25 ottobre 2014

Accessibilità Universale ancora lontana: "Design for All" non fa rima con "wheelchair". Marco sfida i marciapiedi di Cagliari (video)

Oggi ho voglia di raccontare qualcosa che non va.
Qualcosa che se non la guardi bene, con attenzione, proprio non la vedi.
Voglio raccontare le scoperte che ho fatto nei quarantacinque minuti che ho trascorso questa mattina in compagnia di un amico.
Scoperte che non necessitano di microscopi, di telescopi, di acceleratori di particelle o di sequenziatori del dna. Basta guardare da vicino i marciapiedi, osservare i gradini che li separano dalle strade, toccare con mano la fatica (e i pericoli) nascosti dietro queste cose.
Tutte cose che hanno un nome: barriere architettoniche. "Ma come non le avevano vietate?"... Certo, nelle nuove costruzioni. Ma nei marciapiedi vecchi di 20, 30 o più anni? In quelli le barriere ci possono essere, eccome.
Oggi ho fatto un giro a Cagliari (ma il discorso vale per molte altre città) insieme a Marco Girau, un amico di vecchia data che si muove con disinvoltura su Facebook (dove segnala disagi e barriere) ma che nella vita reale deve fare i conti con la sua wheelchair: la sua fedele sedia a ruote.
Ho seguito Marco nel breve tragitto che separa il cancello di casa sua, in via Quirra, dalla piazza San Michele. E ho ripreso molte cose. 
Ho dovuto abbandonare le riprese quando la sedia a ruote si è sbilanciata e Marco è caduto, per colpa in quelle che lui chiama le Montagne russe, per fortuna senza conseguenze. Anzi, non è per fortuna: Marco ha imparato a cadere e riesce a non farsi male. Poi ho ripreso anche qualche aspetto inquietante del ritorno, con notevoli dislivelli tra marciapiede e strada. Dislivelli che non si notano percorrendo le strade in auto o camminando sui marciapiedi con passo sicuro. Ma provate a osservare il comportamento delle ruote anteriori di una normale wheelchair e vi accorgerete che di barriere ce ne sono ancora.
Due bellissimi concetti, come Accessibilità Universale e Design for All evidentemente devono ancora essere, come si usa dire per rendere le cose per raddolcirle, declinati nel quartiere Is Mirrionis. So che in altre zone della città le barriere sono state individuate e abbattute, quindi voglio pensare che sia solo questione di tempo.
Il mio commento finisce qui. Il resto lo lascio a voi, dopo che guarderete i video (mi scuso in anticipo per la qualità delle immagini e dell'audio, ma credo che siano sufficienti per farsi un'idea).
Ringrazio Marco per avermi regalato un punto di vista al quale non avevo mai prestato la sufficiente attenzione e per averlo fatto con il senso dell'umorismo e l'ironia che contraddistinguono la sua figura. 
Una figura, scusate la retorica, da autentico eroe urbano.
Buona visione
Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 25 Ottobre 2014




20 ottobre 2014

Le lavagne di Sheldon e i Festival della Scienza. Una sfida aperta. Cagliari si prepara a coglierla.

Avete presenti le equazioni che compaiono nelle lavagne di Sheldon, il fisico esperto di teoria delle stringhe nella serie tv The Big Bang Theory? Spesso sono vere equazioni, scritte da un vero fisico (David Saltzberg, UCLA). Ma il loro ruolo non è diverso dalle altre coreografie: servono solo a inquadrare i personaggi e le situazioni divertenti che si creano tra di loro.
Sheldon works on an equation describing turbolent diffusion in fusion devices
Nei festival della scienza, invece, le lavagne non possono e non devono costituire una coreografia. E non sempre (anzi, quasi mai) si tratta di lavagne: possono essere schermi per proezioni, palcoscenici teatrali, tavoli su cui eseguire tutti insieme esempi di esperimenti.
Orgosolo, Festival Scienza 2007
La scienza non è una coreografia ma rappresenta la stessa scena. A volte . Sembra scontato, ma solo una decina d'anni fa (il primo Festival della Scienza di Genova è del 2003) non era facile farlo capire agli scienziati e al pubblico: è stata una sfida lunga e faticosa. Oggi è molto difficile incontrare persone che non sanno cos'è un festival della scienza. Ma è altrettanto vero, come ha sottolineato Massimiano Bucchi al Festival della Scienza di Genova 2013, che la sfida attuale si è spostata su un altro terreno. Quello della qualità: «Occorre infatti superare una fase "eroica" in cui tutto andava bene purché fosse nel nome della comunicazione della scienza e della visibilità dei suoi protagonisti. Una fase in cui la scoperta di nuove forme comunicative portava a mettere in secondo piano la chiarezza degli obiettivi e la valutazione dei risultati. Ma come definire la qualità? Il concetto di stile può contribuire a mettere a fuoco queste nuove sfide. Stile, qualità, bellezza sono temi dalla ricca tradizione nella comunicazione della scienza. Valorizzarli può essere la chiave per un maturo riconoscimento della scienza come parte integrante della cultura.»
Il Cagliari FestivalScienza si appresta a cogliere questa sfida con la settima edizione in programma dal 4 al 9 Novembre 2014: conferenze, dibattiti, tavole rotonde, incontri con la musica e con la poesia, spettacoli, animazioni. Il tema di quest'anno è "La Scienza ci aiuta", un progetto articolato su tre tematiche principali.
1) La scienza ci aiuta a leggere: le sezioni sono interamente dedicate alla promozione alla lettura, anche se tutto il progetto è permeato da proposte culturali che provengono dalla lettura di testi di saggistica e/o di divulgazione e ne promuovono la diffusione alle varie fasce di età e ai diversi livelli di conoscenza.
2) La scienza ci aiuta a comprendere: le sezioni sono dedicate a mostre, laboratori interattivi e laboratori didattici.
3) La scienza ci aiuta a comunicare: le sezioni sono dedicate a dialoghi con gli esperti, seminari, tavola rotonda, animazioni, teatro, poesia.
I numeri dell'edizione numero 7:
  • 50 ospiti;
  • 78 appuntamenti;
  • 22 tra laboratori e percorsi botanici e naturalistici;
  • 8 realtà museali e di ricerca aperte al pubblico in occasione del festival;
  • 2 sedi: ExMà e Monte Claro. 
Io, come sempre, parteciperò al Cagliari FestivalScienza. E cercherò di raccontare qualcosa, dal mio punto di vista.
Per il momento vi invito a seguire il Festival sui social media (hashtag: #cagliariscienza14):
Facebook
Twitter
Instagram

P.S. A proposito di Instagram non dimenticate di partecipare al nostro gioco (che abbiamo chiamato Contest ma è sempre un gioco) fotografico: il Contest Scienzaiuta che sarà attivo dal 1/11/2014 al 9/11/2014 (12:00) con hashtag: #ScienzAiuta

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 20 Ottobre 2014

19 ottobre 2014

Oggetti: cosa tenere e cosa lasciare. La lista di Dave Bruno del 19 Ottobre 2009.

"Tengo tutto. Perché non si riesce a buttare via niente" è un saggio di Randy O. Frost e Gail Steketee (Edizioni Erickson 2012) che illustra la malattia dell'accumulo compulsivo: la disposofobia (o sindrome di Collyer). Tra i messaggi che ci invitano a possedere (pubblicità) e le spinte ancestrali a mettere da parte ("potrebbe sempre servire"), non è facile propendere per l'avere poco.
Una bella lezione ce la darebbero gli astronauti, ai quali è concesso un bagaglio di un chilo e mezzo di cose terrestri, ma non la ascoltiamo pensando che i problemi di peso e di volume debbano riguardare solo le stazioni spaziali... Purtroppo, chi più chi meno, siamo tutti potenziali accumulatori seriali. C'è qualcosa di strettamente legato con la stessa evoluzione dell'Homo Sapiens che ci porta a conservare. A dire il vero condividiamo questa propensione con altre specie (cornacchie, roditori, scimmie), come descritto  da Jennifer G. Andrews-McClymont e altri in un articolo pubblicato nel 2013 su Review of General Pshycology: "Evaluating an Animal Model of Compulsive Hoarding in Humans".
Anche accumulare email, documenti di testo, foto e altra roba sta diventando una malattia, una sorta di versione aggiornata della "sindrome della fotocopia" (Umbrto Eco docet). E ovviamente è stato inventato un nome anche per questa: Digital Hoarder.

A volte, al contrario, assistiamo a un netto rifiuto per gli oggetti in eccesso, il cosiddetto decluttering: liberarsi delle cose inutili. Uno dei più noti è quello di Dave Bruno, autore del libro “La sfida delle 100 cose. Come mi sono liberato di quasi tutto, horicostruito la mia vita e mi sono riappropriato della mia animapubblicato in Italia da Tecniche Nuove nel 2011. L'autore, Dave Bruno, imprenditore californiano all'epoca 37-enne, montò una tenda in casa e la usò per isolarsi dal mondo esterno per un anno, dal 12 novembre 2008 al 12 novembre 2009.
Per organizzare bene questa originale esperienza, il cui proposito era rendere evidente il superfluo, Dave Bruno aprì un blog per decidere, pubblicamente, cosa portare nella tenda e cosa lasciare fuori. La lista originata dal dibattito online arrivava a 121 oggetti: un paio di occhiali, alcuni libri e riviste, un taccuino Moleskine, una matita, una penna, un portafogli, un orologio, un computer portatile, una stampante, un hard disk esterno, un paio di cuffie, una fotocamera e accessori (obiettivi, treppiedi, flash), sacco a pelo, tenda, piatti, stoviglie e bicchieri, scarpe da ginnastica, scarponi da trekking un rasoio, uno spazzolino e la macchinetta per eliminare i peli del naso e delle orecchie, la biancheria intima. E poco altro.
La lista è stata messa alla prova, durante i 12 mesi, e il 19 ottobre 2009 l'elenco definitivo è arrivato a 92 oggetti.

La sfida al 100 fu vinta.
Quel che rimane è la ricerca continua di equilibrio tra le due posizioni estreme: buttare e conservare.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 19 Ottobre 2014