19 settembre 2012

La stele di Rosetta e gli idiomi ancora oscuri.

Quotidiano L'Unione Sarda, mercoledì 19 settembre 2012 - Cultura (Pagina 43)

La straordinaria scoperta della stele di Rosetta

Quella pietra parlante che ha rivelato il segreto dei faraoni

Il 14 settembre 1822 Jean-Francois Champollion si precipita nell'ufficio del fratello Jacques urla “è fatta”, poi sviene. Molte preoccupazioni perché il ragazzo è di costituzione debole - morirà a 41 anni - ma si riprende e il 27 settembre annuncia per iscritto che il segreto dei geroglifici è svelato.
Indietro di 23 anni. Nel luglio 1799 l'archeologia è l'ultimo dei pensieri per i soldati di Napoleone. Ma a Rosetta, nel nord Egitto, mentre si scavano trincee per difendersi dalle truppe ottomane salta fuori un rudere. A puntarlo è Pierre Francois Xavier Bouchard, un ufficiale che è membro della Commissione scienze e arti.
La grossa stele viene pulita. Pesa 762 chili, è alta 114 centimetri e larga 72 con 27 centimetri di spessore. Indecifrabili le prime due iscrizioni, però la terza è in greco. Vi si legge l'omaggio a un oscuro Tolomeo ma la frase finale è uno choc: “Questo decreto sarà inciso in caratteri sacri, indigeni e greci su stele di pietre dura”. Una iscrizione tri-lingue: potrebbe essere la chiave per decifrare - dopo quattordici secoli - i geroglifici.
Inizia una gara fra studiosi di mezza Europa mentre anche la lapide diventa “bottino” conteso tra francesi e inglesi che, dal 1801, si scontrano in Egitto. Nonostante la pietra trilingue però il segreto resta: si credeva erroneamente che a ogni segno corrispondesse una parola. Furono l'inglese Thomas Young (scienziato e medico ma appassionato di Egitto) e Champollion a decifrare una serie di nomi e poi tutto l'alfabeto. Una lunga storia magistralmente raccontata in “La stele di Rosetta” (tradotto in italiano nel 2001) di Robert Solé e Dominique Valbelle al quale si devono i particolari sulla figura affascinante di Champollion che muore nel 1832: “Appena nata, l'egittologia è già orfana”.
Con la stele “parlante” in Europa riprende vigore il mito dell'Egitto diffuso nei secoli precedenti al punto che molti nobili si inventavano di discendere dai faraoni. Una passione che presto si scontra con l'ellenomania, ovvero la presa a modello dell'antica Grecia, con risvolti politici interessanti. Come racconta Martin Bernal in “Atena nera” (ovvero “le radici afroasiatiche della civiltà classica”), gli storici europei dal 1840 in poi minimizzano o negano le evidenti influenze egizie sui Greci: c'è un nesso - scrive Bernal - con l'esplosione del razzismo e del colonialismo.
Ma il fascino egiziano resiste anche alle falsificazioni storiche. Una scrittrice cagliaritana, Clelia Farris, ha da poco pubblicato due romanzi su un Egitto inedito: siamo dalle parti della fantascienza e gli antichi riti convivono con tecnologie modernissime. «Credo di essere stata catturata dalla civiltà egizia quando ho visto la famosa immagine di Osiride che mette la piuma sopra uno dei piatti della bilancia, sull'altro il cuore del morto che conteneva il peso di ogni sua azione» spiega: «Poi c'è l'enigma degli Shardana o Sherden: pirati e predatori del Mediterraneo che più volte aggredirono i porti egizi. Il faraone Ramses III li sconfisse e li arruolò nel proprio esercito. Pian piano si assimilarono. Alcuni archeologi ipotizzano che gli Shardana fossero i sardi nuragici». Dall'Egitto alla Sardegna passando per la Francia: un mondo piccolo.
Daniele Barbieri

Gli idiomi ancora oscuri

Il Disco di Festo, il Codex Rohonc e gli altri enigmi

La scrittura ha reso possibile, per la trasmissione della conoscenza, la storia. Ma perché una lingua possa manifestare la sua potenza è necessario conoscerla. Se non si conoscono testi con traduzione a fronte, come nella stele di Rosetta, la sfida diventa disperata. Un esempio è la scrittura del popolo della Valle dell'Indo, la civiltà di Harappa, dal nome del primo sito scoperto nel 1857, che ci ha lasciato circa 400 segni e simboli senza spiegazione. Diverso il caso dell'alfabeto Merolitico, scoperto nel deserto del Sudan: il complesso di simboli fu decifrato nel 1909 da Francis Llewellyn Griffith grazie a una traduzione in greco scolpita in un santuario ma il significato resta quasi del tutto incomprensibile.
Altro rompicapo archeologico è la lingua Rongorongo, rinvenuta sull'isola di Pasqua: pittogrammi di piante e animali, alcuni dei quali scomparsi prima dell'arrivo degli europei, nel 1700. Altra isola (Creta) e doppio enigma. Il Disco di Festo (1700 a. C. e rinvenuto nel 1908) è una piastra circolare di terracotta con 241 simboli, 45 dei quali unici, raffiguranti oggetti e animali. Alcuni ritengono che non esista materiale sufficiente per un'analisi significativa. Il secondo rebus di Creta di chiama “Lineare A” e rappresenta la chiave per decifrare testi dell'era minoica, in uso intorno al 1900 a. C.
Anche l'Ungheria conserva due segreti: i simboli Vinca, scoperti nel 1875, e ritenuti da alcuni la più antica forma di scrittura, e il Codex Rohonc, scoperto nel XVIII secolo, con 448 simboli completamente sconosciuti. Misteriosi anche il Liber Linteus, un telo di lino usato come fasciatura per una mummia egizia e poi come quaderno per appunti in etrusco, e il manoscritto Voynich, scoperto nel 1912, e datato XV secolo, pieno di simboli immersi in affascinanti illustrazioni di animali immaginari. Resistono alla decifrazione alcune lingue precolombiane come l'olmeca, l'epi-olmeca e la zapoteca. Scoperte accompagnate da polemiche, anche perché non possiamo escludere che secoli fa si prendessero gioco di noi inventando qualcosa che… scrittura non era.
Andrea Mameli

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