23 luglio 2014

Che rapporto esiste tra la mente e la bellezza? I correlati neurali del bello in architettura al FENS Forum di Milano.

Perché un paesaggio mi piace? Cosa scatta nel mio cervello di fronte a una particolare forma architettonica? Sono due delle tante domande alle quali non riesco a dare una risposta convincente. Provo solo a elaborare una spiegazione, di carattere evolutivo: la nostra specie, con la necessità di riconoscere rapidamente, per pura sopravvivenza, il buono dal cattivo, possa aver organizzato la mente verso il riconoscimento immediato di alcune categorie. Ma questo se mi fornisce la spiegazione del come non mi dice molto sul perché. Perché buono e cattivo dovrebbero essere ricondotti al bello e al brutto? Per cercare di capirci qualcosa ho interpellato Aldo Vanini (ingegnere e progettista, autore di articoli sulla rivista internazionale C3 su architettura e paesaggio) organizzatore di un evento dedicato ad Architettura e Neuroscienze all'interno del FENS Forum, il Congresso Internazionale di Neuroscienze organizzato dalla Federazione Europea delle Società di Neuroscienze (FENS), che si è svolto a Milano dal 5 al 9 luglio 2014.
Vanini, per restare all'ipotesi che ho poco sopra formulato, mi ha spiegato che una spiegazione potrebbe essere la necessità di velocizzare e ottimizzare i processi di gestione dell'informazione: simmetria, proporzioni, ripetitività, sono condizioni che consentono una drastica riduzione della quantità di informazioni che si devono processare per integrare un fenomeno percepito con cui si debba interagire.


Vitruvio, De Architectura
Vanini, intervenento al FENS Forum nella sessione intitolata "Esistono i correlati neurali del bello in architettura?" ha parlato di una forte correlazione fra strutture neurali dedicate e le categorie formali elementari dell'architettura (la simmetria, l'allineamento, l'ortogonalità, le proporzioni), ipotizzando che tale relazione nasca «dalla necessità di velocizzare i processi di riconoscimento dell'ambiente e l'ottimizzazione della memorizzazione del dato in termini di integrazione dell'informazione. Le ricerche delle neuroscienze aprono la possibilità di indagare sulle origini del concetto di bellezza, superando la storica posizione dei trattatisti, i quali si limitavano a classificarne i canoni. Benché da anni esista e operi negli Stati Uniti una Academy of NeuroSciences for Architecture, con obiettivi legati al miglioramento delle prestazioni degli edifici sotto il profilo psicologico, ancora non è stata posta con forza la possibilità di esplorare le origini teoriche del pensiero architettonico attraverso gli strumenti delle neuroscienze. La bellezza, intesa come risposta positiva a determinate strutture formali, in architettura e in tutte le arti sembra corrispondere, in base alle osservazioni di brain imaging e PET, all'attività di precise area del sistema nervoso centrale, evidenziando forti criteri di universalità. In questo modo si rafforza l'idea che la bellezza sia debba essere connessa con le particolari caratteristiche dell'architettura del sistema nervoso centrale. Esisterebbero dei "circuiti" strutturati in modo tale da apprezzare alcune categorie formali come la simmetria, le proporzioni, gli allineamenti, l'ortogonalità, la ripetitività. Ci si domanda, quindi, se e quali possono essere i motivi dell'esistenza di queste strutture hard-wired dedicate. Le ipotesi sono varie, ma quella che a me sembra più percorribile è legata alla necessità di velocizzare e ottimizzare i processi di gestione dell'informazione, atteso il fatto che, come ipotizzato dai neuroscienziati Giulio Tononi e Christof Koch, la stessa coscienza si configurerebbe come integrazione di informazioni minimali, il così detto Phi. E' ovvio che simmetria, proporzioni o ripetitività, consentono una drastica riduzione della quantità di informazioni da processare per integrare un fenomeno percepito con cui si debba interagire, per esempio uno spazio architettonico.»
Le Corbusier, proporzione antropica e sezione aurea
Ma la bellezza non è sempre ordine e simmetria: è anche fatta di trasgressione. «Su questo punto - mi ha spiegato Vanini - è interessante, a partire dal pensiero della filosofia della storia di Hegel, immaginare che la lotta per il riconoscimento che avevnoa nell'arte e nella cultura alcuni degli strumenti a cui le classi subalterne si rivolgevano per affermare il proprio riconoscimento nei confronti di quelle dominanti, abbia perso slancio al diffondersi dei sistemi politici democratici. La spinta autocritica tipica di questi sistemi ha trasformato in valore la critica ai sistemi consolidati, tra cui gli stessi canoni estetici. L'arte, da sistema celebrativo e autorappresentativo, si è sempre più spostata verso un carattere di comunicazione e di denuncia dell'establishment e, come tale, viene apprezzata da chi dispone di queste chiavi di lettura. Chiavi di lettura che, come dicevo, hanno però una natura culturale, e quindi, con una analogia informatica, di software, mentre le reazioni hard-wired che vengono registrate con i mezzi delel neuroscienze rimangono legate al originario sistema di valori positivi (canonici) e negativi (trasgressivi). Da qui deriva il progressivo distacco dell'uomo comune dalle forme di arte contemporanea (nelle arti figurative, nella musica, nell'architettura, etc.) che non coincidono con le strutture prederminate del sistema nervoso centrale e che, quindi, producono una sorta di 'disagio biologico' nell'osservatore o nell'ascoltatore. Faccio l'esempio della musica dodecafonica o atonale che, a distanza di quasi un secolo dalla sua concezione, non riesce ancora a trovare apprezzamento nel vasto pubblico, considerato il fatto che la scala tonale sembra trovare preciso riscontro nelle strutture hardwired del cervello umano.»


Semir Zeki (docente di neurobiologia allo University College di Londra, fondatore dell'Istituto di Neuroestetica di Berkeley, coautore insieme al pittore Balthus del saggio "La ricerca dell'essenziale")
ha presentato i suoi studi di brain imaging sulla attivazione di aree e reti di neuroni in risposta a immagini piacevoli o sgradevoli, in gruppi adeguatamente selezionati e differenziati di individui. L'importanza di queste risposte è data dalla loro sostanziale omogeneità tra i vari soggetti in relazione al grado di piacere e di disturbo generato. L'aspetto più interessante dello studio è la possibilità di distinguere tra "bellezza" e "arte": il sistema nervoso centrale dei soggetti rispondeva omogeneamente rispetto a immagini universalmente considerate "belle" (forme rassicuranti, immagini classiche, paesaggi ), non altrettanto a immagini ritenute "capolavori" ma "sgradevoli", quali i volti sfigurati di Francis Bacon. Ne deriverebbe una netta distinzione tra la risposta a immagini emotivamente 'stabili', per le quali il cervello dispone di strutture hard-wired innate e immagini "artistiche" che appartengono più esattamente al mondo della comunicazione di contenuti e che, pertanto, rispondono in maniera relativa alla cultura dell'osservatore.
Palladio, i quattro libri dell'architettura

Stefano Boeri (architetto e progettista, docente al Politecnico di Milano, già direttore di Abitare e di Domus) partendo dalla citazione dell'architetto Eupalino, contenuta nel dialogo tra Fedro e Socrate di Paul Valery, ha sottolineato il carattere ambiguo della bellezza architettonica, prendendo le distanze da un'ipotesi rigidamente tassonomica dell'architettura e privilegiando la categoria della creatività e dell'invenzione, pur interessato, anche per educazione familiare in quanto figlio di un neurologo, agli aspetti neurologici del processo creativo.
  
Gonçalo Byrne (architetto e progettista portoghese, Medaglia d'Oro dall'Academie d'Architecture de France, ha insegnato nelle più importanti facoltà di architettura) ha ipotizzato che la "bellezza" in architettura sia principalmente legata al vissuto dello spazio e alle relazioni sociali urbane, e che, eventualmente, queste relazioni trovino nella struttura cerebrale i processi riconducibili all'apprezzamento del bello.
 
Aldo Vanini ha concluso sottolineando la distanza esistente tra le due discipline, nonostante il forte interesse reciproco. In ogni caso resta centrale il tema della possibilità di comprendere non solo il "come' della bellezza", ma anche il suo "perché". Al termine del simposio il pubblico, tra cui Giacomo Rizzolatti, celebre neuroscienziato scopritore dei neuroni specchio, ha posto molte domande lasciando aperto un argomento alla cui prosecuzione tutti gli interessati si sono dichiarati molto interessati e disponibili, dandosi appuntamento per un ulteriore approfondimento, anche allargato ad altre figure disciplinari.

Chiudo questo post riportando una parte della presentazione di Vanini, nella quale troviamo le quattro chiavi - proposte da Rolf Reber (Università di Bergen), Norbert Schwarz (Università del Michigan) e Piotr Winkielman, (Università di San Diego) - che attribuiscono le radici della bellezza al processo neurale. Ecco i quattro pilastri del bello:

  1. alcuni oggetti sono processati più facilmente di altri perché contengono certe caratteristiche che il cervello è neuralmente precablato per processare velocemente, come la simmetria;
  2. quando percepiamo qualcosa che processiamo facilmente, otteniamo una sensazione positiva;
  3. questa sensazione positiva contribuisce al nostro giudizio di valore, come se la percezione sia o meno piacevole, a meno che non si metta in discussione il valore informativo dell’input;
  4. l’impatto di questa facilità di processo è moderato dalle aspettative o da quanto gli si può attribuire coscientemente.


Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina
23 Luglio 2014

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