15 giugno 2013

La scienza a bordo dell'Enterprise


Stasera a Cagliari incontro “Star Trek, cosa cerchiamo lassù?” con Possenti e Giovanardi

”Star Trek, cosa cerchiamo lassù?”. Non è un appello fantascientifico ma il titolo del caffé scientifico organizzato dall’ente regionale Sardegna Ricerche in programma oggi alle 16,30 al Sette Vizi di Cagliari (Mediateca del Mediterraneo) con Andrea Possenti (direttore dell’Osservatorio astronomico di Cagliari) e Stefano Giovanardi (curatore del Planetario di Roma).

All’astrofisico Andrea Possenti (scopritore nel 2003, insieme ai colleghi Nichi d’Amico e Marta Burgay, della prima pulsar doppia) abbiamo chiesto se s’è ancora bisogno di cercare qualcosa al di fuori della Terra.
«Il nostro pianeta è come una piccola navicella che si muove in un mare, l’Universo, enormemente più grande. Sarebbe miope guardare solo all’interno della nave e non cercare di capire quello lo che le sta attorno. Decifrare le leggi che regolano l’Universo ha un’enorme valenza culturale, che ha segnato la storia del genere umano. E per approfondire queste ricerche serve anche una combinazione di idee e di tecnologie di frontiera che lascia una traccia evidente nella vita di ogni giorno: dal wi-fi ai computer portatili e ai sistemi ccd delle fotocamere, per fare alcuni esempi».
A che punto siamo con il Sardinia Radio Telescope?
«La costruzione dello strumento è terminata da tempo e da qualche settimana si è conclusa anche la fase di installazione dei principali strumenti elettronici. Adesso siamo nella fase di validazione scientifica, ossia di verifica della qualità dei dati che SRT è in grado di raccogliere. Tutti i test compiuti fino ad ora sono stati estremamente incoraggianti e circa un mese fa SRT ha anche ottenuto il suo primo risultato scientifico di risalto mondiale: è stato infatti il primo radiotelescopio ad osservare, alla frequenza di 7 GHz, una stella “magnetar” localizzata vicino al centro della nostra Galassia».

A Stefano Giovanardi, che prima di lavorare al Planetario di Roma ha fatto il ricercatore alla Columbia University di New York e allo Space Telescope Science Institute di Baltimora, abbiamo domandato qual è il ruolo dei planetari nella nostra epoca.
«Il planetario per noi e per il pubblico può fare da macchina dello spazio e del tempo: una macchina in grado di rappresentare il cielo in qualunque istante del tempo e in ogni luogo dello spazio. Con i nostri spettacoli astronomici offriamo un’anteprima del turismo spaziale: itinerari di viaggio verso corpi celesti diversi, pianeti, stelle, galassie, buchi neri, perfino i lampi gamma. La nostra speranza è offrire a ogni visitatore la direzione sulla quale stabilire il proprio raccordo personale con il cosmo».  
Cosa sono le Psicosi Cosmiche?
«È il titolo di uno dei 60 spettacoli astronomici che fanno parte del programma del Planetario di Roma. Racconta storie celesti che contengono sorprendenti intersezioni con la cultura popolare, che spesso si lascia suggestionare dai fenomeni celesti più appariscenti con reazioni ingenue e a volte buffe. Così si innescano le psicosi cosmiche: storie di panico mediatico e isteria collettiva scatenate dai fenomeni del cielo, sulle quali si può anche ridere»

ANDREA MAMELI
L'Unione Sarda, Cultura, 15 Giugno 2013

Andrea Mura: come attraversare l'Atlantico in 17 giorni, 10 ore e 22 minuti

Andrea Mura è una delle meraviglie di Cagliari. Non so più da quanti anni il suo nome è associato a imprese veliche sempre più formidabili. Non ci siamo mai conosciuti di persona, ma lo sento vicino, come fosse una persona di famiglia, un amico. Sicuramente sono orgoglioso delle sue imprese sportive. Così gli ho chiesto una foto per il mio blog e poco fa mi ha mandato una splendida immagine che racconta il suo ultimo successo.
Eccola:
Andrea con il suo Vento Di Sardegna nel 2010 ha vinto la Route du rhum e nel 2012 la Transat Quebec-Saint Malò.
E ieri ha trionfato nella Line Honours alla Ostar, la regata atlantica riservata a chi ha il coraggio di affrontare l'Oceano Atlantico in solitaria. L'ennesimo successo è arrivato dopo una navigazione durata 17 giorni, 10 ore e 22 minuti: il tempo servito per percorrere le 3.000 miglia che separano Plymouth (Inghilterra) da Rhode Island (Usa).
Bellissima anche la foto che ho preso dal profilo facebook Vento di Sardegna:

Grazie Andrea!

P.S. Ecco la dichiarazione ufficiale di Andrea Mura subito dopo la fine della regata (il neretto è suo):

"Lo sforzo è stato grande ma ne valeva la pena. Ho faticato mesi per migliorare le prestazioni della barca e il mio primo successo è stato arrivare sulla linea di partenza con un mezzo competitivo, ora con la vittoria in tempo reale alla Ostar realizzo un sogno che coltivavo da anni. Voglio congratularmi con tutte le barche che hanno affrontato la Ostar e sono rimaste in gara malgrado quello cha hanno dovuto affrontare. Sono arrivato a questa vittoria grazie alla generosa collaborazione di tanti piccoli artigiani, piccole e grandi imprese e che hanno messo a disposizione tempo, competenze e tecnologie avanzate, senza di loro non sarebbe stato possibile. A bordo ho avuto diverse rotture, ma le vele non mi hanno tradito fornendo una grande prestazione. A inizio regata sono rimasto frastornato dal fatto ! che una barca ha centrato il mio scafo, mi sono deconcentrato e ho perso di vista una boa. Sono tornato indietro per passare correttamente la boa, perdendo circa 7 ore. Anche questa volta ho regatato rinunciando ai software da regata per poter di fare liberamente le mie scelte, che è la cosa che maggiormente mi appassiona durante la competizione. Ora mi attende un'altra classica il Fastnet, in agosto".
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 15 Giugno 2013

14 giugno 2013

Progetto Rumundu: Stefano Cucca e il giro del mondo in bicicletta

Stefano Cucca oggi ha lasciato la Sardegna alla volta della Sicilia: con il suo progetto Rumundu percorrerà 30.000 chilometri in bicicletta.

Stefano è Partito da Sorso, in provincia di Sassari, l'8 Giugno. Dopo la Sicilia punterà verso Nord fino a raggiungere l'Islanda, poi il Canada, gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, le Isole del Pacifico, la Nuova Zelanda, l'Australia, il Madagascar, la Repubblca Sud Africana e poi di nuovo la Sardegna.
«Il progetto Rumundu - spiega Cucca nel sito www.rumundu.com - nasce in Australia il primo dicembre 2010, dove mi trovavo per partecipare all’Ironman quando, un’italo-australiana conosciuta per caso, invitò me e un’amica a stare da lei perché riteneva che non potessimo dormire nel furgoncino. Quella mattina scrissi l’idea di un contenitore di storie di vita da raccogliere in giro per il mondo, che riposi in un cassetto per portare avanti nel mentre un’azienda fondata con alcuni amici e riprendere le mie consulenze. Nell’agosto 2012 ho riaperto quel cassetto».

Ho incontrato Stefano poco prima della sua partenza per Palermo, e gli ho chiesto come si è preparato per questa straordinaria impresa e cosa porterà nella sua bicicletta. La videointervista è qui sotto (mi scuso per il rumore del vento: quando soffia sul Bastione si fa sentire!):
Ho regalato a Stefano un oggetto utile, piccolo e leggerissimo: una lente d'ingrandimento. Poi mi sono unito al gruppo Igers Sardegna: è bello condividere le foto di eventi come la partenza di un giro del mondo in bicicletta.
Abbiamo accompagnato Stefano al porto di Cagliari per una breve sosta sulla barca sostenibile di Mathias Andreas Reiter:
E poi lo abbiamo seguito fino all'imbarco sulla motonave Dimonios.
Ciao Stefano, e buon viaggio sostenibile!
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 14 Giugno 2013

13 giugno 2013

Cavernomi cerebrali: l'alternativa alla neurochirurgia in un articolo di Elisabetta Dejana. Nature, 6 Giugno 2013

Identificato per la prima volta da un gruppo di ricercatori dell’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) e dell’Università degli Studi di Milano un possibile approccio terapeutico per curare i cavernomi cerebrali: una malformazione congenita che fino a oggi si poteva curare solo tramite asportazione neurochirurgica.
La scoperta, pubblicata su Nature il 6 Giugno 2013 (EndMT contributes to the onset and progression of cerebral cavernous malformations) individua in una terapia antiinfiammatoria e antitumorale la possibile cura per questa patologia poco nota ma molto meno rara di quanto si immagini: ne sono potenzialmente affette almeno una persona su 500.
La cosiddetta caverna è una malformazione dei vasi cerebrali, familiare o sporadica, caratterizzata dalla formazione di agglomerati di vasi sanguigni dilatati in maniera abnorme e particolarmente fragili, che possono manifestarsi con emorragie intracerebrali, deficit neurologici, crisi epilettiche e mal di testa ricorrenti.
I cavernomi cerebrali sono costituiti da un fitto agglomerato di bolle gonfie di sangue e rivestite da una parete endoteliale sottile e fragile. La serietà e la tipologia dei sintomi dipende sia dalla sede del cervello in cui si trova il cavernoma sia dalla sua dimensione, da pochi millimetri ad alcuni centimetri. Il numero di lesioni può variare da uno, nei casi di tipologia sporadica, ad alcune decine, nel caso di tipologia ereditaria.
Si stima che la probabilità di sviluppare cavernomi cerebrali possa interessare più di una persona su 500, ma nella maggior parte dei casi (tra il 70 e l'80%) possono rimanere silenti per tutta la vita, senza manifestare alcun sintomo. La matrice della malformazione può essere sporadica (presente in un solo individuo e non nei suoi familiari) o ereditaria (con una modalità di trasmissione autosomica dominante). La malformazione, che sia presente dalla nascita o si origini nel corso della vita, presenta sintomi clinici prevalentemente in età adulta, dopo i 20 anni. Se non vi sono evidenze di carattere ereditario, i cavernomi cerebrali sono difficilmente diagnosticabili e spesso vengono scoperti in modo fortuito, nel corso di indagini effettuate per altri motivi (la diagnosi viene effettuata tramite risonanza magnetica). I sintomi non sono specifici e possono essere riconducibili ad altre patologie cerebrali.
L’unica cura dei cavernomi cerebrali è rappresentata dalla rimozione chirurgica tramite craniotomia, che tuttavia si rende necessaria solo se sono sintomatici o in espansione. Pur essendo sempre più sicura grazie alle metodiche di precisione della microchirurgia, la rimozione neurochirurgica può risultere critica: questo soprattutto se il paziente è un bambino o se il cavernoma è ubicato in un’area cerebrale delicata o nel midollo spinale, perché l’intervento rischia di provocare danni alle strutture cerebrali sane circostanti.
Una conoscenza più approfondita dei meccanismi molecolari alla base della formazione dei cavernomi sembra indicare la via per approcci terapeutici alternativi alla chirurgia, meno invasivi e più risolutivi.
La malformazione cavernosa cerebrale è causata dall’assenza di una delle tre proteine che formano il complesso CCM (Cerebral Cavernous Malformation) e che sono codificate da tre geni: CCM1, CCM2, CCM3.
La conoscenza molecolare delle Malformazioni Cavernose Cerebrali e la ricerca della cura viene ora dalla ricerca pubblicata su Nature e condotta nei laboratori dell’IFOM di Milano da Elisabetta Dejana (ricercatrice impegnata nella comprensione dei meccanismi che regolano lo sviluppo del sistema vascolare nei tumori, responsabile del programma di ricerca IFOM Il sistema vascolare del cancro e professore ordinario di Patologia Generale nel Dipartimento di Bioscienze all’Università degli Studi di Milano).
«Il cavernoma - spiega Elisabetta Dejana - è di fatto assimilabile a un tumore benigno, nel quale la moltiplicazione incontrollata e progressiva delle cellule del tessuto rimane circoscritta a una determinata area. Come nei tumori, le cellule endoteliali si trasformano e diventano più mobili ed invasive, andando incontro ad una crescita vascolare incontrollata che porta allo sviluppo e l’espansione dei cavernomi. Abbiamo concentrato le nostre ricerche sul gene CCM1, responsabile del 40% dell’insorgenza di cavernomi e abbiamo osservato che l’inattivazione di questo gene comportava nella cellula endoteliale la perdita delle sue caratteristiche funzionali specifiche e la trasformazione in cellula mesenchimale».

Questo processo (“transizione endotelio-mesenchimale”) è tipico nei tumori e in altre patologie infiammatorie, in cui le cellule endoteliali acquisiscono elevate proprietà migratorie e invasive.

«Nei cavernomi – spiegano Luigi Maddaluno e Noemi Rudini, i due primi autori dello studio – abbiamo notato che questo cambio di funzione è mediato da due fattori cruciali proprio in molte patologie infiammatorie e nei tumori: BMP6 (bone morphogenetic protein 6) e TGF-ß (transforming growth factor beta). In assenza di CCM1, le cellule endoteliali producono in misura abnorme BMP6 e sono più sensibili a TGF-ß (presente in concentrazioni elevate nel cervello) acquisendo così proprietà mesenchimali. Abbiamo quindi sperimentato l’impiego di inibitori di BMP6 o di TGF-ß ed abbiamo osservato una riduzione molto significativa dello sviluppo delle lesioni vascolari cerebrali».
Questi farmaci sono già esistenti e sono attualmente allo studio per bloccare la proliferazione tumorale o altre patologie infiammatorie. La scoperta apre quindi le porte a possibili applicazioni terapeutiche non troppo lontane dalla pratica clinica. Per Elisabetta Dejana: «Aver individuato un approccio terapeutico alternativo alla neurochirurgia è una svolta importante per la ricerca, ma soprattutto per i pazienti. Confidiamo adesso di poter avere il supporto necessario per avviare uno studio clinico preliminare».
Non è infrequente che i cavernomi si sviluppino nei bambini dove la chirurgia può provocare danni allo sviluppo cerebrale o in pazienti adulti dove non si può intervenire chirurgicamente perchè la lesione è di difficile accesso.
La ricerca condotta da Elisabetta Dejana è stata sostenuta da finanziamenti dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e dei altri Enti tra cui la Fondation Leducq (organizzazione impegnata nella ricerca sulle malattie cardiovascolari).

Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 13 Giugno 2013

12 giugno 2013

AAA: cercasi primo sito web. Un progetto targato Cern

L'idea, in fondo, è semplice, ma il risultato non sarà facile da raggiungere. Perché se c'è una cosa difficile da trovare, nel web, sono le vecchie pagine web.

In occasione del ventesimo compleanno del web il Cern cerca di ricostruire la prima pagina web, creata il 6 Agosto 1991.

Chi ritiene di avere qualche elemento significativo da segnalare può contattare il Cern via e-mail: first-website@cern.ch o twitter: @thefirstwebsite

Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 12 Giugno 2013

11 giugno 2013

Trattatello, una poesia scientifica di Pietro Pancamo per Linguaggio macchina


Trattatello


PREFAZIONE:
le parole seguenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.

Il silenzio è un’isteria di solitudine
che genera e accumula:
prodotti temporali,
energie cinetiche,
reazioni di gesti a catena.
I sogni, inseriti nella rassegnazione
come in un programma di noia pianificata,
sono gli arti di questo silenzio;
o, se preferiamo,
gli organuli ciechi del silenzio
che lavorano a tastoni
dentro il suo liquido citoplasmico.
Il silenzio può anche essere
la cellula monocorde
di un sentimento spaventato,
di un amore rappreso,
di un guanto scucito:
in tal caso
trasforma la solitudine
nella raggiera cerimoniosa
d’una nausea che procede,
maestosa,
con moto uniformemente accelerato.
(Si registra un’accelerazione a sbalzi
solo quando
un’effervescente disperazione
s’intromette con scatti sismici
a deviare il corso
dell’accelerazione stessa).
Per concludere,
l’evoluzione della nausea
può secernere un vuoto,
avente più o meno
le caratteristiche della morte;
o germogliare per gemmazione
quella strana forma di vita
identificata col nome di indifferenza,
la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)
il chiasmo di paura e odio.

POSTFAZIONE:
le parole precedenti
sono un fango di cellule nervose,
tenute insieme dal silenzio.
Ogni allusione
a sentimenti e/o fatti reali
è voluta
silenziosamente.


«Il gatto è il miglior amico dell'uomo» (Pietro Pancamo)

10 giugno 2013

Nuovi studi sul cervello di Ötzi

Le cellule ematiche di un campione del cervello di Ötzi al microscopio.
Nel 2007, analizzando la frattura cranica dell'uomo del Similaun, erano state individuate per la prima volta due zone più scure.
Dopo aver eseguito la TAC i ricercatori avevano ipotizzato che un aggressore gli avesse assestato un colpo in fronte e che questo avesse fatto urtare il cervello contro l’occipite, causando l’ematoma evidenziato dalle zone scure.
Questa ipotesi non era però ancora stata approfondita.
Nel 2010, attraverso due piccoli fori già esistenti nella scatola cranica di Iceman, erano stati estratti (tramite endoscopia) due campioni di cervello.
Il microbiologo Frank Maixner (Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’EURAC: Accademia Europea di Bolzano) e i suoi colleghi Andreas Keller (Istituto di genetica umana dell’Università del Saarland) e Andreas Tholey (Istituto di medicina sperimentale dell’Università Christian Albrecht di Kiel) hanno condotto analisi parallele sui due minuscoli campioni (pochi millimetri di spessore).
Rappresentazione 3D dell’immagine delle cellule ematiche di un campione del cervello di Ötzi
Il gruppo di ricerca di Andreas Tholey ha contribuito utilizzando le più recenti tecnologie nel campo della ricerca sui proteomi: i ricercatori hanno documentato una grande quantità di proteine del cervello e hanno rilevato anche globuli proteici. Le analisi al microscopio hanno evidenziato la presenza di cellule neuronali in buono stato e di aggregati di cellule ematiche, a dimostrazione che il campione prelevato è costituito effettivamente da tessuti cerebrali di Ötzi e non da sedimentazioni che si potevano essere accumulate nel corso dei secoli. In altre parole siamo di fronte a un cervello conservato in condizioni eccellenti. Gli aggregati di sangue riscontrati nel campione, inoltre, portano ulteriori prove a sostegno dell’ipotesi che le macchie scure potrebbero essere ematomi.
Quel che resta da scoprire è se siano gli ematomi siano comparsi a causa di un colpo in fronte o di una caduta in seguito alla ferita della freccia, riscontrata in precedenza. Risultati importanti per la ricerca scientifica: si tratta del primo studio in assoluto sui tessuti molli di un corpo mummificato.
La struttura neuronale di un campione del cervello di Ötzi al microscopio.
«Le proteine - ha spiegato Andreas Tholey - sono i veri attori all’interno dei tessuti e delle cellule: i principali processi all’interno delle cellule si svolgono a grazie a loro. Sapere quali proteine sono presenti permette di comprendere il potenziale funzionale di un tessuto. A differenza del DNA, che è uguale in tutte le cellule del corpo, le proteine ci mostrano cosa succede veramente in specifiche parti del corpo».
Secondo Frank Maixner: «La ricerca sui tessuti mummificati può essere molto frustrante: i campioni sono spesso danneggiati o contaminati e anche dopo vari tentativi con diverse tecniche non si arriva a un risultato. Se ci si immagina che abbiamo potuto documentare i processi realmente avvenuti nei tessuti di un uomo vissuto 5000 anni fa, si può capire perché noi ricercatori non abbiamo gettato la spugna dopo i tanti tentativi falliti. Ne è valsa la pena».

I risultati dello studio sono stati pubblicati dalla rivista “Cellular and Molecular Life Sciences”: Paleoproteomic study of the Iceman’s brain tissue.

Sezione della scatola cranica di Ötzi (le frecce gialle indicano i punti nei quali è stato effettuato il prelievo dei campioni). Fonte: Ospedale di Bolzano (radiodiagnostica).