19 luglio 2014

Controcultura, new economy, innovazione: Roberto Bonzio a Cagliari regala saggezza

Se How the Hippies Saved Physics di David Kaiser (libro dell'anno per Physics World nel 2012) è stata la sorpresa più inattesa, la bravura di Roberto Bonzio quella me l'aspettavo, ma anche se me l'aspettavo è stata comunque una bella sorpresa. Due scoperte in un colpo solo: complici gli amici di Open Campus, ideatori dell'iniziativa “Dalla controcultura alla New Economy: aperitivo con Roberto Bonzio” il 30 Giugno 2014.
Per chi non lo conosce Roberto Bonzio si autodefinisce un giornalista curioso. E io aggiungerei coraggioso: nel 2011 ha abbandonato il posto fisso, all’agenzia internazionale Reuters di Milano, per inventare il progetto Italiani di Frontiera.
Qualcuno mi ha detto "è una cosa tipo il tuo Scienziati di ventura". Ma no (a parte che non è solo mio ma mio e di Mauro Scanu) il nostro era solo un libro costruito con le storie di 12 sardi che hanno girato il mondo inseguento la scienza. Italiani di frontiera è molto ma molto di più: il progetto di Roberto Bonzio oltre al libro, è una serie di videointerviste, un viaggio, una ricerca approfondita e, in fondo, anche una scelta di vita. Lo si capisce dagli incontri che fa, in giro per l'Italia, e dal materiale che si trova in rete.
Roberto Bonzio durante l'incontro a Tiscali ha raccontato la sua esperienza e un bel mucchio di storie interessanti: di italiani all'estero, di far west, di hippie, di metodo scientifico e di determinazione nel perseguire i propri obiettivi. Storie raccontate molto bene, pochi particolari, niente gazzosa, slide essenziali, tono di voce adeguato alla circostanza (a tratti mi ha ricordato Carlo Lucarelli) e capacità di coinvolgere il pubblico. Storie come quella della famiglia Jacuzzi e dell'invenzione della vasca idromassaggio legata alla condizione di disabilità di uno dei figli dell'inventore. O curiose fusioni tra cultura e tecnologia come quella dell'Index Thomisticus di Padre Roberto Busa.
E alcune pillole di saggezza: «La vera chiave del successo è saper rimodellare», «Paraculo è l'acronimo di Paralyzing Asset Risk Avoiding Competence Undefined Low Objection», «I giovani devono partire per scoprire il mondo sé stessi», «Senza modelli positivi non si cambia nulla», «Chi fa innovazione ha il dovere di andare avanti e raccontare», «La scuola uccide la creatività», «Se non si rischia non si cambia: l'errore, il fallimento, non sono una sconfitta ma una palestra per il successo». Su quest'ultimo punto il libro consigliato è Elogio dell'errore. Perché i grandi successi iniziano sempre da un fallimento di Tim Harford
La Sindrome del Palio di Siena (non vince il migliore ma il più fortunato) e la Sindrome della pastasciutta (la straordinaria tradizione di cultura e civiltà italiana è per molti un freno, una conservazione che porta all'immobilismo) le ha descritte lui stesso quattro mesi fa: Il palio, la pastasciutta e l'innovazione bloccata. Roberto Bonzio mi piace perché non sopporta le ipocrisie e le evidenzia opportunamente. Così, per cercare di inquadrare meglio il tema, gli ho posto tre domande.
Ecco l'intervista:
Roberto, perché chi fa innovazione ha il dovere di raccontarla?
«Innanzitutto perché la condivisione è un aspetto cruciale, che a lungo è stato sottovalutato. Oggi vediamo che se le aziende, anche le più eccellenti, non raccontano quello che fanno perdono la sfida con chi su uno scenario globale sa far uso della narrazione, sull'azienda ed i propri prodotti. Raccontare, creare una certa suggestione intorno al prodotto e a chi lo realizza, non è un fronzolo ma è un aspetto fondamentale. Come dice Lorenzo Thione, passato da Bing a un musical a Broadway, l'imprenditore deve essere un narratore, uno storyteller: saper conquistare chi deve investire su di lui, chi lavora con lui e degli stessi clienti. Ma chi fa innovazione deve essere orgoglioso di raccontare i propri valori, la propria storia, ma anche l'eticità della sua canta produttiva e lo stesso sapersi destreggiare in uno scenario globale, perché trasparenza, rischio, eticità, velocità sono i valori di cui ha bisogno non solo l'economia ma pure la società italiana.»
Istinto o preparazione?
«Farsi guidare, come diceva Steve Jobs, da cuore e istinto spesso funziona. Ma occorre anche ragionarci. Ho fatto oltre cose d'istinto, scoprendo poi che era la strada giusta. Prima cosa: la personalizzazione. Chi investe in una startup ad esempio non investe tanto sull'idea quando sulle persone, e a volte bellissime idee naufragano per l'incapacità di saperle adattare strada facendo, mentre altre che sono solo buone, sostenute da persone capaci di recepir e adattarsi hanno successo, magari con un prodotto molto diverso dall'idea iniziale. Personalizzare nel mio caso ha significato diventar parte delle storie che racconto. E dunque, secondo: metterci la faccia. I social media ti consentono di godere di un'ampia reputazione, ma devi gestire un'interazione con chi ti segue, accettare le critiche, non pensare di poter parlare da un piedistallo. Devi metterti in gioco, devi essere sicuro ma senza strafare. E questo riguarda anche la comunicazione aziendale bisogna capire che non si può controllare tutto. Oggi se commetti gravi errori non li puoi nascondere: in qualche modo escono fuori e non si possono assolutamente nascondere. Ammettere gli errori, muoversi con umiltà è indispensabile»
Hai sottolineato che l'errore e il fallimento non devono opprimere l'innovazione, in che senso?
«Questo è particolarmente grave in Italia: qui si tende a cercare una condizione di tranquillità, invece non c'è innnovazione, non c'è vero cambiamento se non prevedi che si possa fallire e ricostruire sulla base di quell'errore. Come dice Tim Harford, autore del bellissimo Elogio dell'Errore l'unica strada è quella che ci mostra la ricerca scientifica con il continuo affinare e correggere il tiro sulla base degli errori precedenti. E questa è una delle questioni chiave della Silicon Valley: se tentare una strada nuova e fallire viene considerato un titolo di merito (a Stanford ci sono corsi nei quali i docenti devono essere incappati almeno in un fallimento con una startup), in Italia il fallimento è visto come un pericolo da evitare, compiacendosi magari del fallimento altrui, che viene accolto magari con un sospiro di sollievo: ho fatto bene a non rischiare e restarmene sul divano... la propensione al rischio è frenata dal paraculismo. Ci vuole una Rivoluzione Culturale per cambiare tutto questo. Con le storie che racconto spero d'ispirare e dare il mio piccolo contributo».

Roberto Bonzio a Tiscali insieme a Monica Mameli (ciuffo "out of the box")



Andrea Mameli
blog Linguaggio Macchina 
19 Luglio 2014

Fare il cantastorie mi ha cambiato la vita (Italiani di Frontiera su Economyup")


Ecco come Roberto Bonzio spiega il suo progetto:

18 luglio 2014

IoT + Arduino Yún = a revolutionary idea (and a very interesting book)

This is one of the most interesting books I have ever read, in the field of technical handbooks. 
The central argument of Internet of Things with the Arduino Yún is Arduino: is one of the greatest emerging technologies at the moment. 
Why this open source hardware project is important? Because, in my humble opinion, the use of an electronics platform based on a micro controller available to public with open source license is something of revolutionary. 
With the help of this book we can build "Projects to help you build a world of smarter things" as the subtitle suggests.
This book is organised into two areas: 1) What do you need for this book (an Arduino YÚN board) and 2) the four projects: Building a Weather Station Connected to the Cloud, Creating a Remote Energy Monitoring and Control Device, Making Your Own Cloud-connected Camera, Wi-Fi-controlled Mobile Robot.
This book will be used as a handy reference work that is ideal to put hands into the IoT.  I'll show you my projects, when I will finish...
A few words on the autor: Marco Schwartz is an entrepreneur, electrical engineer and blogger; domains of expertise: embedded electronics, home automation devices, robotics, artificial intelligence. "I also believe - he wrote on his website - that location-independent businesses are the way of the future and you will usually find me traveling around the world while running my businesses from my laptop."

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina

17 luglio 2014

Quella mummia aveva il mal di denti

La bellezza di La bellezza di 5300 anni per effettuare una diagnosi. Ma non è un caso di malasanità. È la storia di ricerca scientifica di successo, trama buona per una puntata di CSI in salsa bolzanina. Le indagini sono quelle condotte dai microbiologi e dai bioinformatici del centro di ricerca EURAC di Bolzano, nato intorno a Ötzi, il cacciatore mezzo sardo e mezzo sudtirolese i cui resti furono trovati nel ghiaccio delle Alpi Venoste il 19 Settembre 1991. Ma perché questa scoperta è ritenuta importante?
Intanto perché conferma la validità dei nuovi strumenti diagnostici connessi con la genomica avanzata. E poi perché fornisce informazioni sulla vita di un’epoca, l’età del rame, per la quale la maggior parte delle informazioni sono connesse con reperti quasi sempre poveri di informazioni biologiche.
La studio, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, ha permesso di rilevare alte concentrazioni del batterio Treponema denticola, responsabile della paradentosi. Questa malattia colpisce i tessuti di sostegno dei denti (parodonti) ma si può estendere anche agli stessi denti e alle ossa. In particolare si è scoperto che il batterio aveva raggiunto l’osso pelvico, estendendosi dalla bocca attraverso il flusso sanguigno. Questa scoperta ha confermato una precedente diagnosi sullo stato di salute dentale di Ötzi basata su una TAC eseguita nel 2013.
Ma l’aspetto più sorprendente è queste informazioni, come per quelle genetiche che hanno individuato un antenato comune tra noi sardi e Ötzi, come pure la sua intolleranza al lattosio, è che la sorgente di questi dati risiede in microscopico campione di osso dal quale è stato prelevato il DNA della mummia. La ricerca che ha individuato il batterio colpevole dei mal di denti di Iceman ha analizzato le porzioni di DNA non umano presenti sul campione, proveniente dall’osso pelvico. Per raggiungere questi risultati i ricercatori dell’EURAC non hanno eseguito analisi mirate, ma è stato perlustrato l’intero spettro del DNA. Ma quella che sembrerebbe la tipica scena da “la polizia brancola nel buio” ha invece aiutato a scoprire il DNA non umano, quello che proviene principalmente da batteri: ospiti all’interno del nostro corpo e sulla pelle. 
E qui troviamo la seconda sopresa: oltre al batterio Treponema, connesso con i problemi del cavo orale di Ötzi, la squadra di ricerca guidato da Albert Zink (direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’EURAC) ha individuato nel campione osseo anche alcuni batteri Clostridium i quali, attualmente, si trovano in uno stato dormiente: potrebbero risvegliarsi se venisse a mancare. Questa scoperta può giocare un ruolo significativo sia per la futura conservazione della mummia altoatesina che per il trattamento di reperti biologici di questo genere. Il prossimo passo è lo studio dell’impatto di alcune famiglie di batteri nelle condizioni di conservazione della mummia. Non ci resta che ringraziare ancora una volta Ötzi, il nostro lontano parente dell’età del rame, che come una cavia post mortem continua a regalarci sorprese scientifiche non da poco.

Andrea Mameli
articolo pubblicato il 17 Luglio 2014 nell'inserto Estate del quotidiano L'Unione Sarda, pagina Salute

16 luglio 2014

Percorsi tattili interrotti. Cagliari, via Cugia. Trappole nei marciapiedi

Percorsi tattili interrotti (Cagliari, Via Cugia) Foto: A. Mameli
Se presti attenzione le noti chiaramente. Sono le piccole grandi interruzioni dei percorsi tattili dei marciapiedi, causate da montaggi errati, cattiva manutenzione, vandalismo.
Percorsi tattili interrotti (Cagliari, Via Cugia) Foto: Andrea Mameli 16 Luglio 2014

Questi percorsi per i nonvedenti, realizzati mediante l'inserimento nella pavimentazione di piastrelle a rilievo, contengono dei codici interpretabili con il bastone o direttamente da sotto i piedi: direzione rettilinea, svolta, attraversamento pedonale.
Esistono dei responsabili del buon funzionamento di questi sistemi? Chi sono? Come si possono interpellare? Sogno troppo se auspico l'esistenza di un numero verde, una casella e-mail, una app per segnalare cose come queste?
Percorsi tattili interrotti (Cagliari, Via Cugia) Foto: A. Mameli

15 luglio 2014

Testare l’accessibilità per soddisfare i diritti. Intervista a Stefania Leone (Associazione Disabili Visivi)

Linguaggio Macchina si interessa da tempo al tema dell'accessibilità tecnologica, un tema in continua evoluzione perché sono in continua evoluzione le competenze, i diritti e le tecnologie.
Linguaggio Macchina ha posto alcune domande a Stefania Leone, Consigliere dell’Associazione Disabili Visivi, con delega per le Problematiche ICT.
L'Italia è stata avanti in Europa, con la Legge Stanca, per la normativa in merito alla web accessibility. Oggi sarebbero necessarie nuove norme per adeguarci alle tecnologie?
«Non sono necessarie nuove norme, la legge 4/2004 nota anche come legge Stanca, è stata di recente aggiornata e uniformata alle WCAG 2.0, le linee guida internazionali per l’accessibilità dei contenuti del web. Con tale aggiornamento, la legge consente le nuove tecnologie, e vengono alleggeriti i requisiti per gli sviluppatori di siti web e tecnologie web accessibili, purchè le tecnologie utilizzate siano “Accessibility supported”, ovvero abbiano le proprie regole che le rendono accessibili, e tali regole devono essere state approvate dal W3C, il Consorzio internazionale del WEB.»
Non tutte le App per smartphone e tablet sono accessibili alle persone con disabilità. Quali sono i requisiti irrinuciabili?
«Il requisito irrinunciabile è che la app sia compatibile ed intercettata dalla tecnologia assistiva presente nei diversi tipi di smarthpone. Per esempio nel caso di dispositivi della casa Apple, è assolutamente richiesta la compatibilità con il Voiceover, la specifica tecnologia assistiva degli strumenti Apple, che decodificando in voce tutte le operazioni sullo schermo deve necessariamente “vocalizzare” anche in caso di attivazione di una nuova applicazione o “app”.»
Cosa significa “robustezza della tecnologia”, concetto introdotto nelle Linee Guida WCAG2.0?
«Il principio delle WCAG 2.0 introduce il concetto di Robustezza della tecnologia, nel senso che il contenuto deve poter essere interpretato in modo affidabile da una vasta gamma di programmi utilizzati dall’utente, comprese le tecnologie assistive.»
In che modo si effettua il test di accessibilità di una tecnologia?
«Pur essendo diffusi in rete diversi validatori di accessibilità dal punto di vista tecnico, tali strumenti sono solo una fase parziale di verifica, in quanto non garantiscono il test di usabilità, caratteristica. dinamica e verificabile solo con la pratica dell’utente in fase di navigazione. Pertanto il metodo più efficace resta quello di provare a navigare in un sito web con il solo uso della tastiera, e facendolo anche in presenza di uno screen reader che è lo strumento di assistenza vocale utilizzato dalle persone cieche. Sui dispositivi mobili vanno provate le app nelle maggiori case Android e Apple, in quanto utilizzano diversi supporti vocali alla navigazione. In generale, il modo più efficace di testare l’accessibilità è quello di coinvolgere direttamente le persone disabili (associazioni o all’interno dell’azienda produttrice) fornendo test tramite persone con diverse disabilità e diversi dispositivi e tecnologie diffuse sul mercato.»

13 luglio 2014

Occhio pigro. E il cervello cura la vista.

Alessandro Sale, neurofisiologo, ricercatore dell'Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, propone una nuova strategia per migliorare la vista delle persone colpite da ambliopia, la sindrome dell'occhio pigro. La ricerca, condotta insieme a Lamberto Maffei (Presidente dell'accademia dei Lincei) è stata presentata ieri al Forum Europeo delle Neuroscienze, in corso a Milano.
L'ambliopia comporta la riduzione della capacità visiva di un occhio e colpisce il 4% della popolazione mondiale. Per curarla il metodo più efficace è il "rimedio del pirata": si copre l'occhio sano per permettere all'altro di svilupparsi fino al recupero completo. Ma il tutto deve avvenire entro gli 8 anni dato che negli adulti le cellule nervose non sono più abbastanza plastiche da riuscire a recuperare dai deficit di sviluppo. Alcuni recenti esperimenti condotti all'Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa hanno individuato una strategia non invasiva che potrebbe rivelarsi molto promettente per i soggetti ambliopi in età avanzata. «I primi esperimenti – spiega Alessandro Sale – furono condotti pochi anni fa su animali allevati in ambienti di grandi dimensioni e molto ricchi di stimoli sociali, cognitivi e motori, i quali in tre settimane recuperano l’acuità visiva, ovvero la capacità di distinguere i dettagli spaziali più fini del mondo esterno. Studi successivi hanno dimostrato che gli effetti dell’ambiente arricchito sono riproducibili anche sostituendo gli stimoli ambientali con la somministrazione di fluoxetina, un farmaco molto usato nell’uomo per il trattamento di diversi disturbi psichiatrici. Normalmente si pensa di poter agire sul cervello solo attraverso la somministrazione di farmaci dall’esterno, noi pensiamo che l’ottimizzazione degli stimoli ambientali possa indurre il cervello a produrre endogenamente sostanze capaci di potenziare la plasticità neurale. Questa via di stimolazione del potenziale autoriparativo cerebrale ha il vantaggio di essere non invasiva, e quindi priva di rischi ed effetti collaterali.»
In particolare si rivelano molto efficaci gli stimoli motori e l’esecuzione di compiti di discriminazione visiva che implicano processi di apprendimento percettivo. Il recupero delle capacità visive facilitato dagli stimoli ambientali è messo in moto direttamente dal cervello. In particolare, è dovuto a una riduzione dei livelli di GABA (il più importante neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale) e a un aumento dei livelli di BDNF (una proteina che gioca un ruolo molto importante nei processi di sviluppo e plasticità dei neuroni) nella corteccia visiva degli animali stimolati, e si accompagna a un potenziamento della plasticità sinaptica dei circuiti corticali.
«La non invasività delle manipolazioni ambientali – sottolinea Sale – le rende particolarmente adatte al trasferimento all’uomo. Studi in corso dimostrano che è possibile arricchire l’ambiente non solo per promuovere il recupero della visione in soggetti ambliopi, ma anche per migliorare le funzioni cognitive in soggetti con sindrome di Down, o con segni iniziali di demenza di tipo Alzheimer.»
Alessandro Sale è nato a Nuoro, ha conseguito il Dottorato in Neurobiologia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua principale attività di ricerca è incentrata sullo studio dei fattori ambientali, cellulari e molecolari che regolano lo sviluppo e la plasticità del sistema nervoso centrale. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste internazionali, tra cui Science e Nature Neuroscience.
Andrea Mameli
(articolo pubblicato nella pagina della Salute del quotidiano L'Unione Sarda, 11 Luglio 2014)

Villasimius, Sardinia island