascite) sono caratteri di grande potenza, quasi senza luogo e senza tempo. Non è (solo) una storia della Sardegna e dell'Italia di quel tempo: è una storia universale.

Ovviamente c'è tutta la bravura di Giacomo Mameli nel fare in modo che la storia possa girare bene: c'è una storia forte, ma senza una magistrale narrazione a sostenerla non si reggerebbe. Ma c'è anche il fatto (che esce dal romanzo per farsi vero) che la storia di questa coraggiosa ostetrica toscano-campana è autentica. Certo, Hotel Nord America è un romanzo, ma a volte il vero può sembrare più romanzato del vero. Come la storia dell'albergo, che ha originato il titolo del libro, in cui le ospiti arrivate dal Continente ignoravano che normalmente vi si svolgessero le attività tipiche del bordello (e invece gli uomini, tenuti a bada dai Carabinieri, lo sapevano bene). O l'episodio del parto della moglie del pastore (analfabeta ma con i figli che si chiamavano Enea, Grazia, Omero, Virgilio) raggiunta con elicottero e campagnola può sembrare assurda e invece si basa su un fatto vero. 

Questo lavoro di Giacomo Mameli è stato premiato come Libro del giorno di Fahrenheit il 30 luglio 2020 e il mese scorso ha vinto il Premio FiuggiStoria XI edizione (sezione Diari, Epistolari & Memorie) a cura della Fondazione Levi Pelloni. A questo punto immagino una bella sceneggiatura e un film. Sarebbe una grande sfida.

Andrea Mameli, Linguaggio Macchina, 19 Gennaio 2021

09 gennaio 2021

Senza il mio nome, romanzo di formazione di Gianfranco Onatzirò Obinu, una storia da liberare

“Le piccole onde che increspavano la superficie della sua coscienza si sarebbero propagate nel tempo e, da leggere vibrazioni, si sarebbero tramutate in un devastante tsunami, che avrebbe lasciato solo macerie delle sue attuali credenze” è un passaggio del libro che ho appena finito di leggere: Senza il mio nome, di Gianfranco Onatzirò Obinu (Porto Seguro editore, 2020). 
In questo romanzo di formazione il protagonista vive, nell'arco di alcuni decenni, una crescente inquietudine. 
Ma non è la vita insofferente descritta Zygmunt Bauman nel celebre saggio “Vita Liquida” (2005) nel quale “La società dei consumi riesce a rendere permanente la non-soddisfazione”. 
L’insoddisfazione del libro di Gianfranco non è quella di chi consuma, ma di chi cerca sé stesso. 
Ovviamente non sveliamo, per rispetto dei lettori e delle lettrici, l’esito del lungo inseguimento. 
Ci limitiamo a tracciare i punti fermi, le coordinate che conferiscono solidità e valore a Senza il mio nome.

C’è il forte richiamo alla Sardegna: “siamo figli del mare. E figli del vento. Insoddisfatti in modo perenne, per l’eternità, alla ricerca di una forma che dia un senso al nostro continuo vagare”.

Ci sono le solide influenze esercitate dalla lunga esperienza nel teatro: “Vivere cento vite e sentirle tutte scorrere nel sangue come un flusso ininterrotto di emozioni violentissime”. 

C’è la indelebile impronta del volontariato educativo nella formazione della sua persona, vissuta nel lungo percorso dell’esperienza scout: "Lui ci credeva veramente. Allora come adesso dava alla dignità di ogni singolo individuo un valore così grande che gli era impossibile pensare a programmi educativi tirati via, prefabbricati, standardizzati"-

Ma c’è soprattutto la relazione con il padre. Una relazione ricca di rimorsi: “Babbo, parlami ancora. Raccontami di noi. Io non ho memoria del passato. E ho paura del silenzio che mi sento crescere dentro”. Una relazione autentica, spigolosa, irrequieta. Una relazione raccontata senza fronzoli, a volte nitida, altre volte annebbiata dal sogno, proprio come le memorie che conserviamo o che alteriamo nei cassetti della nostra mente. 

I caratteri per liberare questa storia sul palcoscenico di un teatro o dentro una pellicola ci sono tutti. E allora, se un giorno, da Senza il mio nome nascerà una sceneggiatura, non ditemi che non vi avevo avvertiti.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 9 Gennaio 2021