02 ottobre 2011

The Stanford marshmallow experiment, 40 anni dopo.

marshmallow experiment "The Stanford marshmallow experiment" è il nome di uno degli esperimenti sul comportamento umano più lunghi, forse proprio il più lungo. Tra il 1968 e il 1974 lo psicologo statunitense Walter Mischel organizzò a Stanford un test molto semplice: un bambino di quattro anni è messo nelle condizioni di accettare o rifiutare una caramella dolcissima. E il premio è altrettanto semplice: se rinuncia riceve una seconda caramella.
Mischel, 40 anni dopo, ha indagato le vite e i successi (o gli insuccessi) scolastici di alcuni di quei 650 bambini di Stanford. Si scoprì che i bambini che erano stati capaci di rinunciare alla caramella avevano ottenuto risultati scolastici migliori. Mentre i più golosi in media avevano punteggi al Sat (Scholastic Aptitude Test, obbligatorio per l'ammissione al college) inferiori di circa 200 punti.
Il 29 agosto 2011 la rivista PNAS ha pubblicato un nuovo articolo di Walter Mischel e colleghi ("Behavioral and neural correlates of delay gratification 40 years later") in cui i bambini di allora non sono stati sottoposti al test della caramella ma sono stati messi di fronte a un schermo: il test consisteva nel premere un tasto in presenza di immagini ancora una volta molto semplici: volti sorridenti secondo un ordine prestabilito. E i partecipanti più attenti sono stati quelli che 40 anni fa rinunciavano al marshmallow. Per mezzo delle tecniche di imaging cerebrale si sono identificati i neuroni implicati in questi comportamento: e il "giro frontale inferiore" del lobo frontale (connesso con l'inibizione di comportamenti indesiderabili) e lo "striato ventrale" (conesso con il cibo, il sesso, la droga, il gioco d'azzardo e le dipendenze in genere). Negli individui che mostravano i comportamenti peggiori al test si sono osservati: "un insufficiente reclutamento del giro frontale inferiore" e "una esagerata attivazione dello striato".
Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 2 Ottobre 2011
Approfondimenti:

Behavioral and neural correlates of delay of gratification 40 years later (PNAS August 29, 2011, Walter Mischel et Al)
Abstract
We examined the neural basis of self-regulation in individuals from a cohort of preschoolers who performed the delay-of-gratification task 4 decades ago. Nearly 60 individuals, now in their mid-forties, were tested on “hot” and “cool” versions of a go/nogo task to assess whether delay of gratification in childhood predicts impulse control abilities and sensitivity to alluring cues (happy faces). Individuals who were less able to delay gratification in preschool and consistently showed low self-control abilities in their twenties and thirties performed more poorly than did high delayers when having to suppress a response to a happy face but not to a neutral or fearful face. This finding suggests that sensitivity to environmental hot cues plays a significant role in individuals’ ability to suppress actions toward such stimuli. A subset of these participants (n = 26) underwent functional imaging for the first time to test for biased recruitment of frontostriatal circuitry when required to suppress responses to alluring cues. Whereas the prefrontal cortex differentiated between nogo and go trials to a greater extent in high delayers, the ventral striatum showed exaggerated recruitment in low delayers. Thus, resistance to temptation as measured originally by the delay-of-gratification task is a relatively stable individual difference that predicts reliable biases in frontostriatal circuitries that integrate motivational and control processes.


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