02 dicembre 2018

L'impresa scientifica di Luca Bindi, tra Simmetria 5 e Quasicristalli, al Festival Scienza di Iglesias

Quando si racconta un'impresa scientifica normalmente ci si trova di fronte a un bivio: far prevalere la storia o la ricchezza dei suoi contenuti?
Ma a volte si può mantenere un equilibrio tale da riuscire a informare realmente riusciendo nel contempo a rendere appassionante l'intera vicenda.
È quello che ha saputo fare Luca Bindi (titolare della cattedra di mineralogia e cristallografia all'Università di Firenze) al Festival Scienza di Iglesias, sabato primo dicembre 2018.
Ho avuto il piacere di assistere alla conferenza e l'onore di presentarla, rispondendo alla chiamata di Davide Peddis, ricercatore del Cnr e nel direttivo dell’associazione ScienzaSocietàScienza.
Luca Bindi ha spiegato che i quasicristalli sono qualcosa di straordinario a causa della simmetria pentagonale. Nei cristalli ordinari le simmetrie possibili sono solo quelle di ordine 1, 2, 3, 4 e 6: si tratta delle uniche simmetrie che riempiono lo spazio. È il classico problema della pavimentazione: le uniche mattonelle in grado di ricoprire il pavinemento senza lasciare spazi vuoti o accavallarsi sono quelle triangolari, quadrate, rettangolari, esagonali.
Luca Bindi ha raccontato l'ostilità della comunità scientifica nei confronti di Dan Shechtman, lo scopritore dei quasicristalli (1982) e la sua successiva incoronazione con il Nobel per la Chimica 2011 per la medesima scoperta.
Ma la fase forse più epica della storia inizia nel Luglio 2007 quando Bindi scrive a Shechtman e a Ilan Blech, Denis Gratias e John Cahn, coautori di un importante articolo sui quasicristalli, autentica pietra miliare della cristallografia strutturale e della fisica dello stato solido, pubblicato nel 2001 su Phisical review letters. È l'inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione scientifica, culminata nel 2011 con una spedizione nelle montagne del Koryak alla ricerca di altri campioni di rocce meteoritiche contenenti leghe di rame e alluminio, tra cui grani di quasicristallo, l'icosahedrite, che ha retrodatato l’età del più antico quasicristallo a circa 4,5 miliardi di anni.
In mezzo c'è il lungo lavoro investigativo che si era reso necessario per individuare la vera origine di un minerale comprato dal Museo di storia naturale dell’Università di Firenze, il suo scopritore, Valery V. Kryachk, e il luogo, il torrente Listventovyi in Siberia.

Ho apprezzato molto la presentazione di Luca Bindi per la chiarezza e la completezza. Ma ho ammirato anche la correttezza. Mi ha colpito molto anche il fatto che ha iniziato presentando tutte le persone che fanno parte della collaborazione scientifica. E ho una conoscienza scientifica in più: so cosa sono i quasicristalli.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 2 Dicembre 2018

I quasicristalli descritti da Luca Bindi su Le scienze (dicembre 2013)

Quasicrystal is extraterrestrial in origin, Princeton researchers find (January 2012)






11 novembre 2018

La potenza del teatro secondo Gabriella Greison. “Einstein & me", Cagliari FestivalScienza


Gabriella Greison ha un grande merito, anzi due. Ha dato voce a Mileva Marić, una figura che era stata espulsa dalla storia della scienza, e l'ha fatto usando la potenza del teatro, con il monologo “Einstein e me", che Ganriella Greison ha portato al Cagliari FestivalScienza. Il monologo restituisce alla prima moglie del fisico più famoso della storia il suo ruolo di grande mente, fisica anche lei, che desiderava superare i condizionamenti dell'epoca e vivere anche lei la sua vita da scienziata. L'effetto delle voci messe in giro, in particolare dalla madre di Einstein, Pauline, è stato devastante. Mileva è stata ritenuta pazza: "intolleranza alla disciplina familiare".
Gabriella Greison, fisica, attrice, scrittrice, giornalista, questa mattina ha parlato all'interno del dibattito "Le donne protagoniste nella divulgazione scientifica" coordinato da Susi Ronchi, dove ha detto alcune cose molto significative.
Primo: "A teatro non vengono a vedermi solo fisici, giornalisti e divulgatori. Viene anche gente che mi dice in fisica a scuola prendeva quattro. Così io apro porte fatte di domande."
Secondo: "Io racconto una donna con una mentalità scientifica, una delle poche a quel tempo".
Terzo: "Io penso in positivo: arriverà il giorno in cui non si conterà più quante donne sono arrivate al Nobel in confronto agli uomini. I centri di ricerca sono ponti di pace."
Gabriella Greison ha concluso il suo intervento con le parole di Calvino, Le città invisibili:
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e dargli spazio."

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 11 Novembre 2018


Gabriella Greison sul palco del'ExMà, Cagliari FestivalScienza 2018 (foto: Andrea Mameli)

10 novembre 2018

Con Pietro Greco e la sua Fisica per la pace (Cagliari FestivalScienza 2018)

Ho avuto il doppio onore di presentare l'intervento di Pietro Greco al Cagliari FestivalScienza 2018. Il primo motivo è che Pietro rappresenta per me il modello del giornalista scientifico: pronto a scavare in profondità nelle notizie, curioso, serio, ma anche in grado di svelare retroscena bizzarri o involontariamente comici. Lo so perché l'ho ascoltato spesso, a Radio Tre Scienza, ho letto molti suoi articoli e libri, tra cui Hiroshima. La fisica conosce il peccato e soprattutto lo considero il mio maestro di giornalismo scientifico, per i suoi insegnamenti al Master in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste.
Il secondo motivo è che l'intervento di Pietro aveva lo stesso titolo del libro Fisica per la pace. Tra scienza e impegno civile (edizioni Carocci).
Per me questo è un tema molto importante: la fisica non è solo uno strumento per vedere il mondo ma anche un metodo per viverlo meglio. Pietro lo spega mostrando alcuni esempi, come il Centro internazionale di Fisica teorica (ICTP) di Trieste, il SESAME (il Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East in Giordania), il CERN di Ginevra, l’organizzazione Pugwash per il disarmo nucleare, le Conferenze del gruppo di lavoro permanente per la Sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti di Edoardo Amaldi. Ma c'è anche spazio per l'impegno di Einstein per il pacifismo e per la nascita degli Stati Uniti d’Europa, allo scoppio della Prima guerra mondiale. E ovviamente per il Manifesto di Einstein e Russell del 1955. 
In uno dei suoi articoli Pietro Greco, citando il sociologo Robert Merton (e il suo acronimo CUDOS: Comunitarismo, Universalismo, Disinteresse, Originalità e Scetticismo sistematico) indica i cinque valori che fanno della scienza un'attività profondamente democratica: il comunitarismo (comunicare tutto a tutti), l'universalismo (tutti possono concorrere a fare scienza), l'assenza di interessi particolari (perché la scienza come sosteneva Francis Bacon non deve essere a beneficio solo di alcuni, ma di tutta l’umanità), l'originalità (riconosciuta dai peer, dai colleghi) e lo scetticismo sistematico (tutto può e deve essere sottoposto a critica).
Durante la presentazione di Cagliari c'è stato anche lo spazio per una breve incursione nell'attualità, a partire dal capitolo "L'Europa nello spazio" in cui si parla della questione che si era posta negli anni Cinquanta "se accettare o meno la presenza dei militari nelle nascenti istituzioni spaziali", a fronte della rimozione del fisico Roberto Battiston dalla presidenza dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), per decisione del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) Marco Bussetti. 


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 11 Novembre 2018


07 novembre 2018

L'astrofisica Marica Branchesi: «La Sardegna nel progetto ET»

Lo scorso anno per il mensile Nature era tra le dieci personalità scientifiche più significative. Nell'aprile 2018 la rivista Time l'ha inserita tra le cento persone più influenti del mondo. Marica Branchesi, 41 anni di Urbino, astrofisica del Gran Sasso Science Institute, associata all'Infn e Inaf, sarà domani al Rettorato dell'Università di Cagliari per l'inaugurazione dell'undicesima edizione del FestivalScienza. Le abbiamo chiesto le origini della sua passione per la scienza.

Di cosa parlerà nell’Aula Magna dell'Università?
«Delle scoperte degli ultimi due anni. Scoperte emozionanti, che hanno fatto capire come funzionano molte cose che non riuscivamo ancora a spiegare. Ci sarà con me un collega, Ettore Majorana, nipote del famoso fisico siciliano. Parleremo delle nostre ricerche e cercheremo di trasmettere il nostro entusiasmo per il lavoro che facciamo. E parleremo di queste grandi scoperte, che riguardano i buchi neri e le stelle di neutroni. Sui primi ora sappiamo cose che fino a 5 anni fa non sapevamo spiegare: come si formano, come evolvono, come si trasformano. Mentre sulla fusione di stelle di neutroni abbiamo risolto enigmi che duravano da più di vent’anni, tra i quali la maniera in cui si formano i metalli pesanti nell’universo, compreso l’oro. Inoltre, ora abbiamo nuovi indizi sulla velocità di espansione dell’universo. Parleremo anche delle prospettive future, in particolare le nuove osservazioni che, a partire dal 2019, le antenne americane Ligo e il nostro interferometro Virgo compiranno nel cielo, il che porterà sicuramente tante nuove scoperte nei prossimi anni. Infine parleremo dei rivelatori che arriveranno dopo Virgo e Ligo e riguardano la Sardegna, dato che la vostra splendida isola è stata selezionata come possibile sede dei nuovi rivelatori, nel progetto ET: Einstein Telescope. Si tratterà di strumenti più sensibili, in grado di vedere un universo più grande che può arrivare più vicino al big bang. La Sardegna ha le carte in regola, anche perché dispone di uno strumento di eccellenza: il radiotelescopio SRT.»

Lei di che cosa si occupa?
«Io mi occupo di astronomia multi-messaggera, cioè quella branca dell’astronomia che osserva i fenomeni servendosi di più segnali “messaggeri”: le onde elettromagnetiche, le onde gravitazionali e, speriamo, anche i neutrini.»
 

Quale, tra i numerosi confini della scienza ancora inesplorati, la affascina di più? 
«Io penso che ora siamo come Galileo quando puntò per la prima volta il cannocchiale: iniziamo a vedere vediamo quello che prima era invisibile. Stiamo vivendo l’inizio di una nuova astronomia, è questo che mi affascina di più. Ma questi ultimi due anni sono stati due tanto eccitanti con talmente tante scoperte che non so bene cosa aspettarmi.»

Dal 1901 a oggi il Nobel per la Fisica è stato tributato a 201 uomini e solo a 3 donne. In che modo si potrebbe cambiare qualcosa?
«Sicuramente alle donne va riconosciuto il merito che hanno. E bisogna dare alle donne gli strumenti per emergere. Non voglio banalizzare ma gli asili vicino al lavoro sono uno strumento importante, che però può valere anche anche per i maschi. Di sicuro dobbiamo ridurre le barriere che legano la scienza, teorica e sperimentale, in particolare la fisica e l’astrofisica, a degli stereotipi difficili da abbattere. La scienza viene associata più ai bambini che alle bambine. Le donne devono sapere che la ricerca scientifica è un mestiere non solo da uomini. Inoltre non è solo una questione di Nobel: a livello dirigenziale le donne sono sempre meno degli uomini. E questo ha riflessi anche sulla media dei compensi, che risultano per noi più bassi.» 

È vero che quando è uscita la classifica del Time lei, che ritornava nel nostro Paese dopo una lunga esperienza professionale all’estero, ha detto che l'Italia dimentica la scienza?
«No, in realtà avevo detto che spesso i ricercatori italiani hanno riconoscimenti all’estero ma quasi mai in Italia. Come del resto è successo a me. Invece l’Italia è piena di ricercatori bravissimi.» 

Perché?
«All’estero gli stipendi sono mediamente più alti ed è più facile accedere ai finanziamenti. Inoltre Italia si fa più difficoltà a dare responsabilità scientifiche ai giovani. E poi l’Italia attira poche menti straniere.»

Cosa si può fare?
«Si potrebbe cercare di far venire in Italia più ricercatori, professori e studenti dall’estero, perché dove l’ambiente è più “internazionale” è più facile attirare finanziamenti e fare nuove scoperte. Dove lavoro, Al Gran Sasso Institute, ci sono molti professori e studenti stranieri e per certi aspetti è affascinante, perché è come essere all’estero.»

Pregi e difetti del suo lavoro?
«È molto bello lavorare nella ricerca anche perché si viaggia molto e si possono conoscere tante persone. E spesso si provano forti emozioni. Di negativo c’è la competizione, che a volte è difficile da gestire.»

ANDREA MAMELI

04 novembre 2018

«I sardi? Eccellenza del Cern» (L'Unione Sarda, 03 novembre 2018)

Come un'isola nell'isola. È la Sardegna dentro il Cern, il più grande laboratorio del mondo di fisica delle particelle che si trova al confine tra Svizzera e Francia alla periferia ovest della città di Ginevra. Un’isola, per niente isolata, composta dalle ricercatrici e dai ricercatori sardi che popolano la comunità internazionale impegnata a scavare nei più profondi segreti dell'atomo.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Cardini, Primo Ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) Sezione di Cagliari e responsabile, per Cagliari, dell'esperimento LHCb, che si svolge nell’acceleratore installato nel sottosuolo di Ginevra, il Large Hadron Collider.
Cardini il 6 novembre alle 20 terrà una conferenza, organizzata dal Rotary Club Quartu Sant’Elena, al Caesar’s Hotel: “La Sardegna al CERN - Storie e attività degli scienziati sardi nel più grande laboratorio di ricerca del mondo”.

Cardini, quanta Sardegna c'è al CERN?
«Parecchia. Grazie all'Università di Cagliari e alla locale Sezione dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare c'è una partecipazione importante a due grandi esperimenti, LHCb e ALICE, che sfruttano la collisione tra particelle di altissima energia nel Large Hadron Collider. Questa "Scuola Cagliaritana" ha preparato molti giovani che ora hanno un posto di lavoro nella Ricerca in varie parti d’Europa: Gran Bretagna, Francia, Svizzera e Italia.»

Che cosa fate al Cern?
«I ricercatori Sardi hanno costruito componenti importanti degli esperimenti LHCb e ALICE: rivelatori di particelle, circuiti integrati necessari per l'acquisizione dei dati, schede di elettronica per il controllo dei rivelatori e per l'elaborazione degli stessi dati. Abbiamo poi contribuito alla scrittura del software necessario per fare funzionare questi esperimenti. Inoltre ci occupiamo di analizzare i dati che acquisiamo dal 2009 e che continuiamo a raccogliere. Nel 2019 e nel 2020 i nostri ricercatori saranno impegnati nella realizzazione di importanti migliorie nei rispettivi apparati sperimentali.»

Quanti siete?
«Siamo 30 fisici e ingegneri e 5 tecnici. E da qualche anno siamo in leggera crescita. L’anno scorso l'INFN di Cagliari ha assunto due nuovi ricercatori: una ragazza e un ragazzo, tutti e due bravissimi, che alcuni anni fa erano studenti della nostra Università. Dopo il Dottorato all'estero, in Germania e Gran Bretagna hanno partecipato a un concorso nazionale indetto dall’INFN e sono risultati tra i vincitori, poi hanno scelto di tornare a Cagliari a lavorare con noi. Voglio far notare che avrebbero potuto prendere servizio in qualsiasi altro posto in Italia dove c'è l'INFN, ma sono voluti tornare a Cagliari perché qui hanno visto delle importanti possibilità per la loro crescita scientifica. Una grande soddisfazione per tutti noi.»

Un giorno avremo un Nobel per la fisica sardo?
«Perché no? I nostri giovani sono bravissimi e estremamente ben preparati. I nostri colleghi stranieri ce li invidiano e spesso ce li "prendono" al Dottorato o con un posto di lavoro subito dopo. Ma ogni tanto riusciamo a offrir loro la possibilità di tornare. In ogni caso lavoriamo in un ambiente, quello del CERN, in cui tutti hanno uguali probabilità di successo scientifico.»

Quante cose sono nate al Cern, come il World Wide Web, in cui il primo sito italiano fu creato nel 1993 proprio a Cagliari, al CRS4?
«Si, il CERN aveva sviluppato il WEB nei primi anni 90 per uso interno - per permettere ai componenti di un gruppo di lavoro di scambiarsi le informazioni - e ricordo infatti che lo usavamo già nell'esperimento al quale ho lavorato dal 1990 al 1994 (“NOMAD”: esperimento per la ricerca delle oscillazioni dei neutrini). Ora tutti usiamo il WEB. Un altro dispositivo nato al CERN sono i touchscreen, sviluppati per il controllo di uno degli acceleratori. Anche quelli li usiamo tutti ora, negli smartphone? E ancora, la tecnologia degli acceleratori di particelle, sviluppata anche al CERN, ci ha anche permesso di costruire il Centro Nazionale di Terapia Oncologica di Pavia, dove si curano i tumori bombardandoli con fasci di protoni e ioni. E tante altre cose ancora...»

Quali saranno le prossime scoperte in cui saranno coinvolti dei sardi?
«I ricercatori dell'esperimento Alice cercano un nuovo stato della materia chiamato Quark-Gluon Plasma. In LHCb vogliamo comprendere le differenze tra la materia e l’antimateria e vedere se esistono dei nuovi fenomeni che vanno oltre quello che conosciamo oggi, il cosiddetto "Modello Standard". Stiamo continuando a lavorare all'analisi dati raccolti dal 2009. Con l'upgrade che faremo nel 2019 e nel 2020 riusciremo a raccogliere dati più accurati e sempre più velocemente per fare misure sempre più precise. Come si dice in inglese stay tuned: restate in ascolto!»

Andrea Mameli

24 ottobre 2018

Nachlass, un punto di accumulazione di emozioni, un percorso ricco di dignità

Non avevo mai pensato all'assonanza tra le parole Arte e Morte. Un'assonanza delicata e ispiratrice. Non ci avevo mai pensato prima di vedere Nachlass, Pièces sans personnes, spettacolo proposto in questi giorni da Sardegna Teatro al Massimo di Cagliari.
Video-pavimento im una stanza di Nachlass
Confesso che ho avuto dei dubbi se chiamarlo spettacolo, ma poi ho pensato: come puoi chiamare altrimenti una situazione che dura un'ora e mezza e invece ti sembrano pochi minuti? Non è vero che la durata percepita è inversamente proporzionale alle emozioni provate? E uno spettacolo non è proprio un punto di accumulazione di emozioni?
Nachlass, è uno spettacolo, dal primo momento all'ultimo. Lo è quando entri in sala, la attraversi tutta, raggiungi il palco, lo percorri fino a un cunicolo stretto e buio posto dietro il sipario e infine raggiungi un andito a pianta ellittica, con le pareti di legno e otto porte disposte in perfetta simmetria (ma quello spazio ellittico non è la cornice adatta a ospitare il segno simile proprio al numero 8: l'infinito?). Lo è quando ti sembra di essere finito dentro un'astronave, anche perché ogni porta è sovrastata da un display con un conto alla rovescia, di 8 minuti, e il soffitto mostra un planisfero retroilluminato. Lo è quando ti accorgi che il planisfero altro non è che un simulatore di decessi in tempo reale, nel quale ogni morte è indicata da una luce che si accende in qualche parte del mondo. Ma lo è soprattutto quando una delle porte automatiche si apre e ti svela il suo contenuto: un tavolo, due panche di legno, alcune sedie, una manciata di foto. Quando la porta si chiude ti accorgi che sul tavolo ci sono anche due schermi sui quali appaiono le traduzioni in italiano e in inglese di una voce che ti dice "Vous voyez mes photos, j'ai commencé è faire des photos à 14 ans. C'est quoi une photo? C'est des souvenirs de voyages, c'est des souvenir d'enfance, c'est des souvenirs de nos enfants" ("Vedi le mie foto, ho iniziato a scattare foto a 14 anni. Che cos'è una foto? Sono ricordi di viaggio, sono ricordi d'infanzia, sono ricordi dei nostri figli").
Nessuno ti spiega cosa devi fare. Lo capisci da solo, anzi insieme alle altre persone, mai viste prima in vita tua, che sono entrate con te in quella stanza. Capisci che devi ascoltare, leggere, toccare e guardare le foto. Poi senti una frase che ti offre una chiave di tutto: "Les photos sont un peu comme les corps del morts. On a un peu peur mais après l'image est toujours trés belle. C'est l'image qui reste" ("Le foto sono un po' come i corpi dei morti. Siamo un po' spaventati, ma dopo di che l'immagine è ancora molto bella. Questa è l'immagine che resta").
Ora è chiaro. Sei dentro uno spettacolo, ma uno spettacolo molto particolare: non ci sono attori o attrici. Ci siamo noi "spettatori" con i nostri sensi e la nostra immaginazione, pronti a cogliere ogni segno che giunge dalla "scena" e interpretarlo con quella chiave: le fotografie, le voci registrate, tutti gli oggetti e gli stessi arredi delle stanze sono quello che resta di alcune persone. Otto persone che hanno cercato di restare in questa forma, visibili e tangibili. E in alcuni momenti, come nel caso del ventilatore azionato da Celal Tayip o dell'acqua offerta da Annemarie e Günther Wolfarth, sembra di entrare, materialmente, in contatto con i pensieri di queste persone. E, indirettamente, con i pensieri degli autori.

Sul rapporto tra spettatori e autori ha scritto molto bene Marilena Borriello (Rimini Protokoll, de te fabula narratur alfabeta2.it):
«Sul piano pratico, la scala gerarchica tra autore e spettatore è cancellata: il potere di controllo del primo finisce laddove inizia la libertà di azione e comprensione del secondo. Una volta entrato in queste stanze, il visitatore si trova di fronte alla presentazione – non alla rappresentazione – di una storia, a una narrazione aperta, e diviene così un interlocutore. In altri termini, prende parte alla costruzione di una situazione che si riscrive ogni volta e di cui nessuno, tanto meno lui, può prevedere gli esiti.»

Con Nachlass ciò di cui si parla con enorme difficoltà, la morte, si mette al centro dell'attenzione. E fa irruzione in quelle 8 stanze con la sua immancabile durezza, ma anche con una buona dose di dolcezza.
Dietro tutto questo, è evidente, c'è un lavoro enorme. Ho cercato di immaginare se può essere stato più difficile pensare Nachlass o realizzarlo concretamente. Non lo so. So solo che il risultato dell'operazione è un percorso potente e delicato, ricco di umanità e dignità.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 24 Ottobre 2018


13 ottobre 2018

Il web italiano è nato in Sardegna. Macomer, 27 Ottobre 2018. Linux Day

Il 27 Ottobre in occasione del Linux Day 2018 sarò ospite del Gruppo Utenti Linux MargHine a Macomer per raccontare la nascita del web italiano in Sardegna...


06 ottobre 2018

Désert, un teatro di relazioni, che emozionano e spiazzano

Il teatro è una zattera di senso in mezzo alla tempesta del non senso
(Monica Morini)
Credits: Studio Azzurro, 2018
Se il teatro è l'arte delle relazioni, fra il pubblico, gli attori e la storia, allora il luogo della rappresentazione non è solo un dettaglio. Una dimostrazione, in questo senso, l'ha fornita Désert, regia di Leonardo Delogu, una performance iniziata nello spazio teatrale (il Teatro Massimo di Cagliari), proseguita a bordo degli autobus che hanno condotto il pubblico e gli attori fino alla zona industriale di Sarroch e si è conclusa, in serata, in una cava di ghiaia e sabbia.
«Désert - scrive la curatrice Maria Paola Zedda - senza rappresentare, abita il presente. Senza enunciare, evoca le coordinate storiche geografiche e culturali in cui agisce e si consuma il nomadico. Abita un tempo arcaico e insieme attuale come svelano i paesaggi che circondano lo spazio della performance: i luoghi del lavoro, le cattedrali industriali, coesistono con la solitudine dell'antico che si erge come monumento e monito alla domanda 'chi siamo?', lasciando apparire la visione sfocata di un'origine che cerchiamo ma non riusciamo a trattenere.»
La vastità dello spazio della rappresentazione ha consentito di allargare lo sguardo. Ma non è solo la grandezza del non palcoscenico a offrire abbondanti riflessioni. Anche il vento, vero, coinvolge tutti, come l'odore del fuoco, che raggiunge il pubblico senza finzioni. E poi quell'ingresso in scena di un gregge di pecore bianche e nere, condotte magistralmente dai pastori a compiere un carosello di fronte al pubblico, che emoziona e spiazza. Questa sensazione di disorientamento è forse la misura della nostra dipendenza dagli schemi a cui siamo abituati; una discrepanza cognitiva cheesprime, me ne sto convincendo ora, a distanza di tre settimane dall'evento, il nostro tasso di condizionamento in relazione ai temi affrontati da questa performance. Ma la chiave di lettura di tutta l'azione la troviamo in un'azione semplice e insieme estremamente complessa: l'atto del camminare. Un movimento reale, come quello compiuto dagli spettatori per raggiungere lo spazio della rappresentazione. E a un tempo movimento simbolico, quasi a rappresentare la ricerca di sé compiuta da ognuno di noi. Ma soprattutto quella che è l'essenza stessa di questa rappresentazione: le migrazioni e la loro naturalezza. Come è naturale camminare così dovrebbe esserlo spostarsi attraverso le vie del nostro pianeta. E qui la drammaticità dei movimenti messi in scena dai 6 attori (estremamente efficaci dalla prima all'ulima scena) e dai 34 figuranti (fondamentali per la costruzione dell'insieme) esprime tutta la complessità e la durezza che gli spostamenti planetari assumono oggi.

Credits: Studio Azzurro, 2018
Désert è una produzione della Fondazione di Sardegna, realizzata insieme a Fondazione Sardegna Film Commission e Sardegna Teatro e in collaborazione con Carovana Smi e Spaziodanza. Tra i mesi di aprile e agosto Sara Azzu, Donatella Cabras, Franco Casu, Rossana Luisetti, Francesca Massa e Johnny R. e del musicista Alessandro Olla per la composizione ed esecuzione live delle musiche.
Grazie al contributo di Fondazione Sardegna Film Commission, lo spettacolo è stato ripreso dal collettivo artistico milanese Studio Azzurro, coinvolto nell’intento di tradurre l’esperienza performativa in un elaborato video: un’opera nell’opera.

Credits: Studio Azzurro, 2018

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 6 Ottobre 2018


22 settembre 2018

Cose viste a Londra (4): il Crossrail Place Roof Garden e Maria Grazia Zedda (Equality Diversity and Inclusion Workforce Manager per High Speed Two

Ho avuto la fortuna di conoscere Maria Grazia Zedda alcuni anni fa e il piacere di intervistarla più volte (per L'Unione Sarda nel 2013, per Radio X con Andrea Ferrero nel 2016).
Ho così imparato a scoprire la competenza di Maria Grazia in un ambito importante ma spesso sottovalutato: il contrasto alle discriminazioni nel lavoro (e nel percorso per trovare lavoro). 
E ho apprezzato molto la sua tenacia e caparbietà, tutta sarda.
L'ho ritrovata a Londra poche settimane fa: questa è l'intervista che mi ha concesso all'ombra del Crossrail Place Roof Garden, un maestoso giardino sospeso nel cuore della "city".
Devo ringraziare Maria Grazia per avermi fatto scoprore questa zona di Londra di cui avevo a mala pena sentito parlare. Grattacieli accanto agli antichi ormeggi. Mezzi pubblici più che efficienti. Marciapiedi puliti e vetrine luccicanti. Un giardino pensile che non ti aspetti (il Crossrail Place Roof Garden appunto) e poi questo bar - ristorante - Giant Robot, affacciato sul Tamigi, in cui è stata scattata questa foto.
Da destra verso sinistra: Maria Grazia Zedda, Andrea Mameli, Raffaelangela Pani (Londra, Crossrail Place Roof Garden, Giant Robot, agosto 2018) [Foto: Luca Mameli]

Maria Grazia, tu lavori da queste parti: come ti trovi? 
«Mi trovo benissimo: la zona di Canary Wharf è poco conosciuta ma ha una ricca storia basata sul passato coloniale del Regno Unito. Mi piace stare in questo quartiere modernissimo costruito su isolette e canali sul Tamigi, ci sono negozi interessanti, street food e quindi che volere di più?»

Di che cosa ti sei occupata negli ultimi anni?
«Negli ultime tre anni io e la mia famiglia siamo tornati dalla Scozia dove abbiamo vissuto per 5 anni e ho lavorato come EDI (Equality Diversity and Inclusion) Manager per la LTA (Lawn Tennis Association). Adesso ho il grande privilegio di lavorare come EDI Workforce Manager per High Speed Two (HS2) la nuova ferrovia nascente che sarà operativa tra 15 anni e che catalizzerà una nuova economia del Regno Unito. È un grande onore per me essere parte di questo progetto e spero di continuare a esserlo in futuro. Lavoro in un team che spianerà la strada per il resto del mondo ferroviario in materia di inclusione degli impiegati, del design delle stazioni e dei treni stessi, dell'accessibilità e del coinvolgimento con le comunità locali.»

Il Regno Unito mi sembra sempre molto avanti per l'integrazione e contro le discriminazioni, ma a tuo modo di vedere cosa manca ancora?
«Nel Regno Unito abbiamo una buona legislazione ma esiste al momento una crisi esistenziale che secondo me ha dato origine al Brexit, come in tante nazioni del mondo dove movimenti protezionisti e conservatori stanno avanzando, in quanto la globalizzazione è arrivata molto in fretta e i leader politici non hanno investito in una strategia di educazione e di economia locale. Hanno permesso che la legge del profitto per pochi regnasse incontrastata, a tutti costi. Queste liberal economies hanno permesso al grande business di aprire fabbriche e produzione dove la manodopera costa meno e in quattro e quattr'otto lasciare comunità intere nel lastrico. Questo è stato usato da movimenti politici ultra-conservatori che capitalizzano sulla paura e l'ignoranza verso chi è diverso e chi è "straniero" per dare l'impressione che l'immigrato "porta via il lavoro", allo scopo di nascondere la mancanza di investimento sociale, educativo ed economico, sopratutto al di fuori di Londra. Chi ha vedute più moderne ha dato per scontato che questo tipo di discriminazione fosse ovviamente sbagliata e anziché spiegare il perché fosse importante creare un'economia per tutti, ha solo rimproverato di "razzismo" chi ha perso il lavoro e accusa gli immigranti, senza riconoscere però un legittimo bisogno di lavorare di queste persone. Purtroppo anche nel mondo delle pari opportunità l'approccio per troppo tempo è stato quello di rimproverare chi ha difficoltà ad applicare la legge (Equality Act 2010) al punto che è scattato quasi un rifiuto verso i principi dell'inclusione. Ma l'inclusione non è un punto di arrivo finale ma è un punto di partenza che si rinnova continuamente: è un viaggio, non una destinazione. Quello che manca adesso nel Regno Unito nel campo delle pari opportunità sono leaders che incoraggiano i datori di lavoro a essere inclusivi e a capire non solo la legge ma il vantaggio economico di assumere impiegati sotto le categorie protette. Ci vogliono pù leaders capaci di insegnare che l'inclusione in maniera compassionevole senza "svergognare" chi prova a fare la differenza e a volte sbaglia. Chi lavora nel campo delle pari opportunità deve abbandonare atteggiamento da "controllore" e invece rafforzare il cambiamento parlando positivamente dei piccoli passi nell'inclusione, anche se imperfetti. In un mondo di social media dove tutti sono pronti a giudicarti immediatamente e ferocemente, i datori di lavoro pensano solo a non perdere la faccia, non a capire davvero perché l'inclusione è importante. Quindi io proporrei a chi lavora nelle pari opportunità: anziché aspettare alla meta con il cronometro in mano, puntando il dito a chi non arriva in fretta, perché invece non tendere la mano e dire "ti accompagno nel tuo viaggio verso l'inclusione?"»

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 22 Settembre 2018

01 settembre 2018

Cose viste a Londra (3): l'Ape Piaggio sotto il palazzo di J.P. Morgan (per "Change Please")

Londra, Canary Wharf, proprio davanti al palazzo di J.P. Morgan, a pochi passi dal centro commerciale di Canada Square (in cui ho visto la differenziata per le tazze da caffé), ecco l'Ape Piaggio.
Ape sotto J.P. Morgan. Londra, agosto 2018 (foto: Andrea Mameli)

Da un lato l'enorme edificio, simbolo della ricchezza e di un potere economico planetario, dall'altro il piccolo veicolo, simbolo del trasporto in economia (e della ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, essendo nato nel 1948, grazie all'ingegno di Corradino D'Ascanio).

Molto più pragmaticamente l'Ape appartiene all'impresa sociale (e alla campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi) Change Please.

Ecco come ne parla "Shaker - Pensieri senza dimora", giornale di strada di Roma (Change Please, quando gli homeless diventano baristi):

«Change Please è un’impresa sociale che aiuta gli homeless formandoli come baristi: i senza tetto vendono caffè biologico in furgoncini situati in location strategiche nel centro di Londra, come Covent Garden e Waterloo.
Il progetto si è diffuso in altre città dello UK, come Bristol. Manchester, Nottingham, Glasgow ed Edinburgo.
È un progetto dell’imprenditore Cemal Ezel, a cui si è unito il giornale di strada con la più grande diffusione al mondo venduto dagli homeless, The Big Issue.
Change Please è un’impresa sociale, fondata nel 2015, in cui ogni profitto viene reinvestito nel programma per formare altri baristi.
Più caffè viene venduto, più furgoncini vengono comprati e così aumenta il numero di homeless che l’impresa sociale aiuta.
L’impresa sociale fornisce un lavoro stabile agli homeless, e un salario che equivale al reddito minimo di Londra di 9,15 sterline all’ora.
Nelle altre città dello UK gli homeless sono pagati il reddito minimo all’ora di 8.25 sterline all’ora. Viene dato loro anche un alloggio.»



Andrea Mameli
blog Linguaggio Macchina
1 settembre 2018