06 aprile 2008

Allarme diabete: in Sardegna è epidemia

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Medicina. I massimi esperti a confronto nella tavola rotonda che si è svolta ieri a Cagliari. Ha un tasso sei volte più alto rispetto alla media, ma questa malattia autoimmune si può curare
Se in una regione, negli ultimi 60 anni, una malattia cresce di oltre 15 volte all’anno e presenta un tasso sei volte più alto rispetto alla media nazionale, di cosa si può parlare se non di epidemia? La malattia è il diabete mellito di tipo 1 e la regione è la Sardegna. Per questo l’interesse degli esperti di malattie metaboliche, di genetica e di immunologia è da tempo puntato sull’isola. I risultati della ricerca e dell’innovazione diagnostica e terapeutica sono stati gli argomenti del convegno Il Diabete mellito di tipo 1, oltre il futuro , che si è svolto ieri a Cagliari. Al simposio, organizzato dall’associazione Diabete mellito e celiachia Sardegna (Adms) con la supervisione scientifica di Marco Songini, direttore della Struttura Complessa di Diabetologia dell’azienda ospedaliera Brotzu, hanno partecipato alcuni esperti di rilievo internazionale, di fronte a un pubblico numeroso e attento.
«La Sardegna», ha spiegato Marco Songini, «non solo si conferma una delle aree con la più elevata frequenza di diabete di tipo 1 a livello mondiale, ma dimostra anche un elevato rischio per altre patologie autoimmuni, in particolare la malattia celiaca e la sclerosi multipla. Questa situazione rende la Sardegna un osservatorio epidemiologico unico per comprendere le dinamiche alla base dell’autoimmunità. Lo sviluppo di strategie di prevenzione, che avranno lo scopo di impedire l’inizio dell’aggressione autoimmune o di interrompere la sua progressione verso la malattia conclamata, sono l’obiettivo delle ricerche più avanzate.»
Ma cosa significa malattia autoimmune e qual è il ruolo dei genetisti in questo campo? Lo ha spiegato Francesco Cucca, docente di Genetica Medica all’Università di Sassari e responsabile del Laboratorio di Immunogenetica di Sardegna Ricerche a Pula: «Il diabete di tipo 1 si definisce malattia autoimmune in quanto è lo stesso organismo a distruggere le proprie betacellule pancreatiche, determinando una seria carenza di insulina. Il diabete è comune nelle popolazioni europee e di origine europea e mostra la più alta incidenza al mondo in Sardegna e in Finlandia. Il rischio di malattia è determinato dall’azione congiunta di più varianti genetiche predisponenti, in parte identificate, in presenza di fattori ambientali permissivi ancora del tutto sconosciuti».
E proprio il fatto che il diabete non è causato da un gene solo rende particolarmente impegnativo lo studio degli aspetti predisponenti e di quelli protettivi: «In collaborazione con il Centro Sclerosi Multipla dell’Università di Cagliari, guidato da Maria Giovanna Marrosu, del progetto Progenia dell’Inn-Cnr, della Clinica Neurologia di Sassari e dei Centri di cura del diabete», ha spiegato Cucca, «stiamo analizzando 2 mila diabetici e altrettante persone affette da sclerosi multipla. Questo sforzo senza precedenti punta all’identificazione dei fattori genetici di rischio».
Massimo Pietropaolo (direttore del laboratorio di immunogenetica e del Centro di ricerca del diabete di tipo 1 di Ann Arbor, Michigan) ha sottolineato l’importanza della diagnosi precoce della malattia: «In Europa e negli Usa stiamo iniziando a usare marcatori che ci consentono di identificare l’80 per cento dei soggetti a rischio per poi sottoporli a strategie in grado di bloccare l’insorgenza della fase acuta della malattia».
Luca Inverardi (direttore del Centro di trapianto cellulare e del Centro di ricerca sul diabete della Miller School of Medicine, Miami, Florida) ha illustrato il trapianto di isole di Langerhans o isole pancreatiche: gruppi di cellule, presenti nel pancreas, specializzate nella produzione di ormoni, fra cui l’insulina. «Oggi», ha spiegato Inverardi, «effettuiamo i trapianti su persone con severe e frequenti ipoglicemie. Alcuni pazienti dopo il trapianto stanno benissimo, altri manifestano effetti indesiderati: i nostri sforzi sono rivolti alla riduzione delle complicazioni».
Ma la cura del futuro, per Massimo Trucco (direttore della Divisione di immunogenetica al Children’s Hospital di Pittsburgh, Pennsylvania), risiede nel potenziare le naturali capacità di risanamento: «Stiamo cercando di fare in modo che anche nel pancreas malato si possano generare quantità di insulina sufficienti. Siamo già al trial clinico».
Queste sono le frontiere più avanzate. Ma il presente, come sottolinea Per Paolo Pusceddu, Direttore della Struttura Complessa di Pediatria del Brotzu, è fatto ancora di scarsa informazione: «Se in famiglia si prestasse attenzione ai segni premonitori, come aumento della diuresi, crescita dell’appetito e della sete, dimagrimento, il riconoscimento della malattia sarebbe molto più precoce: servirebbe una grande campagna di educazione sanitaria e alimentare». Parere condiviso dal presidente dell’Adms, Francesco Pili: «Le difficoltà che si manifestano quando il bambino va a scuola dimostrano l’importanza della preparazione e dell’informazione: ci sarebbe bisogno di una campagna informativa, come fu fatto con successo anni fa per il favismo e la talassemia. La Sardegna può e deve essere in questo una regione pilota». Osservazioni raccolte dal direttore del Servizio assistenza ospedaliera e Osservatorio Epidemiologico Regionale, Giuseppe Sechi, il quale ha ricordato la recente introduzione, nel contratto dei medici di base, dell’assistenza integrata ai diabetici.
ANDREA MAMELI
Domenica 6 aprile 2008. L’Unione Sarda, Cultura, Pagina 56