08 luglio 2015

Le frontiere della ricerca: far luce sulla materia oscura (L'Unione Sarda, 17 giugno 2014)

L’Unione Sarda 17 giugno 2014 Cultura (Pagina 15)
Istituto di Fisica nucleare
I 25 anni della sezione sarda: il presidente Ferroni a Cagliari
Le frontiere della ricerca: far luce sulla materia oscura 
 
Di fronte ai lingotti di piombo di epoca romana, custoditi dal mare del golfo di Oristano per 2 mila anni e ora utilissimi nelle ricerche dei laboratori del Gran Sasso, il presidente dell’Istituto nazionale di Fisica Nucleare, Fernando Ferroni, esalta il lavoro dei ricercatori sardi. «La sezione di Cagliari dell’Istituto - dice - è una scommessa che riteniamo di aver vinto: impegnata con ottimi risultati negli esperimenti del Cern e con proiezioni nella fisica medica e nei beni culturali, meriterebbe di crescere. Purtroppo patisce il blocco delle assunzioni».
A Monserrato Ferroni ha partecipato ieri alla cerimonia dedicata ai primi 25 anni della sezione di Cagliari dell’Istituto, guidata da Biagio Saitta, e ha ricordato il contributo della fisica alla crescita dell’Italia. Resta invariato l’impegno di continuare a far funzionare l’istituto e di collaborare con le università, anche riprogettando i rapporti e ridisegnando le convenzioni.
Se si conta tutto quello che, direttamente e indirettamente, ha a che fare con la fisica, si arriva a 118 miliardi di euro (dati 2011) con un apporto al Pil italiano del 7,4 per cento e circa un milione e mezzo di posti di lavoro, circa il 6 per cento della forza lavoro del nostro Paese.
«Il modello dell’istituto - ha spiegato Ferroni, collegato da Cagliari in videoconferenza con Ferrara, Lecce, Perugia e Roma Tor Vergata, le altre sezioni nate 25 anni fa - è quello di una grande interazione con i Dipartimenti di Fisica. Abbiamo centri di calcolo nelle università e benificiamo di numerosi dottorandi.Tuttavia ci aspettavamo una crescita e invece abbiamo dovuto subire una forte decrescita, e neanche felice. Oggi è un giorno di festa ma su di noi incombe una riforma, misteriosa. Presto il Governo pubblicherà un provvedimento sugli enti di ricerca che conterrà diverse linee di discussione tra le quali l’alleggerimento le norme della Pubblica amministrazione sugli enti di ricerca e la gestione dei fondi. Se continueremo a fare ricerca di eccellenza a nessuno verrà in mente di toccarci».
Professore, come possiamo spiegare al contribuente a che cosa serve la porzione delle sue tasse dedicata alla ricerca?
«Si può spiegare solo se le tasse vengono impegnate per la ricerca e non solo per colmare buchi e a risolvere emergenze. Usa e Germania dedicano una parte consistente del loro Pil alla ricerca. Le ricadute ci sono e sono numerose: più si fa ricerca e più c’è la probabilità che una parte dei risultati possano tradursi in innovazione e posti di lavoro. L’Italia è del resto all’avanguardia nel mondo per le applicazioni relative alla cura dei tumori e ai supercoduttori, grazie alla ricerca dell’Istituto di Fisica Nucleare».
Ci sono dei modelli vincenti?
«Il ricercatore non è formato per avere relazioni con l’industria serve perciò una struttura di trasferimento tecnologico. Il modello è quello della Germania, dove l’istituto Fraunhofer fornisce un contributo rilevante all’economia. I risultati delle ricerche condotte al Fraunhofer sono a beneficio delle società pubbliche e private tedesche, inoltre eroga attività di formazione per l’industria. Questa struttura vive con 2 miliardi di euro all’anno: di questa cifra lo stato tedesco investe solo 300 milioni, mente il resto arriva da contratti con enti locali e industrie. Una struttura di questo tipo sarebbe utile agli enti di ricerca di base che producono innovazione tecnologica ma non sono in grado di arrivare alle industrie».
Quali sono le sfide della fisica ancora aperte?
«Molte, anzi moltissime, considerando che resta da capire il 96 per cento dell’universo. Il Bosone di Higgs ha completato il quadro della fisica del secolo scorso. Ora dobbiamo esplorare e spiegare tante altre cose, come l’energia oscura e la materia oscura, che rappresentano le nuove, eccitanti, frontiere della ricerca. Ci sarà anche da chiedersi se la sofisticata strumentazione servita a scoprire il Bosone di Higgs sarà ancora utile alle ricerche del futuro o se sarà necessario adottare qualcosa di nuovo».
Andrea Mameli

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