01 maggio 2015

Raccontare il mondo delle disabilità visive


La conoscenza che noi abbiamo del mondo passa attraverso i sensi e le persone che abbiamo intorno.
La trasmissione di questa conoscenza agli altri richiede anche l'impegno a raccontare il nostro mondo. Un impegno che coinvolge ancora una volta i sensi e le persone che abbiamo intorno.
E se il protagonista del racconto è una persona con disabilità visive o una persona che gli vive (o lavora) intorno, allora l'impegno a raccontare si arricchisce di uno sforzo ulteriore. Uno sforzo nobile, che può aiutare a far capire mondi di cui, spesso, si ha scarsa conoscenza. A tutto vantaggio del comune senso di civiltà.
“Ti racconto il mio mondo” è un progetto della onlus Retina Italia che nasce dall’esigenza di far conoscere il mondo di un disabile della vista attraverso i racconti di chi vive questa patologia in prima persona e delle persone che la circondano. 
La onlus Retina Italia è attiva nel sostegno alla ricerca scientifica per l’individuazione delle cause, della cura e della prevenzione delle distrofie retiniche ereditarie, della Retinite Pigmentosa, delle degenerazioni maculari, delle distrofie retiniche ereditarie e di altre patologie che determinano ipovisione e cecità.
Ti racconto il mio mondo si rivolge a persone con disabilità visiva, parenti, amici e operatori del settore. 
Racconti, poesie, aneddoti, disegni e fotografie, in modalità testuale, visiva e audio, devono essere inviati e-mail entro il 30 Giugno 2015 all'indirizzo: setsicilia15@retinaitalia.org


30 aprile 2015

Memoria e dolore salvati dall'arte di Vittore Bocchetta (Raffaella Venturi, L'Unione Sarda, 29 Aprile 2015)

Memoria e dolore salvati dall'arte di Vittore Bocchetta (Raffaella Venturi, L'Unione Sarda, 29 Aprile 2015) 

E quando non ci saranno più voci come questa, di Vittore Bocchetta, 96 anni, a dirci, ancora una volta, cosa è accaduto, di quale abominio si è trattato? A dirlo fino in fondo, con particolari agghiaccianti, la baracca con le pile di corpi congelati, la zuppa di bucce di un compagno morto su cui si buttavano tutti, gli zoccoli rubati e scalzo, su neve e fango, alla fine, preferisci lasciarti morire. Esistono interviste, video, libri ma ascoltare dal vivo la voce di chi si è sentito più volte morto, di chi ha vissuto la fame come malattia, sentire una voce raccontare queste cose, ci mette corpo a corpo con la Storia e la sua risacca. In altri mari, con altre modalità. Ma sempre orrore che ritorna. Ecco perché la mostra “Vittore Bocchetta. Vita e arte di un antifascista”, a cura di Emanuela Falqui, inaugurata venerdì scorso, vigilia della Liberazione, al Ghetto di via Santa Croce, a Cagliari, è una mostra importante, che propone riflessioni e chiede raccoglimento, ascolto.
Ci fossero tutte le scuole, per esempio, il 2 maggio, alle 18, ad ascoltare proprio lui, questo signore distinto, nel volto le stigmate della sofferenza, nella voce la rotondità dell'accento veronese, perché, dopo la nascita, nel 1918, a Sassari, e l'infanzia trascorsa in Sardegna, è a Bologna poi a Verona che la sua famiglia si trasferisce. Incontro organizzato da Emanuela Falqui, Andrea Mameli e Alberto Bocchetta (e promosso da A.N.P.I. Comitato Provinciale di Cagliari, Comitato 25 aprile, U.P.S. Unione Autonoma Partigiani Sardi, ANPPIA Cagliari, Asibiri) che farà ancora una volta scendere negli inferi di quel «quinquennio infame», dal 1940 al '45, uno dei pochi che ce l'ha fatta a risalire e raccontarci tutto, per restituire verità, in nome di «una rivendicazione, una ribellione, una resistenza ancora...».
Soprattutto perché a Bocchetta non piacciono affatto i revisionismi. Non accetta transazioni. Tanto che, deluso, dopo il 25 aprile del '45, dalla mascheratura e dal riciclo di molti fascisti, fa domanda di espatrio in Argentina, per poi approdare a Chicago. Difficile tenere il bandolo di una vita di questa caratura esistenziale e creativa, di questo indomito anelito alla giustizia sociale, alla libertà, alla democrazia. Tutto inizia con uno schiaffo, a ventidue anni. Due squadristi ubriachi lo puniscono perché ha osato parlare durante la lettura del bollettino. Questo schiaffo, seguito da sei mesi di sorveglianza vigilata, dà patente di antifascista a Vittore Bocchetta. Poi c'è il rifugio sotto un grande abete, quello dove riesce a nascondersi, con un compagno francese, durante la marcia della morte. In mezzo ci sono i campi di concentramento di Flossenburg e Hersbruck e quei «racconti per non dimenticare». E dopo, dopo il rifugio dentro l'abete, con le SS che davano la caccia col cane a quei due prigionieri in meno all'appello, dopo c'è di nuovo la vita, che si fa riconoscere, che si fa altra. E alta. Perché questo antifascista era anche un artista dentro, che aveva dovuto abiurare a studi d'accademia per assecondare la famiglia: maturità classica a Cagliari e laurea in Lettere e Filosofia a Firenze. Ecco l'altra metà della mostra in corso: dipinti e sculture di Vittore Bocchetta, che da quando emigra a Buenos Aires, nel '49, inizia a lavorare in una fabbrica di ceramiche, scoprendo l'innata attitudine nel modellare l'argilla, attitudine che sfocerà in una più ampia ricerca sculturea. Dipinge, progetta monumenti, fonde il bronzo, leviga marmi, mentre migra in Venezuela, per lasciare la dittatura di Peròn, poi, dal '58, a Chicago, per lasciare quella di Jìmenez. Torna a Verona a fine anni '80.
Di questa febbrile ricerca per dare forma alla memoria parlano le opere in mostra: le figure in bronzo sono incubi e deflagrazione del corpo, quelle dipinte sono spesso volti senza sembiante, figure di fantasmi.
È con l'arte che questo straordinario testimone della Storia ha salvato la sua memoria per consegnarcela intatta, fra opere e racconti. Come farà sabato 2 maggio alle 18 e come fa questa imperdibile mostra.
Raffaella Venturi

27 aprile 2015

Il 6 Maggio riparte Oltre le barriere, seconda stagione. Sempre su Radio X

C'è qualcosa nel mezzo radiofonico, nel parlare al microfono, che esercita su di me un un fascino irresistibile. Con il collega e amico Andrea Ferrero abbiamo deciso di raccogliere un nuovo ciclo di interviste e nel giro di pochi mesi è nato il secondo ciclo di Oltre le barriere. Radio X ha confermato la tradizionale ospitalità e Mercoledi 6 Maggio, alle 20:00, saremo di nuovo in onda!


26 aprile 2015

"Aspirina per Hitler" di Vittore Bocchetta: "ottenere il controllo chimico industriale del mondo"

"The United States of America vs. Carl Krauch, et al" era uno dei 12 procedimenti giudiziari secondari del grande processo di Norimberga.
Nel banco degli imputati i dirigenti della IG Farben (abbreviazione di Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG) il cartello dell'industria chimica tedesca accusato di sfruttare i prigionieri di Auschwitz-Monowitz (tra i quali Primo Levi).
Ho scoperto questa storia grazie a un libro di Vittore Bocchetta: Aspirina per Hitler. Le industrie chimiche tedesche e il nazismo ai processi di Norimberga (Tamellini Edizioni, 2012).
Il cartello IG Farben (composto da Basf, Bayer, Hoechst, Agfa, Cassella, Calle) nacque a Francoforte sul Meno nel 1904.
"All'inizio della Prima Guerra Mondiale la Germania possedeva 15 mila fabbriche di prodotti chimici e dominava il 75% del mercato chimico mondiale."
Tra i frutti di questa gigantesca operazione industriale a sfondo scientifico, ricordiamo: l'aspirina, il metadone (inizialmente chiamato Dolofina, in onore di Adolf Hitler), i sulfamidici, l'atebrina (antimalarico).
L'Eroina (Heroin) fu sintetizzata in laboratorio nel 1897 da Felix Hoffmann, chimico della Bayer; mediante l'acetilazione di Morfina. Fu sempre Hoffmann a realizzare l'acetilazione dell'acido salicilico da cui ottenne l'Aspirina.
Anche il Zyklon B, l'insetticida del quale la IG Farben deteneva il brevetto, tristemente noto come l'assassino invisibile dei campi di concentramento, era prodotto dalla Degesch (Deutsche Gesellschaft für Schädlingsbekämpfung) società la IG Farben possedeva il 42,2%.
Ma in questo libro Vittore Bocchetta non si limita a elencare fatti processuali e risultati industriali e va oltre: “Fin dal 1943 nelle alte sfere intorno a Hitler si parlava apertamente di un'arma segreta tedesca, che avrebbe condotto il Terzo Reich alla vittoria più sorprendente. L'arma segreta c'era, infatti, chimica, reale e terribile, e IG ne teneva le chiavi”.
Dalle ricerche IG intorno agli insetticidi e ai gas nervini si ottennero il Sarin (N-Stoff) e il Tabun (Agenti N) la cui potenza distruttiva era tale chr sarebbe bastato un barile per uccidere ogni forma di vita in una città come New York. “Alla fine del 1944 Otto Ambros, direttore chimico di IG e ufficiale ad honorem delle SS per precedenti ricerche, fu convocato dal Führer per chiarire le possibilità d'impiego del Tabun."
Nel 1941 la IG Farben costruì una gigantesca industria chimica accanto al campo di concentramento di Auschwitz. Per la precisione sottocampo Auschwitz III o Buna-Monowitz (il nome BuNa comprende le prime due lettere del butadiene, la base per la gomma sintetica, e il nome chimico del Sodio).
L'obiettivo principale era la produzione di combustibili liquidi e gomma dal carbone. La ragione principale per la costruzione del complesso industriale Buna Werke in quel luogo era la forza-lavoro schiava dei vicini campi di Auschwitz e Birkenau: nel 1944 questa fabbrica poteva contare sulla manodopera gratuita di 83.000 persone. I dirienti della IG Farben concordarono con le SS le tariffe per ogni prigioniero.
L'ultima parte del libro di Bocchetta è dedicata alle persone usate come cavie (TP: Test Persons) nei campi di concentramento. "L'immolazione di migliaia di TP ha sortito un risultato sensazionale, sia per quanto riguarda i farmaci benefici, sia per quanto concerne quelli formulati per uccidere. La ricerca scientifica di IG, che si è occupata di ogni possibile applicazione terapeutica dei propri prodotti, non è stata limitata al campo farmacologico, ma ha anche sondato con grande successo il cupo mercato della morte. La ragione evidente non è stata tanto quella di aiutare Hitler a vincere la guerra, ma quella di ottenere il controllo chimico industriale del mondo".
Vittore Bocchetta, scampato ai campi di concentramento, utilizza le arti di cui è padrone (la scrittura, la pittura, la scultura) per mantenere viva la memoria di quegli anni. Ma con Aspirina per Hitler la ricerca di Bocchetta supera le sue vicende personali e approda ai grandi perché. E ne trova più di uno.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 26 Aprile 2015