12 ottobre 2005

Balzani, più scienza significa più pace (L'Unione Sarda, 12 ottobre 2005)

Balzani, più scienza significa più pace Una società disattenta agli sviluppi della scienza non può essere una società attenta alle problematiche del mondo. Ne sono convinti gli organizzatori di "Scienza di guerra, scienza per la pace", un fitto calendario di conferenze e dibattiti, spettacoli e animazioni fino al 26 novembre. La manifestazione, organizzata dal comitato "Scienza società scienza", ha lo scopo di avvicinare la scienza ai cittadini, partendo dai più giovani. «Le associazioni dei docenti di fisica, matematica, chimica e scienze naturali - ha sottolineato Carla Romagnino, presidente del comitato - hanno fornito un contribuito rilevante all’organizzazione di questa manifestazione insieme a molte scuole cittadine e alle istituzioni coinvolte». L’iniziativa nasce anche con il desiderio di aiutare a scegliere i futuri studi. «Servono condizioni fertili per attrarre ragazzi desiderosi di dedicare la loro vita alla scienza», ha ricordato il preside della facoltà di Scienze, Roberto Crnjar. 
Ieri il primo incontro dedicato al tema "Scienza e pace", nell’aula magna di Architettura. Vincenzo Balzani, docente di chimica all’università di Bologna, è subito entrato nel vivo: «La pace è un valore, assoluto, che riguarda la vita di tutti, proprio come la scienza».
Ma come definire esattamente scienza e pace?
«La scienza è un’attività umana che usa la ricerca per produrre conoscenza su com’è fatta la realtà, come funziona il mondo, ma anche come si può inventare qualcosa che in natura non esiste. Il tutto in modo rigoroso, oggettivo e non dogmatico. Per pace invece io intendo una condizione che si espande in cerchi concentrici, dalla condizione del singolo, alla famiglia, alle comunità locali, fino ai rapporti fra le nazioni. Ecco perché, comunque la si pensi, c’è molto bisogno di pace e di scienza. Un bisogno inestinguibile, perché la consapevolezza delle situazioni di disagio e di sofferenza cresce e parallelamente le domande sulla natura diventano sempre più impegnative e difficili. Tuttavia bisogna tenere presente che la conoscenza profonda della natura introduce modifiche nella realtà, dalla meccanica quantistica alla medicina, alle indagini antropologiche su civiltà viventi».
Altra cosa è l’applicazione del sapere scientifico, ha spiegato Balzani: «Scopo della tecnologia è realizzare sistemi, macchine, prodotti, in grado di mettere a frutto la conoscenza. Tutte le innovazioni possono avere risvolti negativi, secondo come vengono dirette. Pensiamo alle macchine per seminare il grano, a un certo punto alcune fabbriche le hanno modificate per seminare mine antiuomo. E pensiamo agli sviluppi futuri: sensori interni al nostro corpo pronti a diagnosticare qualsiasi malattia, cervelli in perenne contatto con i computer, nanotecnologie in campo medico, eccetera».
Dov’è allora il limite?
«Mentre nel caso della tecnologia appare evidente la necessità di indirizzare, non sembra logico porre dei limiti alla scienza, che per definizione ha diritto di esplorare per conoscere. Ma per sapere occorre agire, e questo agire porta inevitabilmente alla responsabilità di assumere determinate conseguenze, in campo morale, materiale, culturale, allora anche la ricerca pura in fondo non è completamente libera. Anche in tema finanziamenti: se viene deciso di assegnare milioni di euro o di dollari a un progetto, significa che ad altri progetti potranno essere destinati meno fondi. Le scelte operate dal potere politico sono scelte determinanti. Inoltre è difficile imporre scale di priorità o regole cui attenersi vista la velocità impressionante alla quale tutto cambia attualmente».
Come comportarsi allora?
«Innanzitutto - ha concluso Balzani - io sostengo che più si sviluppa la scienza, più si sviluppa la pace, esorto quindi i ragazzi a interessarsi alla scienza. Poi incoraggerei gli insegnanti a esporre gli sviluppi più avanzati e a raccontare la storia della scienza in maniera non neutrale, facendo così emergere che un laser o una sostanza radioattiva possono essere usate bene, in campo sanitario, o male, come armi».
Andrea Mameli
L’Unione Sarda, Pagina 42 – Cultura, 12 ottobre 2005