15 gennaio 2006

1945: la perdita dell'innocenza.

Yoshito Matsushige. Hiroshima, 6 agosto 1945
La fisica dopo Hiroshima
"Mi chiesi perché fossi l'unico non ferito e non ebbi più il coraggio di scattare alcuna foto in quella zona." Yoshito Matsushige (1913-2005). Hiroshima, 6 agosto 1945, poco dopo le ore 11:00, a 2,27 Km dall'ipocentro.

Per gentile concessione di Rossella Menegazzo, curatrice della mostra Hiroshima-Nagasaki (Genova, Palazzo Ducale, 16 aprile - 21 agosto 2005) insieme a Gian Carlo Calza e Ono Philbert.

"Nella confusione dell'esplosione, i sopravvissuti arrivavano barcollanti dal centro della città con la pelle bruciata e a brandelli. Alcuni dei feriti, che non riuscivano a fare neanche più un passo, si sedevano o si sdraiavano per terra e a poco a poco il ponte e la via si affollarono di gente. Questa foto è parte degli unici cinque scatti realizzati da Yoshito Matsushige, fotografo del Giornale della Cina il giorno stesso dell'esplosione tra le 11.00 e le 14.00. Sono i primi documenti sulla tragedia di Hiroshima." Collocazione: Hiroshima Peace Memorial Museum.


Secondo Pietro Greco, giornalista scientifico autore di Hiroshima. La fisica conosce il peccato (Editori Riuniti, 1995) dal 1945 non è più possibile per i fisici trascurare gli aspetti etici della propria ricerca, gli effetti sulla società e sul mondo. Effetti che con le esplosioni atomiche hanno rivelato tutto il loro potenziale distruttivo. Ma, almeno in una certa misura, proprio sulla spinta della competizione scatenata alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale gli effetti delle scoperte scientifiche hanno rivelato anche un enorme potenziale di sviluppo, di pace, di civiltà, quello legato alle applicazioni tecnologiche che sono via via entrate nella quotidianità, almeno per quella parte del mondo in grado di farne uso, di acquistarle, di possederle.
Abbiamo chiesto un parere su questo tema a un docente impegnato in attività di ricerca sulla storia della fisica del Novecento: Arturo Russo, ordinario di Fisica I e di Storia della Fisica e all’Università di Palermo.
“I fisici, da Galileo in poi, non hanno mai trascurato gli effetti del loro lavoro sulla società e sulla storia della civiltà umana. E questo è vero non solo per i fisici, ma per gli scienziati in generale. L'impegno nella ricerca non è stato mai disgiunto dalla riflessione critica sui risultati raggiunti e sul loro impatto nel mondo di cui essi stessi erano parte. Certo, dopo l'esperienza di Hiroshima questa riflessione si è caricata di significati più profondi, perché essa mostrava in modo drammatico che tale impatto poteva cambiare la storia dell'umanità. I fisici non si sono tirati indietro. Pur riconoscendo che la responsabilità politica dell'uso della bomba non ricadeva sulla comunità scientifica, essi hanno deciso di far pesare la propria autorità morale e il proprio prestigio professionale per fare prevalere le ragioni della pace e della cooperazione internazionale. Nel dopoguerra, infatti, i maggiori protagonisti della fisica nucleare si sono battuti per il controllo internazionale delle armi nucleari e, anche nei momenti di maggiore tensione della guerra fredda, hanno sempre mantenuto aperto un canale di comunicazione tra le comunità scientifiche dei due blocchi. Bisogna dire piuttosto che non sempre il resto della società è disposto a riconoscere alla comunità scientifica questo alto senso delle proprie responsabilità etiche. E' come se si guardassero gli scienziati come rozzi manipolatori di materia ed energia, incapaci di rendersi conto del significato di ciò che fanno. E quindi è necessario chiamare i filosofi, i teologi, i politici o i vescovi per spiegare loro cosa è bene e cosa è male, cosa è lecito e cosa non lo è. Credo che ci vorrebbe maggiore umiltà da parte di chi ritiene di essere depositario di verità assolute, e riconoscere agli scienziati non solo la capacità di ragionare sulle implicazioni sociali del loro lavoro, ma anche gli strumenti intellettuali per fornire soluzioni razionali ai problemi etici posti dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche. Credo che il modo migliore per prepararsi alle sfide del ventunesimo secolo sia quello di aumentare il livello culturale dei cittadini, di promuovere la cultura scientifica nelle scuole, di educare le nuove generazioni al difficile esercizio critico della ragione di contro alle rassicuranti certezze dei dogmi.”
Andrea Mameli, 20 gennaio 2006

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