13 ottobre 2018

Il web italiano è nato in Sardegna. Macomer, 27 Ottobre 2018. Linux Day

Il 27 Ottobre in occasione del Linux Day 2018 sarò ospite del Gruppo Utenti Linux MargHine a Macomer per raccontare la nascita del web italiano in Sardegna...


06 ottobre 2018

Désert, un teatro di relazioni, che emozionano e spiazzano

Il teatro è una zattera di senso in mezzo alla tempesta del non senso
(Monica Morini)
Credits: Studio Azzurro, 2018
Se il teatro è l'arte delle relazioni, fra il pubblico, gli attori e la storia, allora il luogo della rappresentazione non è solo un dettaglio. Una dimostrazione, in questo senso, l'ha fornita Désert, regia di Leonardo Delogu, una performance iniziata nello spazio teatrale (il Teatro Massimo di Cagliari), proseguita a bordo degli autobus che hanno condotto il pubblico e gli attori fino alla zona industriale di Sarroch e si è conclusa, in serata, in una cava di ghiaia e sabbia.
«Désert - scrive la curatrice Maria Paola Zedda - senza rappresentare, abita il presente. Senza enunciare, evoca le coordinate storiche geografiche e culturali in cui agisce e si consuma il nomadico. Abita un tempo arcaico e insieme attuale come svelano i paesaggi che circondano lo spazio della performance: i luoghi del lavoro, le cattedrali industriali, coesistono con la solitudine dell'antico che si erge come monumento e monito alla domanda 'chi siamo?', lasciando apparire la visione sfocata di un'origine che cerchiamo ma non riusciamo a trattenere.»
La vastità dello spazio della rappresentazione ha consentito di allargare lo sguardo. Ma non è solo la grandezza del non palcoscenico a offrire abbondanti riflessioni. Anche il vento, vero, coinvolge tutti, come l'odore del fuoco, che raggiunge il pubblico senza finzioni. E poi quell'ingresso in scena di un gregge di pecore bianche e nere, condotte magistralmente dai pastori a compiere un carosello di fronte al pubblico, che emoziona e spiazza. Questa sensazione di disorientamento è forse la misura della nostra dipendenza dagli schemi a cui siamo abituati; una discrepanza cognitiva cheesprime, me ne sto convincendo ora, a distanza di tre settimane dall'evento, il nostro tasso di condizionamento in relazione ai temi affrontati da questa performance. Ma la chiave di lettura di tutta l'azione la troviamo in un'azione semplice e insieme estremamente complessa: l'atto del camminare. Un movimento reale, come quello compiuto dagli spettatori per raggiungere lo spazio della rappresentazione. E a un tempo movimento simbolico, quasi a rappresentare la ricerca di sé compiuta da ognuno di noi. Ma soprattutto quella che è l'essenza stessa di questa rappresentazione: le migrazioni e la loro naturalezza. Come è naturale camminare così dovrebbe esserlo spostarsi attraverso le vie del nostro pianeta. E qui la drammaticità dei movimenti messi in scena dai 6 attori (estremamente efficaci dalla prima all'ulima scena) e dai 34 figuranti (fondamentali per la costruzione dell'insieme) esprime tutta la complessità e la durezza che gli spostamenti planetari assumono oggi.

Credits: Studio Azzurro, 2018
Désert è una produzione della Fondazione di Sardegna, realizzata insieme a Fondazione Sardegna Film Commission e Sardegna Teatro e in collaborazione con Carovana Smi e Spaziodanza. Tra i mesi di aprile e agosto Sara Azzu, Donatella Cabras, Franco Casu, Rossana Luisetti, Francesca Massa e Johnny R. e del musicista Alessandro Olla per la composizione ed esecuzione live delle musiche.
Grazie al contributo di Fondazione Sardegna Film Commission, lo spettacolo è stato ripreso dal collettivo artistico milanese Studio Azzurro, coinvolto nell’intento di tradurre l’esperienza performativa in un elaborato video: un’opera nell’opera.

Credits: Studio Azzurro, 2018

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 6 Ottobre 2018


22 settembre 2018

Cose viste a Londra (4): il Crossrail Place Roof Garden e Maria Grazia Zedda (Equality Diversity and Inclusion Workforce Manager per High Speed Two

Ho avuto la fortuna di conoscere Maria Grazia Zedda alcuni anni fa e il piacere di intervistarla più volte (per L'Unione Sarda nel 2013, per Radio X con Andrea Ferrero nel 2016).
Ho così imparato a scoprire la competenza di Maria Grazia in un ambito importante ma spesso sottovalutato: il contrasto alle discriminazioni nel lavoro (e nel percorso per trovare lavoro). 
E ho apprezzato molto la sua tenacia e caparbietà, tutta sarda.
L'ho ritrovata a Londra poche settimane fa: questa è l'intervista che mi ha concesso all'ombra del Crossrail Place Roof Garden, un maestoso giardino sospeso nel cuore della "city".
Devo ringraziare Maria Grazia per avermi fatto scoprore questa zona di Londra di cui avevo a mala pena sentito parlare. Grattacieli accanto agli antichi ormeggi. Mezzi pubblici più che efficienti. Marciapiedi puliti e vetrine luccicanti. Un giardino pensile che non ti aspetti (il Crossrail Place Roof Garden appunto) e poi questo bar - ristorante - Giant Robot, affacciato sul Tamigi, in cui è stata scattata questa foto.
Da destra verso sinistra: Maria Grazia Zedda, Andrea Mameli, Raffaelangela Pani (Londra, Crossrail Place Roof Garden, Giant Robot, agosto 2018) [Foto: Luca Mameli]

Maria Grazia, tu lavori da queste parti: come ti trovi? 
«Mi trovo benissimo: la zona di Canary Wharf è poco conosciuta ma ha una ricca storia basata sul passato coloniale del Regno Unito. Mi piace stare in questo quartiere modernissimo costruito su isolette e canali sul Tamigi, ci sono negozi interessanti, street food e quindi che volere di più?»

Di che cosa ti sei occupata negli ultimi anni?
«Negli ultime tre anni io e la mia famiglia siamo tornati dalla Scozia dove abbiamo vissuto per 5 anni e ho lavorato come EDI (Equality Diversity and Inclusion) Manager per la LTA (Lawn Tennis Association). Adesso ho il grande privilegio di lavorare come EDI Workforce Manager per High Speed Two (HS2) la nuova ferrovia nascente che sarà operativa tra 15 anni e che catalizzerà una nuova economia del Regno Unito. È un grande onore per me essere parte di questo progetto e spero di continuare a esserlo in futuro. Lavoro in un team che spianerà la strada per il resto del mondo ferroviario in materia di inclusione degli impiegati, del design delle stazioni e dei treni stessi, dell'accessibilità e del coinvolgimento con le comunità locali.»

Il Regno Unito mi sembra sempre molto avanti per l'integrazione e contro le discriminazioni, ma a tuo modo di vedere cosa manca ancora?
«Nel Regno Unito abbiamo una buona legislazione ma esiste al momento una crisi esistenziale che secondo me ha dato origine al Brexit, come in tante nazioni del mondo dove movimenti protezionisti e conservatori stanno avanzando, in quanto la globalizzazione è arrivata molto in fretta e i leader politici non hanno investito in una strategia di educazione e di economia locale. Hanno permesso che la legge del profitto per pochi regnasse incontrastata, a tutti costi. Queste liberal economies hanno permesso al grande business di aprire fabbriche e produzione dove la manodopera costa meno e in quattro e quattr'otto lasciare comunità intere nel lastrico. Questo è stato usato da movimenti politici ultra-conservatori che capitalizzano sulla paura e l'ignoranza verso chi è diverso e chi è "straniero" per dare l'impressione che l'immigrato "porta via il lavoro", allo scopo di nascondere la mancanza di investimento sociale, educativo ed economico, sopratutto al di fuori di Londra. Chi ha vedute più moderne ha dato per scontato che questo tipo di discriminazione fosse ovviamente sbagliata e anziché spiegare il perché fosse importante creare un'economia per tutti, ha solo rimproverato di "razzismo" chi ha perso il lavoro e accusa gli immigranti, senza riconoscere però un legittimo bisogno di lavorare di queste persone. Purtroppo anche nel mondo delle pari opportunità l'approccio per troppo tempo è stato quello di rimproverare chi ha difficoltà ad applicare la legge (Equality Act 2010) al punto che è scattato quasi un rifiuto verso i principi dell'inclusione. Ma l'inclusione non è un punto di arrivo finale ma è un punto di partenza che si rinnova continuamente: è un viaggio, non una destinazione. Quello che manca adesso nel Regno Unito nel campo delle pari opportunità sono leaders che incoraggiano i datori di lavoro a essere inclusivi e a capire non solo la legge ma il vantaggio economico di assumere impiegati sotto le categorie protette. Ci vogliono pù leaders capaci di insegnare che l'inclusione in maniera compassionevole senza "svergognare" chi prova a fare la differenza e a volte sbaglia. Chi lavora nel campo delle pari opportunità deve abbandonare atteggiamento da "controllore" e invece rafforzare il cambiamento parlando positivamente dei piccoli passi nell'inclusione, anche se imperfetti. In un mondo di social media dove tutti sono pronti a giudicarti immediatamente e ferocemente, i datori di lavoro pensano solo a non perdere la faccia, non a capire davvero perché l'inclusione è importante. Quindi io proporrei a chi lavora nelle pari opportunità: anziché aspettare alla meta con il cronometro in mano, puntando il dito a chi non arriva in fretta, perché invece non tendere la mano e dire "ti accompagno nel tuo viaggio verso l'inclusione?"»

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 22 Settembre 2018

01 settembre 2018

Cose viste a Londra (3): l'Ape Piaggio sotto il palazzo di J.P. Morgan (per "Change Please")

Londra, Canary Wharf, proprio davanti al palazzo di J.P. Morgan, a pochi passi dal centro commerciale di Canada Square (in cui ho visto la differenziata per le tazze da caffé), ecco l'Ape Piaggio.
Ape sotto J.P. Morgan. Londra, agosto 2018 (foto: Andrea Mameli)

Da un lato l'enorme edificio, simbolo della ricchezza e di un potere economico planetario, dall'altro il piccolo veicolo, simbolo del trasporto in economia (e della ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, essendo nato nel 1948, grazie all'ingegno di Corradino D'Ascanio).

Molto più pragmaticamente l'Ape appartiene all'impresa sociale (e alla campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi) Change Please.

Ecco come ne parla "Shaker - Pensieri senza dimora", giornale di strada di Roma (Change Please, quando gli homeless diventano baristi):

«Change Please è un’impresa sociale che aiuta gli homeless formandoli come baristi: i senza tetto vendono caffè biologico in furgoncini situati in location strategiche nel centro di Londra, come Covent Garden e Waterloo.
Il progetto si è diffuso in altre città dello UK, come Bristol. Manchester, Nottingham, Glasgow ed Edinburgo.
È un progetto dell’imprenditore Cemal Ezel, a cui si è unito il giornale di strada con la più grande diffusione al mondo venduto dagli homeless, The Big Issue.
Change Please è un’impresa sociale, fondata nel 2015, in cui ogni profitto viene reinvestito nel programma per formare altri baristi.
Più caffè viene venduto, più furgoncini vengono comprati e così aumenta il numero di homeless che l’impresa sociale aiuta.
L’impresa sociale fornisce un lavoro stabile agli homeless, e un salario che equivale al reddito minimo di Londra di 9,15 sterline all’ora.
Nelle altre città dello UK gli homeless sono pagati il reddito minimo all’ora di 8.25 sterline all’ora. Viene dato loro anche un alloggio.»



Andrea Mameli
blog Linguaggio Macchina
1 settembre 2018

31 agosto 2018

Cose viste a Londra (2): Imperial War Museum, per imparare a odiare la guerra

L'ingresso princioale del War Museum (Foto: Andrea Mameli)
Se da un viaggio a Londra vuoi portar via un ricordo importante allora The Imperial War Museum è un obiettivo da non mancare. Io ho visitato la sede di Lambeth Road (dove sorgeva il tristemente famoso Bethlem Royal Hospital, noto con il nomignolo di bedlam), ma ne esistono altre tre.
Il museo della guerra ti accoglie con una coppia di enormi cannoni. Da lontano il loro scopo potrebbe sembrare celebrativo. Ma quando ti avvicini e noti le reali dimensioni della micidiale arma, lo spessore del metallo, la cura con cui fu costruita, ti fermi a pensare a quali effetti avrà avuto e a quante risorse sono servite per costruirla, per caricarla e per mantenerla efficiente.
Poi entri e capisci meglio. Leggi il primo invito: guarda la guerra attraverso gli occhi delle persone che l'hanno vissuta, ma non restare fermo a contemplare i reperti, in modo da ricavare ispirazione e uscire dal museo realmente trasformato. Non è solo la conservazione della memoria lo scopo del museo, quanto generare cambiamenti nel modo di pensare la guerra. Non più una serie di date, numeri e nomi di località da ricordare in maniera acritica, ma eventi da considerare mostruosi errori da non commettere.
Lo spiega molto bene Federica Pezzoli (Prima Guerra Mondiale, le ragioni per ricordare): «i musei, in ragione della loro funzione pedagogica, richiedono una riflessione attenta ai contenuti: gli oggetti che raccolgono ed espongono sono sì dei segni, ma anche entità concrete con una propria storia e una propria capacità di comunicare significati. Intrecciando diverse forme di apprendimento, i musei devono quindi assolvere al compito di costruire la solida intelaiatura di un racconto storico il più completo possibile, affiancando la scuola, perché se è vero che i ragazzi sono i destinatari principali dell’appello a ricordare, è alle loro coscienze critiche che bisogna fare appello, non solo alle loro emozioni.»
La V2 esposta al IWM di Londra (Foto: Andrea Mameli)
Se lo scopo della visita è trasformare e non solo (o forse grazie a) emozionare, allora questo percorso vale due ore o l'eventuale offerta (perché l'ingresso è gratuito ma si può donare un contributo). D'altronde, come scrive Luca Basso Peressut (Rappresentare le guerre al museo), raccontare le due guerre mondiali assume significati nuovi rispetto alla narrazione dei conflitti armati dei secoli precedenti: «Mentre l’onore, la gloria, il patriottismo, l’eroismo erano alla base delle narrazioni dei musei degli eserciti e della storia militare, la rappresentazione nei musei dedicati alle guerre del ventesimo secolo si è inevitabilmente intrisa di una terminologia molto diversa. Crudeltà, orrore, genocidio, atrocità, degrado, umiliazione, dolore, angoscia, rabbia, sono diventate parole ricorrenti nel resoconto degli eventi bellici e dei loro effetti sulle popolazioni e sulle persone, siano esse state soldati combattenti o civili inermi.»
Gli effetti sui civili sono resi espliciti dagli oggetti esposti (il missile V2 (Vergeltungs-Waffe 2) incute ancora un certo effetto), dai numeri (60 mila morti nella sola Londra a causa delle bombe naziste) e da un percorso attraverso la vita di una famiglia inglese.
Sempre Luca Basso Peressut: «Nelle società contemporanee i processi di selezione e riorganizzazione dei dati storici sono la posta in gioco tra le esigenze spesso contrastanti dei diversi gruppi che le compongono. La rappresentazione museale di temi sensibili, quali sono quelli legati alle guerre, deve rispondere a questa esigenza di rispetto delle diverse posizioni con spirito critico e interrogativo, mirato a scopi che altro non siano che la ricerca del dialogo o del confronto.»
Un altro pezzo importante del museo è il caccia Supermarine Spitfire. Soprattutto se pensi che proprio questo piccolo aereo ha contribuito in maniera determinante a salvare l'isola britannica dall'invasione. Inizialmente la Luftwaffe riusciva a colpire quasi indisturbata su tutta l’Inghilterra meridionale, dato che il pur imponente sistema di difesa antiaerea abbatteva al massimo il 10% degli aerei tedeschi. Ma dopo l'ingresso dello Spitfire la situazione fu presto ribaldata. Scrive Vito Francesco Polcaro (La Battaglia d’Inghilterra e il fattore R): «Dopo mesi di scontri aerei, la Luftwaffe cominciò a subire perdite intollerabili sia di mezzi sia, soprattutto, di piloti esperti e difficilmente sostituibili. La campagna aerea contro l’Inghilterra fu quindi sospesa, anche perché Hitler decise di rimandare l’invasione dell’Inghilterra per cominciare invece quella della Russia. Tuttavia, l’elemento fondamentale che assicurò la vittoria inglese fu la reazione della popolazione nel suo complesso: a dispetto dei continui bombardamenti, il desiderio di non sottomettersi alla dittatura nazista si rafforzò, moltissimi volontari e volontarie si arruolarono nella difesa civile contribuendo a organizzare il riparo della popolazione nei rifugi, ad aiutare il personale medico nel soccorso ai feriti ed i pompieri nello spegnere gli incendi. Le fabbriche e gli uffici continuarono a funzionare. L’obiettivo di “abbattere” il morale della popolazione era quindi miseramente fallito.»
 

Un intero piano è dedicato alla ShoahThe Holocaust exhibition raccoglie un notevole insieme di storie personali e collettive con immagini dei campi di concentramento, documenti, oggetti e ricostruzioni in scala. La visita è ricca e consente di seguire un filo logico e cronologico molto efficate. «Il pregio del percorso - scrive Annalisa La Porta (Dalla persecuzione all’Olocausto: l’esposizione all’IWM di Londra) - è che l’esposizione non comincia con la distruzione e lo sterminio, ma con ciò che c’era prima: l’ossessione della razza pura e le conseguenze scientifiche, il potere della propaganda, ma anchetipi simboli religiosi, il benessere economico e la modernità della vita degli ebrei in Europa prima della guerra, la felicità dei bambini e delle famiglie riunite. Lo stacco tra il fermento della vita e la degenerazione è graduale e guidato dagli oggetti e dai simboli, dalle fotografie e dalle lettere.»

Consiglio vivamente questo museo a chi crede che la guerra rappresenti un motore per lo sviluppo o la «sola igiene del mondo» o una situazione inevitabile per la nostra specie.

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina
31 agosto 2018



30 agosto 2018

Cose viste a Londra (1) La differenziata per le tazze del caffé

Chi segue questo blog sa che il livello della mia curiosità è sempre notevole. In viaggio, poi, raggiunge livelli altissimi.
"A Londra il ritiro dei rifiuti è a domicilio e i cassonetti non esistono", avevo letto prima di partire. Quindi sono andato a constatare di persona. E ho preso nota dei due aspetti che più mi hanno colpito.
Primo: il processo di separazione è automatizzato. Ecco perché in alcuni casi possono essere solo due: uno per l'indifferenziato (organico/umido compreso) e uno per i materiali riciclabili (carta, vetro, plastica).
Secondo: tra tutti i cestini dedicati mi ha incuriosito di più quello per i coffee cups, dato che il numero di barattoli per il caffé eliminati ogni anno è mostruoso. Si parla di 5 milioni nella sola City of London. Io li ho visti e fotografati nel centro commerciale di Canada Square (una piazza di Canary Wharf), siamo sull'Isle of Dogs (o se preferire i Docklands di Londra), un'area che costeggia il Tamigi dove in passato attraccavano le navi mercantili e ora svettano grattacieli, sedi di multinazionali e uffici.
Il cestino per le coffee cups è diviso in due sezioni: tazze (cups) e coperchi (lids).
Dato che quella zona è frequentata da persone che presumibilmente consumano molti cibi preconfezionati e bevande in lattina, nella foto vedete che ci sono anche un raccoglitore per gli involucri degli uni (food wrappers) e degli altri.
L’iniziativa è stata lanciata dal collettivo di volontariato ambientale Hubbub in collaborazione con: City of London Corporation, Simply Cups, Network Rail e con alcune catene di bar/caffè.
I cestini dedicati a questi rifiuti si trovano nei marciapiedi e all'interno di negozi e uffici.

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina
30 agosto 2018

05 agosto 2018

Un padre che inventa storie è più reale. Come in "Famiglia all'improvviso - Istruzioni non incluse"

Un film sulla gioia di vivere, sulle responsabilità che la vita ci pone davanti alla nostra strada, sulla morte, sull'amicizia, sulle scelte che hanno conseguenze, sui talenti che una persona possiede (a volte del tutto ignara). Ma anche un racconto di formazione che parte con un Omar Sy (Samuel) bambino, poi ce lo mostra alla fine del film maturo, ma mai banale e mai noioso, e lo fa intersecare con la crescita di Gloria (una strabiliante Cloria Colston, mamma francesce e padre nordamericano, un volto che rivedremo di sicuro sul grande schermo).  
Famiglia all'improvviso - Istruzioni non incluse è questo e altro, grazie alla bravura degli interpreti e alla capacità del regista (Hugo Gélin) di alternare una prima parte, comico-brillante, con la seconda, decisamente drammatica, quasi senza peso.
Il questo film uno degli aspetti che più mi hanno colpito è il ruolo del padre che inventa storie. Qui per creare un mondo parallelo con l'obiettivo di giustificare l'assenza della mamma. Mi sono subito ritornati in mente Roberto Benigni che protegge il figlio dall'orrore nazista della Shoah e dalla complicità fascista che inventò le leggi razziali (La vita è bella, 1997) e il capolavoro di Gabriele Muccino La ricerca della felicità (2006) in cui Will Smith trasforma, con la forza delle parole, il bagno di una metropolitana in una grotta nella quale difendersi dai dinosauri. Un padre che inventa storie, talvolta, è anche più reale di uno che si attiene solo alla realtà dei fatti, anche perché "la realtà dei fatti" è tutto fuorché raccontabile.
La ricerca della felicità sembra richiamare a sua volta Ladri di biciclette (1948) in cui la ricerca della bicicletta diventa una metafora del tentativo di uscire dalla condizione di povertà, anche se qui il bambino non ha un padre che racconta storie ma gli mostra senza filtri tutta la sua debolezza.



Famiglia all'improvviso in Francia è uscito con un titolo completamente diverso: Demain tout commence, in riferimento alla frase con cui il film si chiude, aprendo (o riaprendo) finestre verso il futuro. In questo il film di Hugo Gélin è anche un film che esorta a non aver paura: "Chi ha paura di qualcosa dà a questa paura un potere immenso; è come un animale, che può essere addomesticato o ucciderti".



Una nota sul sottotitolo in italiano (Istruzioni non incluse). In questo caso il riferimento è al titolo della pellicola alla quale Hugo Gélin si è largamente ispirato: No se aceptan devoluciones (Mexico, 2013, regia di Eugenio Derbez).
Perché, in fondo, nessun genitore riceve il manuale di istruzioni per fare il padre o la madre.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 5 Agosto 2018

20 luglio 2018

Captain Fantastic: un padre, sei figli e tanta voglia di sorprendere

Sono tanti i modi in cui un film può evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni della società contemporanea. Può sbeffeggiare il mondo in chiave fantapolitica, come ha fatto Mike Judge con Idiocracy (2016). Può agire per mezzo di una commedia dissacrane, come The Royal Tenenbaums (I Tenenbaum, 2001) di Wes Anderson. Può costruire la parodia di un esperimento scientifico applicato a una famiglia, come ha fatto Emanuel Hoss-Desmarais con Birthmarked (2018). Può affidarsi a un dramma feroce, come No Country for old men (Non è un paese per vecchi, 2007) dei fratelli Coen. Oppure può raccontare la fuga dalla civiltà, come in Into the Wild (Nelle terre selvagge, 2007) scritto e diretto da Sean Penn.
E c'è poi Captain Fantastic (Capitan Fantastic, 2016) che imbocca un'altra strada. Al film non è andata male, visto che la regia di Matt Ross è stata premiata a Cannes (nel 2016). Ma nello stesso tempo c'è più qualche dettaglio che non convince.
Prendiamo la vita all'aperto, la caccia, le corse tra gli alberi, la capanna in mezzo alla foresta. Una serie di situazioni che esercitano (almeno per una persona come me) un fortissimo fascino. Ma in questo film la vita nei boschi non esprime tutto il suo potenziale e si mostra, anzi, molto debole, proprio sul terreno che sarebbe dovuto risultare più fertile: quello dell'educazione dei figli. La principale preoccupazione di Ben (il padre dei 6 ragazzi, interpretato da Viggo Mortensen) sembra essere solo quello di tramutare i suoi ideali di democrazia, di libertà e rispetto per l'ambiente, in azioni concrete. E qui ci trovo una striidente contraddizione: se da un lato Ben censura la parola “interessante”, definita una “non parola” perché significa troppe cose, "quindi non significa niente", d'altra parte ripete: «Siamo definiti dalle nostre azioni, non dalle parole». Ma allora, caro Ben, le parole contano o non contano?
Seconda contraddizione. E qui cito un bel post di Alessandro Cattini ("Il racconto di Captain Fantastic si trasforma in un piccolo romanzo di formazione collettiva"): «La pellicola, apertasi con una critica decisa a tutto ciò che è istituzione a cominciare dallo Stato e dalle Chiese, si chiude con un colorato rito funebre, espressione più arcaica e originaria della religione, celebrato sulle note di una ritmata e gioiosa versione di Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses».
Terza contraddizione: Ben e i suoi ragazzi sembrano orientati a superare i luoghi comuni, ma poi se ne escono con: «Papà, ma sono tutti grassi come ippopotami!».

Che cosa mi è piaciuto di più?

Intanto vedere Ben che parla della Shoah con la figlia più piccola aiutandosi con Maus, il capolavoro di Art Spegelman (premio Pulitzer 1992):

Poi il fatto che a Ross il tentativo di sorprendere, proponendo un modello alternativo alla cultura di massa, quella del consumismo (forse il cognome della famiglia - Cash - non è stato scelto a caso) dei fast food e dell’american way of life, del perbenismo protestante, in fondo riesce.
E in questo lo aiuta un Viggo Mortensen superlativo e una banda di ragazzini davvero credibile (in questi casi bisogna fare i complimenti al casting). Forse con altri attori  e con un diverso regista il film si sarebbe trasformato nell'ennesima commedia che fa ridere poco e pensare ancora meno.

Splendida la scena nella quale la famiglia al completo (si fa per dire) canta la canzone dei Guns 'n' Roses Sweet Child o' Mine:


Molto ben riuscita anche la scena dell'arrampicata, mostrata in questo video a partire dalla preparazione:

P. S. il regista del film ha bandito dal set i telefoni cellulari e il cibo spazzatura: 'Captain Fantastic' Director Banned Technology, Junk Food On Set.
Forse perché non puoi rappresentare qualcosa se non la provi realmente, almeno un poco, sulla tua pelle.

Buona visione.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 20 luglio 2018

18 luglio 2018

A Human Library in Sardinia: from July 19 to 27, 2018

Youth Exchange (YE) Human Library: Our Stories is an Erasmus+ project co-funded by the Erasmus+ Programme of the European Union.

This project will take place in Sa Rocca Tunda, San Vero Milis (Oristano), Sardinia, from July 19 to 27, 2018.

By our youth exchange, 5 young people + 1 leader from Romania, Bulgaria, Italy, Poland and Lithuania will develop competencies (skills, knowledge and attitude) which will increase awareness and understanding of young people about cultural diversity and other cultures.

Everything's a story

You are a story

I am a story


Deadline for the application is Friday, June 22, 2018 at 23:58 CET, by this form

08 luglio 2018

Il potere rilassante dell'orto. Piacevole esperienza a Ussana (Cagliari)

Fiore di zucchina. Foto: A. Mameli
Ho sempre saputo che andare in campagna con il preciso scopo di curare le piante o di raccogliere frutta e ortaggi fa bene.
Lo so perché l'ho sperimentato su me stesso in moltre occasioni e lo so perché ho visto gli effetti di questa relazione con la natura nei confronti di altre persone, come ad esempio Zia Consolata Melis, morta a 107 anni, che ha lavorato nell'orto fino a 90 anni.
Poi so che esistono studi come quello pubblicato nel 2016 su Public Health (A case–control study of the health and well-being benefits of allotment gardening) nel quale si osserva che le attività di giardinaggio svolte anche solo una volta alla settimana possono apportare notevoli miglioramenti dell'autostima e dell'umore.
Un meta-studio del 2017 pubblicato su Preventive Medicine Report (Gardening is beneficial for health: A meta-analysis) ha mostrato significativi effetti positivi del giardinaggio sulla salute: riduzione della depressione, dell'ansia e dell'indice di massa corporea.
Ieri ho sperimentato la potenza dell'orto grazie a Stefano Galletta e alla sua azienda agricola Gallicanto di Ussana (Cagliari). Un'esperienza che riconcilia con il mondo.
Ho potuto raccogliere le zucchine e i loro fiori, ho apprezzato i colori e i profumi delle piante che crescono nell'orto e ho notato l'opera meticolosa di api e altri insetti, tutt'intorno.
E ho ammirato molto Stefano, per aver scelto questo lavoro e per come lo porta avanti.

Peperoni. Azienda agricola Gallicanto. Foto: A. Mameli

Mi sono anche imbattuto in una zucchina gigante (più di 9 kg):


Che poi così gigante non è: sono state raccolte zucchine di 20 kg e oltre.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 8 luglio 2018


My garden – my mate? Perceived restorativeness of private gardens and its predictors
Urban Forestry & Urban Greening (Volume 16, 2016, Pages 182-187)