12 novembre 2016

Studiosi a caccia dei cugini della "Particella di Dio"

Nel montaggio del grande film dell’universo mancano due scene: l'iniziale e la finale. I primi istanti del big bang e il the end. A svelare i segreti di questo film il Cagliari Festivalscienza ha scelto Guido Tonelli. Toscano di nascita ma sardo d’adozione (anni trascorsi all’Università di Sassari), Tonelli ha contribuito in maniera rilevante alla scoperta del Bosone di Higgs, che non ama chiamare Particella di Dio: «Questa particella, che ha un ruolo decisivo, non va rivestita di significati soprannaturali. La caccia al Bosone è durata 50 anni e ha coinvolto ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo. Ma non finisce qui: le domande per il futuro sono altrettanto appassionanti e l’acceleratore LHC del CERN funziona a pieno regime. Si cercano i cugini del bosone, che potrebbero nascondersi in ogni anfratto».
A Cagliari Guido Tonelli ha fornito l’ultimo remake della storia dell'universo: «Abbiamo un’immagine in mutazione, destinata a cambiare. Della scena iniziale abbiamo ipotesi di ciò che è accaduto un centesimo di miliardesimo di secondo dopo il big bang, quando la temperatura si è abbassata e le particelle si sono potute organizzare».  
Cosa c’era all’inizio dell’inizio?
«Solo particelle prive di massa che fluttuavano in ogni direzione. E avrebbero continuato a farlo se non fosse avvenuta quella che io chiamo la "nascita di tutte le cose". La forza elettromagnetica si è separata dalla forza debole e alcune particelle hanno acquistato massa. Poi intorno al protone si è messo a orbitare un elettrone e sono nati atomi e molecole».  
Cosa c'è nella parte centrale del film?
«Ci sono 13,8 miliardi di anni nei quali si aprono gli abissi dell’ignoranza: non sappiamo come funziona la materia oscura, quella che costituisce circa un quarto dell'universo e tiene insieme gli ammassi di galassie e l’energia oscura, che governa l'espansione dell'universo».  
E la scena finale?
«Un'espansione indefinita, con un universo che muore di freddo o una catastrofe conclusiva con un drammatico ritorno alla scena iniziale».  
Ma perché svelare la trama?
«Non c’è società al mondo che non abbia avuto una sua cosmologia, intorno a cui organizzare una propria visione. E poi ciò che ora sembra astratto, domani potrebbe portare innovazioni utili a tutti».


Andrea Mameli
(articolo pubblicato sul quotidiano L'Unione Sarda il 20 novembre 2016) 
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09 novembre 2016

Prima che il tempo finisca... spunti di riflessione (dopo il nostro spettacolo al Cagliari FestivalScienza)

Daniele Barbieri (foto: Mauro Manunza)
Trova il tempo di riflettere,
è la fonte della forza.

Trova il tempo di giocare,
è il segreto della giovinezza.

Trova il tempo di leggere,
è la base del sapere.

Trova il tempo d'essere gentile ,
è la strada della felicià.

Trova il tempo di sognare,
è il sentiero che porta alle stelle.

Trova il tempo d'amare,
è la vera gioia di vivere.

Trova il tempo d'esser contento,
è la musica dell'anima...

(Antica Ballata Irlandese)

Andrea Mameli (foto: Mauro Manunza)
Con queste parole si è concluso lo spettacolo portato in scena oggi all'ExMà di Cagliari (per il FestivalScienza 2016) da me e Daniele Barbieri.

Un incontro dedicato al tempo, con orologi che scorrono all'indietro, riferimenti a Bob Dylan, Jean-Paul Sartre, George Orwell, Philip K. Dick, Carlo Rovelli, Sant'Agostino, Groucho Marx e Karl Marx...

Una conferenza-spettacolo dedicata alla necessità di riprendere in mano il proprio tempo, alla forza delle parole di Albert Einstein ("Le persone che come noi credono nella fisica sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è altro che una persistente cocciuta illusione"), alla potenza della mente di Stephen Hawking ("Il calore dei buchi neri è una Stele di Rosetta, scritta a cavallo di tre lingue - quanti, gravità e termodinamica - che attende di essere decifrata per dirci cosa sia davvero lo scorrere del tempo), al bisogno di capirci qualcosa. Prima che il tempo finisca...

Una brillante idea di Daniele che ho apprezzato molto e ho sposato con entusiasmo. Un modello di indagine della conoscenza, proprio al confine tra scienza e fantascienza, che a mio modo di vedere diverte e spinge a riflettere.

Prima che il tempo finisca (Cagliari FestivalScienza 2016)

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 9 Novembre 2016 

ExMà, Sala Conferenze, 9 Novembre 2016 (foto: Greca Meloni)





06 novembre 2016

Triangolo delle Bermude: «Risolto il mistero. Anzi no» (Andrea Mameli. L'Unione Sarda, 5 Novembre 2016)

È il più grande pozzo dei misteri non svelati? O è la madre di tutte le bufale?
C'è poco da fare: il Triengolo delle Bemude è uno di quelle cose che dividono nettamente: o ci credi o non ci credi. Le posizioni sono sempre distanti: per i primi la cospirazione o la mano aliena sono cause lampanti; per i secondi il numero di incidenti nel presunto Triangolo maledetto non è per nulla superiore a quello di una qualsiasi altra regione a densità di traffico aeronavale molto elevata.
INTERESSE. Ma perché questa fetta di Oceano Atlantico situata tra le isole di Bermuda, Puerto Rico e Fort Lauderdale (Florida) suscita tanto interesse? L'infame zona ha goduto di enorme popolarità grazie al libro di Charles Berlitz “Bermuda, il triangolo maledetto” (titolo originale: “The Bermuda Triangle”) pubblicato nel 1974. Ma forse ancora di più è riuscito a fare Steven Spielberg nel 1977, in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, facendo ricomparire i 5 motosiluranti della "Squadriglia 19” (sparita dai radar nel dicembre del 1945) e la nave da carico “SS Cotopaxi” (volatilizzata nel 1950) nel deserto. Tuttavia la storia, o meglio la leggenda, ebbe inizio con un articolo del 1950 comparso sul quotidiano The Miami Herald, dedicato alla sparizione dei 5 aerei. La scia mediatica prosegue con un servizio dedicato alla grande quantità di sparizioni che sarebbero avvenute in quella zona, pubblicato sulla rivista Fate (il nome della testata è tutto un programma dato che in italiano si traduce con Destino) e con un numero incalcolabile di articoli e servizi televisivi.
SPIEGAZIONE. Nei giorni scorsi pareva che fosse stata trovata una spiegazione razionale, molto distante dalle interpretazioni paranormali o complottiste. È quanto poteva sembrare ascoltando Randy Cerveny (docente di geografia della Arizona State University) e Steve Miller (metereologo della Colorado State University) in un servizio andato in onda nel programma “What On Earth?” del canale Science Channel, facilmente reperibile nel relativo canale Youtube. Gli incidenti sarebbero causati da venti in grado di sferzare la zona a 170 miglia orarie (273 chilometri all'ora). E all'origine di questi venti di straordinaria velocità, chiamati da Cerveny “air bombs” (“bombe d'aria”) ci sarebbero le “nubi esagonali” riprese dai satelliti e già note alla letteratura scientifica.
Le parole dei due ricercatori, riprese immediatamente dal Mirror (quotidiano inglese più vicino agli scandali che alla ricerca scientifica), sono poi rimbalzate in maniera acritica sui media di tutto il mondo. Ma non se ne trova alcuna traccia su riviste scientifiche e stampa specializzata. E quando il dubbio affiora in maniera prepotente, come in questo caso, è obbligatorio andare a vedere cosa ne pensa il cacciatore di bufale Paolo Attivissimo. E così dal suo blog apprendiamo che Cerveny e Miller hanno smentito la tesi a loro attribuita, contestando il modo in cui le loro parole sono state riassemblate forzatamente. In particolare http://attivissimo.blogspot.it/ rivela: «Miller ha detto che queste condizioni non possono essere incolpate delle sparizioni nel Triangolo delle Bermude, perché “avvengono ovunque... più generalmente alle latitudini medio-alte sugli oceani e solitamente nella stagione fredda”. Cerveny, in particolare, ha obiettato che “Hanno fatto sembrare che io stessi facendo una grande scoperta... Purtroppo non è così”».
BLOG. Sul blog pulseheadlines.com Elizabeth De Faria evidenzia poi che secondo Steve Miller alle nuvole esagonali non può essere attribuito il presunto potere catastrofico del Triangolo delle Bermude in quanto queste formazioni si presentano anche in altre parti del pianeta: «si tratta di un fenomeno comune, che si verifica a livello globale sopra gli oceani, di solito durante la stagione fredda».
Anzi, per Paolo Attivissimo non vi è proprio «nessuna anomalia statistica o misteriosa concentrazione di incidenti aerei e naufragi nella zona».
E allora, in fondo, la domanda forse è sempre la stessa: non se l'enigma del Triangolo è stato risolto, ma se tale enigma esiste.

ANDREA MAMELI

Articolo pubblicato il 5 Novembre 2016 dal quotidiano L'Unione Sarda 
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