26 maggio 2017

Alessandra Farris, dal Contamination Lab al Premio Donna dell'anno

Il 31 maggio a Saint-Vincent sarà proclamata la vincitrice del Premio Internazionale “La Donna dell’Anno”, 19° edizione, indetto dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta, con il patrocinio della Camera dei Deputati e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Le finaliste sono tre: la biologa scozzese Karina Atkinson (impegnata nella salvaguardia di una riserva naturale in Paraguay ricca di biodiversità in via di estinzione), la ginecologa svizzera Monika Hauser (specializzata nell'assistenza alle donne vittime di violenza nelle zone di guerra) e l'imprenditrice sarda Alessandra Farris (fondatrice della start up IntendiMe, innovativo sistema rivelatore di suoni utile ai sordi).
La votazione si effettua attraverso il sito del premio, che sarà attivo fino al 31 maggio 2017.
Abbiamo conosciuto Alessandra Farris nel 2014 in occasione del Contamination lab dell’Università di Cagliari.
Cosa si prova a essere in finale con questo premio?
«Come prima cosa vorrei precisare che la candidatura a questo premio è soltanto merito di tutto il team di IntendiMe, di cui io ho l’onore di essere la rappresentante. La nomina è arrivata in modo del tutto inaspettato. Quando mi hanno contattata dicendomi che volevano proporre la mia candidatura al premio, eravamo tutti piuttosto increduli! Poiché non ci si può candidare spontaneamente a questo premio, ci è sembrato pazzesco che qualcuno avesse fatto il mio nome, e con tanta emozione abbiamo deciso di accettare.
Dopo un mese e mezzo da quella telefonata, ne ho ricevuto un’altra che diceva “Alessandra, sei tra le tre finaliste”! Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di raccontarlo a qualcuno che nel giro di poche ore la notizia era già stata data alla stampa e la mia fotografia era dappertutto...
Mi sono sentita imbarazzata e allo stesso tempo onorata per essere stata inserita nella rosa delle finaliste con due donne straordinarie e per avere la possibilità di rappresentare il duro lavoro che ogni giorno i miei soci e colleghi - Giorgia, Antonio, Leonardo - ed io svolgiamo con grande passione e impegno. Non posso che ritenermi estremamente lusingata e fortunata per quest’opportunità».
Cosa ha significato per te, in termini di motivazione e di voglia di fare qualcosa di concreto, nascere da genitori sordi?
«La sordità dei miei genitori mi ha sempre spinta a grandi capacità di adattamento: fin da piccolissima avevo capito che i miei genitori non sentivano, quindi facevo vibrare la culla, posizionata accanto al letto dei miei genitori, in modo che mia madre si accorgesse che avevo bisogno di lei, mentre quando sono diventata un po’ più grande, saltavo direttamente sul lettone. Ho poi iniziato a essere le loro orecchie e all’occorrenza la loro interprete. Non ho mai percepito la sordità come un difetto, come una mancanza: mi sono piuttosto sentita più fortunata per aver avuto la possibilità di imparare più in fretta a fare tante cose, tra cui parlare e diventare responsabile. Quando mia madre mi portava a spasso sul passeggino, le persone si avvicinavano per porle la fatidica domanda “Ma parla”? Eccome se parlavo, le lasciavo di stucco! Anzi, ho iniziato a farlo anche molto presto! Ho inoltre sviluppato un forte senso della giustizia e la voglia di combattere contro i pregiudizi, perché spesso i miei genitori venivano presi in giro per il loro modo di parlare o per l’utilizzo della Lingua dei Segni, e anche io venivo derisa per questo: la gente li fissava, trovava strana la loro voce, si stancava quando veniva loro richiesto di parlare lentamente, in modo da facilitarne la lettura labiale; i miei genitori e i miei nonni mi hanno sempre spiegato che spesso questo comportamento non era frutto della cattiveria, ma solo dell’ignoranza, perciò a chi mi chiedeva perché mio padre parlasse in quel modo strano io rispondevo semplicemente “mio padre è americano”, dato che il suo accento veniva percepito come quello di uno straniero.
Assieme a me, è cresciuto un forte senso di protezione e rispetto nei loro confronti e nei confronti di ogni individuo, così come la profonda consapevolezza di quanto ognuno di noi sia speciale, uguale e diverso nella sua unicità, portatore sano di un’enorme ricchezza che va condivisa e supportata; non facciamoci intimorire da ciò che non conosciamo, buttiamo giù quelle barriere mentali e culturali che spesso ci separano, e impariamo piuttosto a unirci, a collaborare e a combattere per l’uguaglianza dei diritti; smettiamola di etichettare le persone come sordo, cieco, gay, disabile… guardiamo piuttosto all’essenza delle cose».
Come è nata l'idea di IntendiMe?
«L’idea di IntendiMe è nata nell’ambito del percorso “Contamination Lab” dell’Università di Cagliari, dove ho incontrato per la prima volta i miei soci, nonché cofondatori di IntendiMe, Giorgia e Antonio. Ci siamo scelti tra più di cento sconosciuti e abbiamo deciso di lavorare insieme: devo dire che ci è andata davvero bene, perché non è mica facile trovare da subito quel feeling che si è instaurato tra noi, tantomeno lo è lavorare con delle persone così diverse da sé; eppure l’unione delle nostre personalità ed esperienze così diverse ha un suo equilibrio e funziona piuttosto bene. Alla fine abbiamo anche scoperto che ognuno di noi in un modo o nell’altro aveva già avuto a che fare con la sordità, verso cui ha sempre manifestato grande sensibilità.
Dopo aver creato il team, in fase di brainstorming abbiamo pensato a come rispondere alla richiesta avanzata dal percorso che stavamo frequentando, ovvero quella di generare una soluzione partendo da un problema concreto, a cui tenevamo particolarmente. Non ci sono stati dubbi: la nostra intenzione è stata quella di realizzare una soluzione capace di migliorare la vita delle persone sorde, come i miei genitori, partendo proprio dalla conoscenza profonda della sordità e delle difficoltà ed essa legate. Perciò, considerato che spesso la tecnologia anziché facilitarti la vita te la complica (e, lo confesso, spesso sono io la prima a litigare col computer quando non riesco a fare qualcosa), non risponde davvero alle tue esigenze e non sempre è accessibile a tutti, abbiamo deciso di colmare questo vuoto col nostro sistema versatile, facile da usare e alla portata di tutti. Qualche mese dopo l’inizio della nostra avventura, che in poco tempo da una semplice idea si è trasformata in una società vera e propria, abbiamo incontrato per caso Leonardo, un ingegnere elettronico di Viterbo, sordo fin dalla nascita: anche lui aveva i nostri stessi obiettivi e interessi e, ovviamente, una fortissima motivazione. Ci siamo lasciati guidare dal colpo di fulmine e abbiamo perciò deciso di lavorare insieme, non soltanto allargando il team, ma aggiungendo nuovo entusiasmo, competenze ed esperienze viste da un’altra prospettiva ancora».
Di cosa ti occupi?
«In quanto amministratrice della società, ho la responsabilità globale delle sue attività. Ma ho la fortuna di lavorare in un team unito e compatto, dove ci motiviamo a vicenda e insieme fissiamo gli obiettivi e troviamo insieme la strada migliore per raggiungerli.
Sono la persona che generalmente presiede agli eventi pubblici come diretta portavoce del progetto, colei che presenta IntendiMe a potenziali finanziatori o partner, ma faccio anche da “mentor” relativamente alla sordità sia ai miei soci che ai collaboratori, o in generale a chiunque entri in contatto con noi, dato che tra i nostri obiettivi aziendali c’è anche quello di far conoscere la sordità e tutto quello che vi ruota attorno, favorendo l’integrazione e soprattutto l’inclusione socio-lavorativa delle persone sorde. Tra i miei compiti c’è anche una cura a 360 gradi della futura clientela e la comunicazione diretta con i sordi, nel senso che sono proprio io a rispondere a tutte le loro richiesta via email o sui canali social, nonché la gestione delle relazioni e dei contatti con enti, strutture e aziende affini al progetto. Ho poi anche la fortuna di potermi dedicare alla scrittura, mia grande passione, curando i contenuti del blog, che ripartirà a breve».
Progetti per il futuro?
«Bella domanda! Parlando per me e anche a nome dei miei soci e colleghi, posso certamente affermare che al momento la nostra attenzione è tutta concentrata sulla realizzazione dei dispositivi su cui stiamo lavorando senza sosta (e questo già da solo è capace di assorbire letteralmente le energie di ognuno di noi) e sulla diffusione di un messaggio positivo che parli di uguaglianza, accessibilità e inclusione delle persone sorde, dato che spesso sono paradossalmente proprio le loro richieste a non essere ascoltate da chi di dovere. Ovviamente ci auguriamo non soltanto di riuscire nel nostro intento ma anche di crescere come azienda in un futuro non troppo distante con soluzioni particolarmente attente alle esigenze delle persone con qualunque tipo di disabilità. Soluzioni in grado di garantire loro maggiore indipendenza e sicurezza e quindi un miglioramento generale della loro quotidianità. Noi ce la stiamo mettendo tutta: è questo ciò in cui veramente crediamo».
Da sinistra Giorgia Ambu, Antonio Pinese, Leonardo Buffetti, Alessandra Farris. Foto: Simone Scalas




Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 26 maggio 2017

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