22 marzo 2007

Maestri e allievi in mezzo alle onde. Massimo Cacciari dialoga con Alessandro Aresu (L'Unione Sarda, 22 Marzo 2007)


In un film del 2005, The wild blue yonder, Werner Herzog presenta un gruppo di astronauti in orbita intorno alla Terra, divenuta inabitabile. Con il sottofondo dei tenores Cuncordu di Orosei emerge la storia degli alieni provenienti da un pianeta sommerso dall'acqua, nostri ospiti occulti da decenni. Questo alternarsi tra esplorazione spaziale e navigazione acquatica compare anche nell'introduzione del filosofo Massimo Cacciari al libro di Alessandro Aresu, Filosofia della navigazione (Bompiani) con il marinaio che si trasforma in astronauta. Il volume di Aresu sarà presentato a Cagliari il 24 marzo alle 18 da Massimo Cacciari e Silvano Tagliagambe (Spazio Odissea, Viale Trieste 84). Lo stesso giorno, alle 10, nell'aula del corpo aggiunto delle facoltà di Scienze della formazione e Lettere e Filosofia, Cacciari presenterà il libro di Tagliagambe Come leggere Florenskij (Bompiani).

Aresu, si riconosce in questo accostamento con il cinema?
«Herzog è un grande riferimento per i temi di una "filosofia della navigazione" svolti in senso cinematografico. Il mare è sempre infinito, ogni suo tentativo di narrazione non è mai sufficiente per imprigionarlo. Sono solo le nostre "carte" a renderlo finito, a determinarlo. Il filosofo vede acutamente l'insufficienza delle carte rispetto alla vita e alle sue diverse prospettive, che la navigazione aerea porta alle loro estreme conseguenze.»

Per il suo libro sulla Filosofia della navigazione quanto ha inciso l'esser nato e vissuto in un'isola?
«Mi ha divertito molto il pensiero di un sardo accostato a un libro sulla navigazione. Per quanto riguarda le tematiche proprie del libro, ho volutamente parlato poco della Sardegna, dando però a essa uno spazio importante come quello della dedica. Vorrei scrivere direttamente sulla Sardegna in un altro contesto, in particolare su Salvatore Satta e Il giorno del giudizio. Quanto alla Sardegna come isola, e al suo destino isolano/isolato, il discorso dovrebbe svolgersi non soltanto su un piano culturale, ma anche su quello politico.»

Nel libro una mente straordinaria del secolo scorso, quel Florenskij splendidamente ripescato da Tagliagambe, ci spiega che il nostro prossimo è insieme problema e ricchezza. Cosa c’entra con il mare?
«Questa ricchezza nel libro ritorna nel momento in cui si affronta la terza navigazione per come è stata interpretata da Giovanni Reale sulla scorta di Agostino, e cioè in riferimento al cristianesimo. L'immagine dei putti di Florenskij indica una navigazione che non è mai solitaria. Navigando, non si è mai soli. Mai: in questo contesto, l'altro può essere sia me stesso, che cerco di incontrare e conoscere realmente - conclude Aresu - sia il compagno di viaggio che mi aiuta ad amministrare la nave, sia l'Altro con la maiuscola, Dio.»

Cacciari e le tensioni filosofiche
Ma la filosofia della navigazione di Aresu è anche una ricostruzione, attraverso la metafora della tensione tra il mare e la terraferma, dell'evoluzione storica della cultura europea. Un'evoluzione che oscilla fra esplorazione filosofica e ricerca di un porto sicuro, nel quale trovare certezze. Abbiamo chiesto a Massimo Cacciari un giudizio su questa tensione.

Quale immagine dell'attuale identità europea ne scaturisce?
«Terra e Mare - spiega Cacciari - costituiscono una indistiungibile polarità lungo tutta la civiltà europea. Essa si manifesta già pienamente nelle parole di Pericle secondo Tucidide: il popolo "vittorioso " è quello capace di abbandonare in ogni momento la propria casa, la propria "terra ferma" per affidarsi alla nave. E' il dominio, l'archè del mare a garantire l'egemonia. La secolare vicenda di questa relazione e contrapposizione è stata "narrata" in modo insuperabile da Carl Schmitt. Ciò che conta è tuttavia intendere che dal mare occorre poi, comunque, sbarcare a terra, che la nave non può essere nostra durevole dimora. Proprio questa tensione domina nella politica dei grandi imperi; essa determina le loro scelte economiche e strategiche; essa mette in perenne crisi il loro equilibrio. E ciò vale fino ad oggi; con una radicale trasformazione: che la decisività del dominio del mare è passata a quello dello spazio aereo. La nave, a questo punto, non è che "porto di aerei", mezzo con il quale la potenza aerea può dislocarsi ovunque . E tuttavia come si doveva sbarcare dalle navi, oggi è necessaria "atterrare" dall'aria..e qui spesso ... "sunt leones".»

Nel libro lei parla di "dominio dell'aria che alla fine decide" e sottolinea la nostra incapacità di abitare. Per questo l'utopia, che per Aresu è negazione della navigazione, non assume più l'aspetto dell'isola cui conducono felici navigazioni, ma quello "del Punto assolutamente irraffigurabile e incatturabile della Singolarità assoluta dell'Inizio". Può spiegarci in cosa consiste questa nuova modalità di presentarsi dell'utopia?
«Appunto perché nessuna nave era abbastanza "ampia" da permetterci di abitarla per sempre, la forma moderna dell'utopia (in qualche modo però già prefigurata in particolare nei romanzi ellenistici) descrive come i "sapienti" che sono giunti ad una perfetta conoscenza delle rotte marine, della techne nautike, approdino finalmente (magari attraverso "felici naufragi") ad un'isola, che viene rappresentata proprio come saldissima e indistruttibile terraferma. Da lì, come oggi dalle più potenti portaerei, essi partono per le più audaci imprese, per diventare di tutto il mondo "esperti". E' evidente il paradosso: la stessa energia che ci stacca dalla prima "patria" e ci fa sfidare quello che per i latini era il nefas marino, ci "condanna" a ritornare sempre sulla terra, anzi: su una terra che si presenta come del tutto "assicurata" rispetto ai pericoli del mare. Il Fine, che potrebbe mettere fine a tale paradosso, non è pensabile, allora, che come il Punto della concordia oppositorum. E questa potrebbe apparire come la forma filosofica della utopia.»

Il libro di Aresu è una profonda rilettura della storia della filosofia europea. Cosa l'ha colpita di più nel modo di porsi rispetto alla ricerca filosofica di questo suo giovanissimo allievo?
«Il libro di Aresu mostra non solo una preparazione filosofica e letteraria "sconvolgente" per un giovane di vent'anni, ma una "libertà" nel comporre prospettive e problemi, autori e epoche diverse che ne delineano già una caratteristica forma di pensiero. La definirei "analogica". E' vivamente sperabile che gli studi "accademici" non debbano troppo rapidamente corrompere una tale felice "eresia"....»

Andrea Mameli
L'Unione Sarda
22 Marzo 2007

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