06 agosto 2009

Dagli oggetti all'Internet delle cose. Stefano Sanna spiega Arduino (Archimede webmagazine, 6 ago. 2009)

Un piccolo oggetto costruito con pochi componenti elettronici ma pronto a dialogare con qualsiasi apparato dotato di un minimo di intelligenza. È Arduino: una piattaforma di prototipazione open source, semplice e adatta anche a hobbisti, designer, artisti, ideata nel 2005 da Massimo Banzi, David Cuartielles, Tom Igoe, Gianluca Martino e David Mellis, all'Interaction Design Institute di Ivrea. Ne abbiamo parlato con Stefano Sanna, programmatore in una importante software house di Roma specializzata nello sviluppo di applicazioni per telefoni cellulari (dopo 7 anni come ricercatore al CRS4).
ARCHIMEDE WEBMAGAZINE


gerdarduino

04 agosto 2009

Il mondo in riva al mare (L'Unione Sarda, Cultura Estate, 4 agosto 2009)

Stefano Sanna spiega Android
(L'Unione Sarda, Cultura Estate, 4 agosto 2009)
Lo sviluppatore di software Stefano Sanna spiega Android, il nuovo "cervello open" che rende intelligenti i telefoni cellulari
Portare il lavoro in vacanza: per alcuni condanna, per altri lusso. Per altri ancora autentica ossessione, come accade a chi ha sposato un (o una) manager: negli Usa la circostanza ha già dato origine a separazioni e divorzi. Per indicare la nuova forma di dipendenza (digitale) è stato coniato il termine “tecnostress” e sono attive le prime comunità per aiutare a disintossicarsi dal cellulare.
Nonostante ciò la possibilità di raggiungere un amico o un collega via e-mail in ogni momento può essere al contrario fonte di serenità. Senza contare la risoluzione di innumerevoli problemi: con Google, e svariate mappe stradali, nel palmo della mano, trovare un ristorante o una guardia medica è molto più semplice. Ecco che la tecnologia, ancora una volta, offre nuove soluzioni a vecchi problemi e lo fa, come sempre, in posizione neutrale. Il cellulare intelligente, lo smart phone che si collega a Internet sempre e ovunque, può certo creare stress e ma può anche far uscire dai guai. Cerchiamo di capire come funziona uno degli ultimi arrivati: Android.
Dopo il successo planetario del cellulare Apple, il celebre iPhone, nasce uno smart phone il cui cervello si basa su sistemi aperti, non proprietari. Per capire il valore e l'entità di questa novità abbiamo interpellato un esperto, Stefano Sanna, sviluppatore di software per telefoni cellulari per un'importante società italiana e tra i primi autori italiani di software per Android.
Sanna, sangavinese di nascita e romano d'adozione, ha realizzato la prima libreria pubblica per usare Bluetooth su Android e ha scritto un libro sulla programmazione dei cellulari “Java Micro Edition, Sviluppare applicazioni network-oriented per telefoni cellulari e PDA” (Hoepli, 2007) adottato come testo in alcuni corsi universitari.
Cosa è questo Google Android e cosa lo distingue dagli altri ambienti?
«È un ambiente operativo per telefoni cellulari, ovvero l'insieme di software installato sul terminale e degli strumenti di sviluppo che consentono di scrivere applicazioni personalizzate. Si tratta di un progetto ambizioso: dal punto di vista ingegneristico è all'avanguardia e molto potente, inoltre è totalmente opensource, ovvero il codice sorgente è stato reso disponibile alla comunità degli sviluppatori. Android viene sostenuto, oltre che da Google, da una cordata alla quale partecipano i principali attori del mercato ICT, non necessariamente legati alla telefonia mobile. Basato su Linux e Java, Android nasce come alternativa aperta e royalty-free ai sistemi proprietari, quali Windows Mobile e Symbian».
Apple ha rivoluzionato il mercato delle applicazioni per telefoni cellulari. Android si inserisce in questo solco?
«A parte l'interfaccia innovativa multitouch e l'approccio “Mac”, ovvero design perfezionista e cura maniacale dei particolari, l'iPhone ha portato due rivoluzioni fondamentali nel mondo della telefonia mobile: l'App Store, il catalogo online di programmi per iPhone, e l'uso sistematico della connettività UMTS. L'utente ha imparato, per così dire, che un terminale mobile ha valore se può essere personalizzato con le applicazioni che gli occorrono, distribuite attraverso un ricco catalogo, e se lo smartphone può dare accesso ai servizi Internet con continuità. Android va in questa direzione: l'Android Market offre migliaia di applicazioni gratuite e a pagamento, e il sistema offre una ricca collezione di utility preinstallate che consentono di accedere in maniera semplice e completa ai servizi di Google: email, contatti, motore di ricerca, maps. Rispetto alla proposta Apple, Google ha fatto di Android un sistema aperto, i cui codici sono a disposizione di chiunque voglia realizzare un dispositivo. In questo senso, dunque, Android non è un semplice sistema operativo ma un ecosistema, la cui ricchezza e importanza potrà misurarsi con il numero di aziende che decideranno di investirvi. Per solo HTC e Samsung hanno in catalogo terminali Android, ma altri nome quali Sony-Ericsson e Motorola hanno annunciato nuovi prodotti compatibili».
Uno dei due avrà la meglio sull'altro o rispecchiano clientele diverse?
«Ricco catalogo di applicazioni e connettività flat sono due costanti che non verranno meno. iPhone e Android hanno clienti diversi: il primo è trendy, il secondo più tecnologico: geeky. Non credo che uno prevarrà sull'altro, ma saranno espressione di due segmenti di mercato. Verosimilmente l'iPhone resterà scuola di nuove modalità di interazione, mentre Android si candida ad essere il sistema che vedremo installato sui computer di bordo delle autovetture, nei dispositivi multimediali portatili o sui netbook. Sempre che Apple non decida di entrare anche su questi mercati».
ANDREA MAMELI

03 agosto 2009

Rowan, in sella contro l'autismo (L'Unione Sarda, Cultura Estate, 3 ago. 2009)

rowan
Un caso letterario insolito per una storia vera. Pubblicato in Inghilterra a inizio anno, Horse Boy (Rizzoli, 2009, 387 pagine, 21 euro) è stato subito tradotto in 16 lingue, facendo capolino nella prestigiosa “lista dei best seller” del New York Times e conquistando i lettori con il fascino tipico dei viaggi in terre sconosciute. L’autore, Rupert Isaacson, londinese di nascita e texano d’adozione, scrive guide turistiche e articoli per il National Geographic. Attivista per i diritti delle popolazioni tribali, Isaacson è anche un profondo conoscitore dei cavalli, avendoli addestrati per anni. La storia è quella di un bambino, Rowan, cui viene diagnosticato l’autismo, e di un padre (lo stesso Rupert Isaacson) che si trovano a lottare, con l’aiuto della madre del ragazzo, Kristin, contro le mille difficoltà di comunicazione e di comportamento tipiche dei disturbi pervasivi dello sviluppo. Ma quando Rupert porta il bambino a cavalcare accade qualcosa di inatteso: Rowan parla, mostra emozioni e sentimenti, si diverte. In sella a Betsy il bambino sembra trovare una finestra verso il mondo che lo circonda, altrimenti drammaticamente inaccessibile. Da quel momento inizia un percorso che porterà la famiglia a intraprendere un viaggio nei luoghi che alcune migliaia di anni fa assistettero alla prima domesticazione del cavallo: le steppe della Mongolia del nord. Horse Boy piace anche perché è una metafora della lotta quotidiana in favore della reciproca comprensione, quella che quotidianamente viene combattuta da genitori impegnati in un delicato rapporto - insieme educativo e affettivo - con i propri figli. E poi c’è l’incontro tra culture lontane. Come tra la mongola e quella, cosiddetta, occidentale. Così gli eredi di Gengis Khan diventano i migliori compagni di un viaggio impegnativo e non privo di colpi di scena: quello che porta gli Isaacson dalla capitale della Mongolia fino al territorio del Popolo delle renne, ai confini con la Siberia.
Il libro, che ha incassato il sostegno della Autism Society of America, ha anche il pregio di rivelare aspetti imprevisti del rapporto tra umani e animali. E nell’affrontare le relazioni tra autistici e animali Isaacson offre spazio a Temple Grandin: biologa, docente di comportamento animale alla Colorado State University.
Isaacson, che reazioni le arrivano?
«Riceviamo domande su come organizzare cavalcate terapeutiche o storie simili di bambini che hanno tratto giovamento dai cavalli, dagli animali e dalla natura in genere. Le critiche piovono da chi non ha letto il libro o non ha visto il video e pensano che noi parliamo di “curare l’autismo con i cavalli” o “lo sciamanesimo guarisce l’autismo”. Chiamente noi non affermiamo mai nulla di simile. Rowan è tuttora autistico, ma ha perso tre delle disfunzioni che minavano fortemente la sua qualità della vita: l’incontinenza, gli scatti di collera, l’incapacità di farsi degli amici».
Il migliore ricordo del viaggio in Mongolia?
«Quando Rowan impara a fare i bisogni da solo il giorno seguente all’incontro con lo sciamano del popolo delle renne».
E il peggiore?
«Il rifiuto, temporaneo, dei cavalli da parte di Rowan all’inizio del viaggio».
Avete incontrato ancora Temple Grandin? Cosa pensa della vostra esperienza?
«Si. Temple Grandin è un’ottima amica e ha sostenuto il nostro viaggio fin dall’inizio. Essendo una scienziata non ha un’opinione sugli sciamani. Ma individua nel movimento ondulatorio tipico della cavalcata l’interruttore di accensione nel cervello dei recettori dell’apprendimento e delle ossitocine: gli ormoni dello star bene. Questi effetti combinati mettono il bambino nelle condizioni ottimali per imparare e memorizzare. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa di non razionale, nella comunicazione tra le persone con bisogni speciali e i cavalli, che non è ancora spiegata».
Voi incoraggiate i genitori a ascoltare i loro figli, anche senza Mongolia e senza cavalli?
«Se gli interessi di Rowan fossero stati treni a vapore e biciclette, allora la nostra storia avrebbe seguito treni a vapore e biciclette. L’elemento importante è ascoltare i figli, senza temere di infrangere le regole».
ANDREA MAMELI