02 settembre 2009

Alla ricerca dell'Ascalaphus (L'Unione Sarda, 2 settembre 2009)


Da quattro anni il territorio di Porto Pino è meta di entomologi di tutto il mondo. Cercano un insetto per fotografarlo e studiarne le abitudini. Un Neurottero del genere Ascalaphus, nuovo per l'Europa e finora noto solo dell'Africa e dell'Asia meridionale. Nel 2005, in un articolo intitolato “Nuovi Insetti di Sardegna”, pubblicato sul sito ScienzaOnline, l'entomologo Roberto Antonio Pantaleoni scriveva: «Si era sulle tracce dell'insetto grazie ad alcuni indizi raccolti negli ultimi dieci anni, e ancora una volta la Sardegna si è dimostrata uno scrigno di ricchezze naturali. L'Ascalaphus è passato sempre inosservato perché vola solo un paio di ore al giorno al momento del crepuscolo. Si tratta di specie rara e poco frequente, sono stati raccolti infatti, nonostante un notevole sforzo, pochissimi esemplari».
In Africa l'Ascalaphus vive lungo le rive dei “chott” (i laghi salati predesertici) e degli allagamenti temporanei. Il suo habitat è la vegetazione che circonda gli stagni costieri. Un habitat che l'uomo ha distrutto quasi ovunque. Pantaleoni è sempre alla caccia dell'Ascalaphus. Lo studia con la sezione di Sassari dell'Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del CNR, di cui è responsabile, e ha contatti con studiosi internazionali. Come i ricercatori dell'Università e del Museo di Storia Naturale di Vienna, massimi esperti mondiali di Neurotteri.
A quali conclusioni siete giunti?
«A Sassari - spiega Pantaleoni - stiamo studiando le morfologia e la biologia delle larve, ma il poco materiale raccolto non ci permette ancora di confermare, e di divulgare, le interessantissime osservazioni che abbiamo fatto. A Vienna invece avrebbero dovuto definire l'identità della specie, e soprattutto se si tratta di specie nuova o già nota. Purtroppo il concetto di specie già note è risultato piuttosto complicato da applicare a questi insetti. Infatti il materiale africano, che deve essere confrontato con il nostro, è disperso nei musei di tutto il mondo e le descrizioni originale delle specie sono molto vecchie e spesso approssimative. Inoltre, anche se può sembrare incredibile non abbiamo ancora un nome!»
Quante specie di insetti sono state scoperte in Sardegna?
«Su questo stiamo completando una “mostra-ricerca” che sarà pronta nel prossimo autunno-inverno. Negli ultimi 10 anni in Sardegna sono stati scoperti, annualmente, in media 10 insetti nuovi, mai prima descritti e nominati dagli studiosi. Considerando anche gli altri gruppi di fauna terrestre si può stimare che la Sardegna fornisce ogni anno una dozzina di specie animali nuove».
Dobbiamo attenderci altre scoperte?
«Sono in corso di descrizione due nuove specie di Coleotteri, trovate durante le indagini di una nostra dottoranda sulla fauna entomologica del Gennargentu. Io stesso sto finendo la stesura della descrizione di una nuova specie di Formicaleone delle dune. In vaste aree della Sardegna vi è ancora moltissimo da scoprire».

Nei giorni scorsi Pantaleoni è ritornato a Porto Pino (l'oggetto del desiderio è sempre l'inafferrabile Ascalaphus) accompagnato da altri entomologi. Tra questi Agostino Letardi, ricercatore del Dipartimento Biotecnologie, Agroindustria e Protezione della Salute del Centro Ricerche ENEA di Casaccia (Roma) e membro dell'Associazione Romana di Entomologia. Letardi ci spiega perché è importante studiare gli insetti.
Ci sono ancora molte specie da scoprire?
«Ovviamente sì: gli insetti sono un gruppo animale con una “mostruosa” radiazione adattativa che ha portato alla formazione di milioni di specie, molte delle quali ancora da descrivere. Vi sono gruppi di insetti, come ad esempio Coleoptera e Diptera, per i quali si contano centinaia di descrizioni ogni anno. Quello dei Neuroptera è un gruppo più piccolo di insetti che hanno avuto già nel lontano passato il loro “momento d'oro”: le specie che vediamo oggi sono solo qualche migliaio a livello mondiale e la descrizione di nuove specie, per di più in un Paese entomologicamente abbastanza ben conosciuto come l'Italia non è frequentissima. Prima di Subilla principiae, bellissimo endemismo sardo descritto nel 2004, la precedente specie descritta come nuova in Italia era del 1980. Successivamente ve n'è stata un'altra in Calabria nel 2006».
La classificazione del mondo degli insetti, oltre al fascino della conoscenza, riveste anche altri significati?
«Certamente. Gli insetti sono un gruppo animale chiave in tutti i settori dello scibile umano. In agricoltura, sia in quanto insetti dannosi alle colture che come ausiliari per la lotta biologica alle patologie delle piante coltivate, in zootecnia, nella protezione della salute, nel controllo della qualità delle acque dolci interne. Ma anche nella biologia comportamentale e nella zoosemiotica: ad esempio il linguaggio delle api e lo studio degli insetti sociali».
Quali sono le ultime ricerche sui Neurotteri?
«Grazie al lavoro di un bel gruppo di ricerca guidata dal Roberto Pantaleoni dell'Università di Sassari e direttore della sezione sarda dell'Istituto per lo Studio degli Ecosistemi, ISE-CNR, da anni si svolgono ricerche a 360 gradi che coinvolgono questi insetti. Si studia il punto di vista fisiologico, ciclo vitale di diversi di questi insetti, e agronomico, valutazione del ruolo nel settore del controllo biologico, ad esempio in colture particolari come la coricoltura o la viticoltura. Ma anche prove di tossicità di colture geneticamente modificate su questi insetti».
Si studiano anche le relazioni con altri territori?
«Un aspetto di rilievo è quello zoogeografico: sono evidenti i legami tra la fauna sarda, quella corsa, quella del Magreb e quella in generale del bacino del Mediterraneo. In questo settore consequenze nel tempo delle mutate condizioni ambientali per il fattore dei cambiamenti climatici globali».
ANDREA MAMELI

31 agosto 2009

Il corpo dell'architetto (L'Unione Sarda, 31 agosto 2009)

carboni
Lo storico dell'arte Kenneth Clark nel suo saggio del 1949 Landscape into Art attribuiva alla pittura di paesaggio l'obiettivo di descrivere la natura, la curiosità per il mondo e un profondo desiderio di individuare un ordine e un'armonia. Ma l'influenza sul paesaggio esercitata dall'industria, dai trasporti e dagli stessi luoghi urbani, ha alterato una parte del pianeta, trasformando le città in ambienti che trasmettono un insieme di informazioni. Lo stesso concetto di paesaggio è mutato e la varietà di insediamenti umani è impressionante. Megalopoli, palazzi ipertecnologici, baracche di latta e villaggi popolati solo in alcuni periodi dell'anno convivono sullo stesso pianeta dimostrando le capacità di adattamento dell'Homo Sapiens e la sua capacità di trasformare l'ambiente.
Dalle case costruite con mattoni di argilla e pietre recuperate da nuraghi e ville romane, i Furriadroxius, a una delle città più densamente popolate, Hong Kong, il passo sembra lunghissimo, ma c'è chi studia le relazioni tra questi due mondi. Abitare, prestigiosa rivista di design e arti grafiche, pochi giorni fa ha affrontato l'argomento con una lunga intervista a Alessandro Carboni, coreografo cagliaritano e artista multidisciplinare. Docente di Methodology as Performance Practice al Saint Martin's College of Art and Design di Londra, Carboni è coordinatore del LaDU: Laboratorio di densità trasformazione urbana del Dipartimento di Architettura dell'Università di Cagliari.
Come nasce l'idea di analizzare il rapporto tra i luoghi dell'abitare e il corpo?
«Le trasformazioni urbane hanno evidenziato una crescente scollatura tra spazio e corpo. Nel corso degli anni l'urbanistica e l'architettura hanno amplificato questa distanza rendendo sempre più sterili le nostre città. Non è difficile intravedere questo fenomeno sia osservando le mappe dei nostri territori, ormai trasfigurati, ma anche quando passeggiamo nelle periferie delle città italiane. L'urbanistica, l'architettura, il design urbano, hanno dimenticato le specificità dei corpi. Altre pratiche in cui la progettazione spaziale è molto importante, come la coreografia, considerano il corpo fulcro centrale di indagine. La coreografia lavora sulle specificità, ne articola i gesti nello spazio-tempo con una precisione unica. In questa prospettiva, coreografia e architettura condividono in parte lo stesso territorio: la progettazione dello spazio e la relazione con il corpo. Ho pensato che un approccio multidisciplinare potesse estendere le possibilità di analisi delle specificità del rapporto tra corpo e spazio urbano».
E poi?
«Nel luglio 2007, in Cina, ho attraversato le regioni del Guangdong denominate the Pearl Delta River tra cui Hong Kong, Guangzhou, Shenzen, le regioni Guangxi, Sichuan, Henan e la città di Pechino. Con il viaggio ho esplorato il processo di inarrestabile trasformazione del paesaggio. Rientrando in Europa mi sono interrogato sul modo più efficace per descrivere l'impatto delle trasformazioni urbane sull'individuo, attraverso la creazione di piattaforme di lavoro in diverse città, europee ed asiatiche, in cui ricercatori, performer, visual artist, urbanisti e psicogeografi si interrogassero sui temi dei miei viaggi».
Nel territorio sardo cosa si osserva?
«La ricerca è appena iniziata. Nel marzo scorso ho avviato le attività del LaDU all'interno della Facoltà di Architettura dell'Università di Cagliari, riflettendo sull'inarrestabile trasformazione del paesaggio e dello spazio urbano in Sardegna, ormai meta delle più disarticolate forme di turismo globale. Il LaDU propone casi studio per confrontare alcune forme di iper-densità in alcune città asiatiche con quelle di bassa densità come i Furriadroxius e i Medaus, moduli abitativi estremamente piccoli presenti nel Sulcis. Uno degli aspetti più interessati del LaDU sta proprio nella necessità di creare un territorio ibrido e transdisciplinare di sperimentazione con tematiche di ricerca in cui ogni architetto o artista possa attuare indagini specifiche. Spero diventi un'esperienza in grado di creare nuovi avamposti di ricerca».
Cosa colpisce di Hong Kong?
«Da un punto di vista urbano, ha una storia bizzarra e molto complessa basata sulla continua ri-definizione dei territori, degli spazi e delle loro funzioni: le nuove strategie di pianificazione sono alla base delle più accese discussioni tra studiosi, architetti, ecologisti, politici e amministratori locali. Io ho voluto considerare piccole aree urbane e come queste si trasformino in relazione a grosse pianificazioni: un lavoro "molecolare", che analizza vibrazioni, striature, temperature, odori e sapori di piccole porzioni di tessuto urbano. Per ripensare il progetto dello spazio come luogo di esperienza e produzione in cui il corpo diventa asse portante di discussione e di cambiamento».
ANDREA MAMELI

I luoghi dell'abitare
La ricerca di Alessandro Carboni si concentra su un'area urbana delimitata dal Kai Tak River, piccolo fiume urbano, la Kowloon Walled City rasa al suolo nel 1993, il Kaitak Airport chiuso nel 1997 e To Kwa Wan, un'area che si estende nella parte est della penisola del Kowloon district. In mezzo si trova il Nga Tsin Wai village, l'ultimo antico villaggio rimasto in tutta Hong Kong. «Dopo un primo periodo di analisi delle mappe storiche ho tracciato sulle carte odierne linee, punti, contorni di aree urbane importanti che avevano avuto relazioni con il Nga Tsin Wai village. Con queste nuove mappe ho esplorato e documentato con registrazioni audio, video, sistemi gps e interviste: ogni documento raccolto diventava un frammento, una mia memoria urbana. Poi ho collaborato con quattro danzatori di Hong Kong e un musicista e ho presentato in una mostra, tre performance e tre installazioni che hanno concluso il processo di ricerca. Tra il marzo e febbraio 2010, lavorerò tra Tokyo, Seoul, Hanoi, Bangkok, Singapore, Shenzen, Taipei, Manila, Macau, Kuala Lumpur e produrrò un video, un'installazione e una performance per ogni città».
AM

Il riscatto del popcorn.

popcorn mameli 2
Il 18 agosto 2009, nel corso del 238-esimo congresso dell'American Chemical Society, il chimico Joe Vinson (University of Scranton, Pennsylvania) ha presentato una ricerca dal titolo "Whole Grain Cereals, Popcorn Rich In Antioxidants, Not Just Fiber, New Research Concludes" nella quale si evidenzia una concentrazione di polifenoli nel pop corn simile a quella della frutta fresca.
I polifenoli sono antiossidanti naturali presenti nelle piante per i quali sono accertati positivi a livello cardiovascolare, di malattie legate alla senescenza e di arresto della crescita tumorale.
Certo, da qui a parlare di popcorn come efficace arma contro malattie cardiovascolari e cancro ce ne passa (attendiamo almeno altre ricerche) ma indubbiamente questa semplice invenzione alimentare degli Aztechi, subito adottata dai primi coloni inglesi, acquista un nuovo valore.
Ma perché il mais riscaldato scoppia? In breve: il guscio del chicco di mais conduce il calore molto bene e riscalda velocemente l’acqua presente nella parte interna del seme. Al crescere della temperatura si arriva all'ebollizione ma il guscio non lascia uscire il vapore e la pressione interna aumenta, così il vapore penetra all'interno ammorbidendo le proteine e l’amido. Per via della pressione una parte dell'acqua resta liquida a 180 gradi la pressione interna raggiunge il valore di nove atmosfere: a questo punto il chicco esplode e l'amido bianco assume la sua forma caratteristica.
Per una trattazione approfondita della termodinamica (e della storia) del popcorn:
- Il segreto dei pop corn (Dario Bressanini)
- Popping under pressure: the physics of popcorn (Aleksandr Arkhipov et Al.)
- Charles Cretors e le macchine per il popcorn
- The Popcorn Board
- History and Legends of Popcorn, Cracker Jacks & Popcorn Balls
popcorn mameli 1
Testo e foto: Andrea Mameli (Cagliari, 31 agosto 2009).

Apollo Command Service Module Fuel Cell (1969)

Apollo Bacon-type fuel cell A group of Apollo Command Service Module Fuel Cell Assemblies manufactured by Pratt & Whitney Aircraft Corp under subcontract for North American Aviation (NAA) arrayed as they would have been installed onboard an Apollo Spacecraft; 3 of these cells were employed to generate primary power and and potable water for the Command Module. This sub-collection of Fuel Cell, is comprised of operational (production representaive units) delivered for the Apollo Command Service module and one Simulator (identified as Serial Number 1 on its label plate), which has been modified to support ground simulation testing; outside the addition of the simulator interface, it is identical to production models employed on the CSM. Each of the assemblies measures 44 inches high, 22 inches in diameter, and weighs 245 pounds; and were designed for installation in Sector (Bay) 4 of the SM. Primarily constructed of titanium, stainless steel, and nickel, the Fuel Cells are rated at 27 to 31 volts under normal loads. There are 31 separate cells in a stack, each producing 1 volt, with potassium hydroxide and water as electrolyte. Each cell consists of a hydrogen and an oxygen electrode, a hydrogen and an oxygen gas compartment and the electrolyte. Each gas reacts independently to produce a flow of electrons. The fuel cells are nonregenerative. They are normally operated at 400 degrees F with limits of 385 and 500 degrees. Water-glycol is used for temperature control. The fuel cells use hydrogen, oxygen, and nitrogen under regulated pressure to produce power and, as a by-product, water. Detailed discussion of functionality is addressed in the following paragraphs. The Bacon-type fuel cell powerplant, was configured in a cluster of 3 systems to comprise the CSM power plant; each cell individually coupled to a heat rejection (radiator) system, the hydrogen and oxygen cryogenic storage systems, a water storage system, and a power distribution system. The powerplants generate dc power on demand through an exothermic chemical reaction. A byproduct of this chemical reaction is water, which is fed to a potable water storage tank in the Command Module (CM) where it is used for astronaut consumption and for cooling purposes in the environmental control subsystem. The amount of water produced is proportional to the ampere-hours.

http://www.spaceaholic.com/apollo_artifacts.htm