21 settembre 2007

Dianna Bowles: plants for a sustainable future.

Working with plants to build a sustainable. Dianna Bowles analysing science-based solutions for the use of plants, within a wider context of environmental impacts, socio-economics, regulations and the attitudes of the public and policy makers, also as alternative solutions for energy and non-energy products.
Andrea Mameli, Venice, September 21, 2007

Dianna Bowles has researched plant biology and its many applications for some 35 years with many publications in refereed primary research journals (including Science, Nature, PNAS and EMBO J).

James Lovelock and Nuclear Energy.

As he said 3 years ago (see below) today James Lovelock underlines the nuclear choice as the better one.
James Lovelock, well know as the creator of the Gaia hypothesis (Earth as a self-regulating organism) is a member of the association of Environmentalists For Nuclear Energy
Andrea Mameli, Venice, September 21, 2007.

James Lovelock: Nuclear power is the only green solution
We have no time to experiment with visionary energy sources; civilisation is in imminent danger. Published in The Independent - 24 May 2004
http://www.ecolo.org/media/articles/articles.in.english/love-indep-24-05-04.htm

Energia: confronto aperto

venice conference energy veronesi 2007 I due Nobel presenti in questi giorni a Venezia, Zhores Alferov e Carlo Rubbia, sostengono il solare (fotovoltaico per il fisico bielorusso, termodinamico o a concentrazione nel caso del Nobel goriziano) come la migliore alternativa ai combustibili fossili (e si tratta di due soluzioni complementari in quanto la prima è adatta a soluzioni distribuite, anche molto piccoli, mentre la seconda è valida per impianti di grandi dimensioni). Ma a Venezia riaffiora anche l'opzione nucleare: lo sdoganamento arriva nientemeno che da James Lovelock. Tuttavia, avverte Rubbia, per costruire centrali di nuova concezione (cosiddette "pulite" ovvero a radioinquinamento basso) occorre attedere venti o trent'anni. Per non parlare della fusione nucleare (quella sì che sarebbe LA soluzione)... Troppo, decisamente troppo tempo. La soluzione più ragionevole consiste nel combinare il solare con le altre fonti rinnovabili, geotermico, eolico, biomasse, idroelettrico, a seconda delle situazioni. E ridurre gli sprechi.

20 settembre 2007

A Venezia si riparla di energia

venezia fordazione veronesi Energia, tema di scarso interesse per la politica italiana, tranne quando scarseggia. Lo hanno ripetuto con forza i relatori intervenuti ieri ai lavori di apertura della terza conferenza mondiale sul futuro della scienza, organizzata dalla fondazione Veronesi. Il tema di quest'anno, la sfida energetica, si dovrà imporre con forza nelle agende dei governi. Ne è convinto l'oncologo Umberto Veronesi: "Lo strumento sarà una Carta di Venezia per l'energia che conterrà punti concreti e ineludibili".
Ne va della salute del pianeta Terra, e della nostra.
Andrea Mameli, Venezia Isola di San Giorgio Maggiore, 20 settembre 2007

19 settembre 2007

La scienza riscopre la rivolta dell’oggetto

L’Unione Sarda, Inserto Cultura Estate Pagina VI, 19 settembre 2007
Artefatti “sovversivi” e bussole culturali nel libro del sociologo Mongili

Un tentativo di aprire al pubblico il tema della progettazione di dispositivi tecnologici “Gli Europei, la scienza e la tecnologia”, sondaggio commissionato dalla Commissione Europea nel maggio 2001, mise in evidenza una serie di contraddizioni: fiducia, speranza, incertezza, scarso interesse, paura. Nel dicembre dello stesso anno la Commissione approvò il Piano d’azione “Scienza e società”, ovvero la strategia destinata a rendere la scienza più accessibile ai cittadini attraverso 38 azioni concrete. A distanza di sei anni si è aperta una nuova stagione di critica dell’esistente nella quale la diffusione della cultura scientifica e tecnologica è lo strumento centrale. Su queste basi si è aperto il dibattito sulla necessità, in una società come la nostra, definita non sempre a ragione “della conoscenza”, di una sempre maggiore consapevolezza del ruolo della ricerca. Il primo convegno dell’Associazione Italiana di Studi Sociali su Scienza e Tecnologia (STS Italia) svoltosi a Cagliari nel giugno 2006, affrontò proprio il nocciolo di questa discussione: “Le forme dell’innovazione tra società e tecnoscienza”.
Un recentissimo saggio di Alessandro Mongili (docente di Sociologia e Sociologia della tecnica all’Università di Cagliari e presidente STS Italia) - Tecnologia e società (Carocci, 2007, 128 pagine, euro 9,50) - tenta di offrire una bussola e una mappa per orientarsi in questo territorio. Una bussola per individuare quattro punti cardinali: il legame tra macchine, persone e testi; l’analisi dell’evoluzione degli oggetti; lo studio della progettazione degli oggetti (che contiene il progetto dei loro usi e dei loro contesti); l’osservazione dei rapporti tra umani e non umani. Una mappa per orientarsi tra insiemi di classificazioni e di standard condivisi, e per risonoscere il valore del contesto: «Un artefatto - scrive Mongili - si diffonde nello spazio e dura solo grazie all’azione collettiva continua di una rete di attori, e questo produce come esito finale la trasformazione, dell’artefatto, della struttura interpretativa e dell’insieme di relazioni sociali connesso, in una scatola nera che non muta più, la cui apertura è impedita dalla sua naturalizzazione». Mongili sottolinea anche altri aspetti, come il rapporto tra chi crea e chi consuma: «Ogni programma d’azione si trova di fronte utenti da educare all’uso di un nuovo oggetto, cui le macchine sono incapaci di dare risposte. Gli stessi oggetti tecnici, spesso, non rispondono adeguatamente al programma d’azione: ad esempio si guastano, si surriscaldano, si avviano lentamente, i software si installano male, ecc».
Sono questi comportamenti sovversivi (come li definisce il filosofo e antropologo francese Bruno Latour) a restituire importanza al percorso di ripensamenti, interruzioni e fallimenti che si cela dietro ogni risultato tecnologico di rilievo. Un’altra importante sottolineatura è sul concetto di traduzione: «L’esistenza tecnica - scrive Mongili - corrisponde a un lavorio costante di manutenzione, modifica, costruzione di alleanze e disciplinamento del dispositivo tecnico che ne accompagna tutta l’esistenza e che ne mette in pericolo l’assetto originario». Scienza e tecnologia, è l’assunto, agiscono come traduzioni di artefatti.
Ma forse il merito principale del saggio è nel tentativo di aprire a un pubblico vasto la discussione sulla progettazione, la creazione e l’uso dei dispositivi tecnologici, senza correre il rischio di esaltarne i contenuti: «Il carattere spettacolare delle tecnoscienze, così cruciale per la loro divulgazione, non dovrebbe contagiare l’analisi sociologia».
Andrea Mameli

17 settembre 2007

E Philo inventò la TV

Philo Taylor Farnsworth
Nella storia spunta anche un sardo
L'Unione Sarda, Inserto Estate Cultura, Pagina V
17 settembre 2007
Andrea Mameli

Il 7 settembre 1927, sette anni dopo averlo immaginato, Philo Taylor Farnsworth riuscì a realizzare la prima immagine televisiva. Philo, appena ventunenne, con il suo Image Dissector per la prima volta riesce a catturare una scena e a convertire la luce in impulsi elettromagnetici. È la data di nascita della prima immagine televisiva. Ma cosa è successo prima, per giungere a questo risultato? Per capirlo torniamo indietro fino al 1873, quando l’ingegnere inglese Willoughby Smith, impegnato a esaminare materiali per cavi telegrafici sottomarini, osserva che il selenio è sensibile alla luce: la conduttività elettrica aumenta al crescere della temperatura e dell'illuminazione. Da questa constatazione, subito pubblicata su Nature, hanno origine gli studi sulla fotoconduttività da cui nascono le prime fotocellule. Due anni dopo, negli Stati Uniti, George R. Carey prova a costruire un apparecchio televisivo che analizza l’immagine per mezzo di una serie di fotocellule e la ricrea illuminando una serie di lampadine. Si chiamava telectroscope, ma non andò oltre la creazione del contorno grezzo delle figure, sebbene Carey l’avesse descritta su Scientific American del 5 giugno 1880, in un articolo dal titolo Vedere per mezzo dell’elettricità. Nel 1881 il piemontese Carlo Mario Perosino costruì un sistema simile. Due anni dopo fu la volta del russo da Paul Gottlieb Nipkow con un apparato costituito da un disco di metallo sul quale erano praticati alcuni fori disposti a spirale in posizioni progressivamente più esterne. Poi un dispositivo elettrico convertiva le variazioni di luminosità correlate alle immagini in impulsi elettrici. Nipkow nel 1884 presenta il primo brevetto relativo ad un apparecchio per la visione a distanza (Fern-sehen). Ma tutte queste idee non vengono realizzate in pratica, per ostacoli costruttivi e difficoltà di reperire finanziatori. Poi viene la Prima guerra mondiale, che ruba energie e fantasia, e le intuizioni televisive sembrano scomparire per qualche anno.
Così, a sorpresa, il 7 agosto 1922 spunta un brevetto registrato a Los Angeles e firmato Augusto Bissiri. L’idea è quella di migliorare il disco di Nipkow ottenendo una serie di righe di luce poi convertite in segnali luminosi e ricreate in un sistema elettromeccanico di visione. Un cognome sardo non passa inosservato, allora si scopre che il Bissiri, nato a Seui il 10 settembre 1879, emigrò negli Usa, dove si distinse per creatività e inventiva, facendosi conoscere per le doti di disegnatore e di prolifico creatore di stupefacenti apparati. In un articolo del mensile Il Messaggero Sardo del giugno 1998 (intitolato “Augusto Bissiri inventore della televisione”) Giuseppe Deplano racconta che nel 1905 l’inventore sardo, invitato da una società d’ingegneria, si trasferisce a New York e l’anno dopo riesce a trasmettere una fotografia da una stanza a un’altra. Questo sistema di trasmissione d’immagini a distanza, consacrato da un brevetto presentato da Bissiri il 4 gennaio 1928 a Los Angeles, si potrebbe forse considerare come l’antesignano del Fax. Non sappiamo se la proto televisione di Augusto Bissiri funzionasse davvero, abbiamo scoperto solo che è morto a Los Angeles il 25 febbraio 1968. L’Unione Sarda del 22 maggio 1906 scriveva già di questo scienziato di ventura ante litteram: “Ai valorosi che, come il giovane Bissiri, per il bene dell’umanità si sacrificano, vada il nostro plauso e la nostra ammirazione”. A giudicare dal numero di brevetti registrati l’entusiasmo del quotidiano appare giustificato, ma le notizie su Augusto Bissiri e sul fratello Adriano (artista e cineasta, morto in Texas nel 1966) in Internet si limitano al sito sardegnaturismo.it che però indica la presenza di un documento nell’archivio dell’emigrazione di Casa Farci a Seui: d’altronde il locale Liceo Scientifico è intitolato a loro.
Philo the father of tv La prima televisione basata sul sistema di Nipkow fu ideata da un ingegnere scozzese, John Logie Baird, nel 1923 e divenne realmente funzionante due anni dopo.
Ci stiamo riavvicinando a quel fatidico 7 settembre 1927. Siamo di nuovo a San Francisco, dove Philo Farnsworth si era trasferito dallo Utah, e dove aveva allestito un laboratorio insieme alla moglie (scomparsa nel 2006, a 98 anni) e a due collaboratori. Quella mattina di 80 anni fa Philo crea la prima trasmissione di un'immagine completamente elettronica. Ma la sua avventura non è una passeggiata, scopre infatti che Vladimir Zworykin, emigrato negli Stati Uniti dopo la Prima guerra Mondiale, aveva brevettato l’invenzione nel 1923: l’iconoscopio (la telecamera) che registra le tonalità di luce sotto forma di impulsi elettrici, e il cinescopio (lo schermo) per mezzo del quale gli impulsi elettrici vengono riconvertiti in immagini. Ne nacque una lunghissima battaglia legale: c’era la data avanzata Zworykin ma mancavano prove della capacità del suo sistema di funzionare nel 1923. Fu decisiva la testimonianza di Justin Tolman, insegnante di chimica di Farnsworth, che ricordava i progetti di Philo, antecedenti a quella data. Nel 1934 l’Ufficio brevetti degli Usa accordò la priorità dell’invenzione a Farnsworth e la Rca (la multinazionale per la quale Zworykin lavorava) fu costretta a pagargli i diritti.
Ma la gioia durò poco: a causa della Seconda guerra mondiale furono sospese le vendite di apparecchi televisivi e dopo il 1945 la Rca riuscì a imporre il suo standard. Per Farnsworth fu un’amara lezione. Quel candido cuore d’inventore si spense l’11 marzo 1971. Forse era l’ultimo.