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Venezia: Medico della Peste e Gnaga in salsa steampunk, Squid Game, Salvador Dalì. Il fascino di un Carnevale senza tempo

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Ritornare a Venezia è sempre piacevole. Niente auto, niente stress, tutto più o meno a portata di mano. Per la prima volta vedo questa magnifica città durante il Carnevale. E ho visto maschere in vendita ovunque: nelle bancarelle ci sono centinaia di modelli "Made in PRC", copie di quelle fatte a mano dagli artigiani (i maschereri, attivi dal 1436). In alcuni negozi trovi quelle originali: è facile riconoscerle perché costano molto di più e perché dentro quei negozi è vietato fotografare e ovviamente viste da vicino sono molto più belle di quelle costruite in serie. Ho visto le maschere della commedia dell'arte e le maschere tradizionali: la Baùta (il più tipico costume di Venezia, composto da maschera, “tricorno” e il mantellino chiamato tabarro), la Gnaga (la gatta), il Medico della peste (con il suo lungo naso) e il Volto (probabilmente la maschera più diffusa). Ho poi notato che a queste se ne sono aggiunte altre: i teschi messicani, gli elmetti neri di Squid Game, il...

Tra storie, cure e cartelle parallele. Il fascino della Medicina Narrativa

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Conosciamo tutti uno strumento della pratica ospedaliera che prende il nome di Cartella Clinica . Uno strumento di comunicazione, una raccolta sintetica di dati sanitari (risultati di esami e di ricerche diagnostiche), di diagnosi e cure; ha valore giuridico (è un atto pubblico, dotato di efficacia, redatto da un pubblico ufficiale); è utile per la prevenzione degli eventi indesiderati; consente l'esercizio di diritti; permette alle strutture sanitarie di monitorare (e giustificare) le spese. I requisiti fondamentali della cartella clinica sono sei: accuratezza, chiarezza, completezza, pertinenza, rintracciabilità, veridicità. Bene, ma allora è un documento perfetto? Per la medicina ispirata al dualismo cartesiano, che vede il corpo e la mente come due mondi separati, sì. Ma se pensiamo a tutto il resto, come la percezione che i pazienti (e i loro parenti) hanno della malattia), tutto il vissuto soggettivo del paziente e dei familiari, le aspirazioni di guarigione, le paure, allora...

Il fotografo e il medico. Eroi dell’era nucleare

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Il 10 agosto 1945 Yosuke Yamahata fu incaricato dal comando militare nipponico di fotografare una città bombardata. Non era un evento raro, di quei tempi, ma la distruzione che restò impressa in quelle foto aveva qualcosa di eccezionale. Del resto erano passati solo tre giorni dalla distruzione di Hiroshima e pochi giapponesi sapevano cosa stava succedendo. Yosuke Yamahata attraversò a piedi Nagasaki in lungo e in largo, per 8 ore di fila. E nel primo pomeriggio consegnò 117 scatti. Quel Torii, il portale del tempio scintoista, che si staglia sopra la sterminata distesa di macerie è diventato uno dei simboli della devastazione atomica. Il nome della bomba al plutonio fatta esplodere 2 minuti dopo le 11 del 9 agosto era “Fat Man” (“Ciccione”) in base alla regola non scritta secondo la quale più la bomba era distruttiva e più il suo nome deve essere spiritoso. I suoi effetti furono devastanti: 73.884 morti, 74.909 feriti, 1.929 dispersi, come recita il bollettino di guerra defininivo, ...