11 novembre 2018

La potenza del teatro secondo Gabriella Greison. “Einstein & me", Cagliari FestivalScienza


Gabriella Greison ha un grande merito, anzi due. Ha dato voce a Mileva Marić, una figura che era stata espulsa dalla storia della scienza, e l'ha fatto usando la potenza del teatro, con il monologo “Einstein e me", che Ganriella Greison ha portato al Cagliari FestivalScienza. Il monologo restituisce alla prima moglie del fisico più famoso della storia il suo ruolo di grande mente, fisica anche lei, che desiderava superare i condizionamenti dell'epoca e vivere anche lei la sua vita da scienziata. L'effetto delle voci messe in giro, in particolare dalla madre di Einstein, Pauline, è stato devastante. Mileva è stata ritenuta pazza: "intolleranza alla disciplina familiare".
Gabriella Greison, fisica, attrice, scrittrice, giornalista, questa mattina ha parlato all'interno del dibattito "Le donne protagoniste nella divulgazione scientifica" coordinato da Susi Ronchi, dove ha detto alcune cose molto significative.
Primo: "A teatro non vengono a vedermi solo fisici, giornalisti e divulgatori. Viene anche gente che mi dice in fisica a scuola prendeva quattro. Così io apro porte fatte di domande."
Secondo: "Io racconto una donna con una mentalità scientifica, una delle poche a quel tempo".
Terzo: "Io penso in positivo: arriverà il giorno in cui non si conterà più quante donne sono arrivate al Nobel in confronto agli uomini. I centri di ricerca sono ponti di pace."
Gabriella Greison ha concluso il suo intervento con le parole di Calvino, Le città invisibili:
"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e dargli spazio."

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 11 Novembre 2018


Gabriella Greison sul palco del'ExMà, Cagliari FestivalScienza 2018 (foto: Andrea Mameli)

10 novembre 2018

Con Pietro Greco e la sua Fisica per la pace (Cagliari FestivalScienza 2018)

Ho avuto il doppio onore di presentare l'intervento di Pietro Greco al Cagliari FestivalScienza 2018. Il primo motivo è che Pietro rappresenta per me il modello del giornalista scientifico: pronto a scavare in profondità nelle notizie, curioso, serio, ma anche in grado di svelare retroscena bizzarri o involontariamente comici. Lo so perché l'ho ascoltato spesso, a Radio Tre Scienza, ho letto molti suoi articoli e libri, tra cui Hiroshima. La fisica conosce il peccato e soprattutto lo considero il mio maestro di giornalismo scientifico, per i suoi insegnamenti al Master in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste.
Il secondo motivo è che l'intervento di Pietro aveva lo stesso titolo del libro Fisica per la pace. Tra scienza e impegno civile (edizioni Carocci).
Per me questo è un tema molto importante: la fisica non è solo uno strumento per vedere il mondo ma anche un metodo per viverlo meglio. Pietro lo spega mostrando alcuni esempi, come il Centro internazionale di Fisica teorica (ICTP) di Trieste, il SESAME (il Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East in Giordania), il CERN di Ginevra, l’organizzazione Pugwash per il disarmo nucleare, le Conferenze del gruppo di lavoro permanente per la Sicurezza internazionale e il controllo degli armamenti di Edoardo Amaldi. Ma c'è anche spazio per l'impegno di Einstein per il pacifismo e per la nascita degli Stati Uniti d’Europa, allo scoppio della Prima guerra mondiale. E ovviamente per il Manifesto di Einstein e Russell del 1955. 
In uno dei suoi articoli Pietro Greco, citando il sociologo Robert Merton (e il suo acronimo CUDOS: Comunitarismo, Universalismo, Disinteresse, Originalità e Scetticismo sistematico) indica i cinque valori che fanno della scienza un'attività profondamente democratica: il comunitarismo (comunicare tutto a tutti), l'universalismo (tutti possono concorrere a fare scienza), l'assenza di interessi particolari (perché la scienza come sosteneva Francis Bacon non deve essere a beneficio solo di alcuni, ma di tutta l’umanità), l'originalità (riconosciuta dai peer, dai colleghi) e lo scetticismo sistematico (tutto può e deve essere sottoposto a critica).
Durante la presentazione di Cagliari c'è stato anche lo spazio per una breve incursione nell'attualità, a partire dal capitolo "L'Europa nello spazio" in cui si parla della questione che si era posta negli anni Cinquanta "se accettare o meno la presenza dei militari nelle nascenti istituzioni spaziali", a fronte della rimozione del fisico Roberto Battiston dalla presidenza dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), per decisione del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) Marco Bussetti. 


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 11 Novembre 2018


07 novembre 2018

L'astrofisica Marica Branchesi: «La Sardegna nel progetto ET»

Lo scorso anno per il mensile Nature era tra le dieci personalità scientifiche più significative. Nell'aprile 2018 la rivista Time l'ha inserita tra le cento persone più influenti del mondo. Marica Branchesi, 41 anni di Urbino, astrofisica del Gran Sasso Science Institute, associata all'Infn e Inaf, sarà domani al Rettorato dell'Università di Cagliari per l'inaugurazione dell'undicesima edizione del FestivalScienza. Le abbiamo chiesto le origini della sua passione per la scienza.

Di cosa parlerà nell’Aula Magna dell'Università?
«Delle scoperte degli ultimi due anni. Scoperte emozionanti, che hanno fatto capire come funzionano molte cose che non riuscivamo ancora a spiegare. Ci sarà con me un collega, Ettore Majorana, nipote del famoso fisico siciliano. Parleremo delle nostre ricerche e cercheremo di trasmettere il nostro entusiasmo per il lavoro che facciamo. E parleremo di queste grandi scoperte, che riguardano i buchi neri e le stelle di neutroni. Sui primi ora sappiamo cose che fino a 5 anni fa non sapevamo spiegare: come si formano, come evolvono, come si trasformano. Mentre sulla fusione di stelle di neutroni abbiamo risolto enigmi che duravano da più di vent’anni, tra i quali la maniera in cui si formano i metalli pesanti nell’universo, compreso l’oro. Inoltre, ora abbiamo nuovi indizi sulla velocità di espansione dell’universo. Parleremo anche delle prospettive future, in particolare le nuove osservazioni che, a partire dal 2019, le antenne americane Ligo e il nostro interferometro Virgo compiranno nel cielo, il che porterà sicuramente tante nuove scoperte nei prossimi anni. Infine parleremo dei rivelatori che arriveranno dopo Virgo e Ligo e riguardano la Sardegna, dato che la vostra splendida isola è stata selezionata come possibile sede dei nuovi rivelatori, nel progetto ET: Einstein Telescope. Si tratterà di strumenti più sensibili, in grado di vedere un universo più grande che può arrivare più vicino al big bang. La Sardegna ha le carte in regola, anche perché dispone di uno strumento di eccellenza: il radiotelescopio SRT.»

Lei di che cosa si occupa?
«Io mi occupo di astronomia multi-messaggera, cioè quella branca dell’astronomia che osserva i fenomeni servendosi di più segnali “messaggeri”: le onde elettromagnetiche, le onde gravitazionali e, speriamo, anche i neutrini.»
 

Quale, tra i numerosi confini della scienza ancora inesplorati, la affascina di più? 
«Io penso che ora siamo come Galileo quando puntò per la prima volta il cannocchiale: iniziamo a vedere vediamo quello che prima era invisibile. Stiamo vivendo l’inizio di una nuova astronomia, è questo che mi affascina di più. Ma questi ultimi due anni sono stati due tanto eccitanti con talmente tante scoperte che non so bene cosa aspettarmi.»

Dal 1901 a oggi il Nobel per la Fisica è stato tributato a 201 uomini e solo a 3 donne. In che modo si potrebbe cambiare qualcosa?
«Sicuramente alle donne va riconosciuto il merito che hanno. E bisogna dare alle donne gli strumenti per emergere. Non voglio banalizzare ma gli asili vicino al lavoro sono uno strumento importante, che però può valere anche anche per i maschi. Di sicuro dobbiamo ridurre le barriere che legano la scienza, teorica e sperimentale, in particolare la fisica e l’astrofisica, a degli stereotipi difficili da abbattere. La scienza viene associata più ai bambini che alle bambine. Le donne devono sapere che la ricerca scientifica è un mestiere non solo da uomini. Inoltre non è solo una questione di Nobel: a livello dirigenziale le donne sono sempre meno degli uomini. E questo ha riflessi anche sulla media dei compensi, che risultano per noi più bassi.» 

È vero che quando è uscita la classifica del Time lei, che ritornava nel nostro Paese dopo una lunga esperienza professionale all’estero, ha detto che l'Italia dimentica la scienza?
«No, in realtà avevo detto che spesso i ricercatori italiani hanno riconoscimenti all’estero ma quasi mai in Italia. Come del resto è successo a me. Invece l’Italia è piena di ricercatori bravissimi.» 

Perché?
«All’estero gli stipendi sono mediamente più alti ed è più facile accedere ai finanziamenti. Inoltre Italia si fa più difficoltà a dare responsabilità scientifiche ai giovani. E poi l’Italia attira poche menti straniere.»

Cosa si può fare?
«Si potrebbe cercare di far venire in Italia più ricercatori, professori e studenti dall’estero, perché dove l’ambiente è più “internazionale” è più facile attirare finanziamenti e fare nuove scoperte. Dove lavoro, Al Gran Sasso Institute, ci sono molti professori e studenti stranieri e per certi aspetti è affascinante, perché è come essere all’estero.»

Pregi e difetti del suo lavoro?
«È molto bello lavorare nella ricerca anche perché si viaggia molto e si possono conoscere tante persone. E spesso si provano forti emozioni. Di negativo c’è la competizione, che a volte è difficile da gestire.»

ANDREA MAMELI

04 novembre 2018

«I sardi? Eccellenza del Cern» (L'Unione Sarda, 03 novembre 2018)

Come un'isola nell'isola. È la Sardegna dentro il Cern, il più grande laboratorio del mondo di fisica delle particelle che si trova al confine tra Svizzera e Francia alla periferia ovest della città di Ginevra. Un’isola, per niente isolata, composta dalle ricercatrici e dai ricercatori sardi che popolano la comunità internazionale impegnata a scavare nei più profondi segreti dell'atomo.
Ne abbiamo parlato con Alessandro Cardini, Primo Ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) Sezione di Cagliari e responsabile, per Cagliari, dell'esperimento LHCb, che si svolge nell’acceleratore installato nel sottosuolo di Ginevra, il Large Hadron Collider.
Cardini il 6 novembre alle 20 terrà una conferenza, organizzata dal Rotary Club Quartu Sant’Elena, al Caesar’s Hotel: “La Sardegna al CERN - Storie e attività degli scienziati sardi nel più grande laboratorio di ricerca del mondo”.

Cardini, quanta Sardegna c'è al CERN?
«Parecchia. Grazie all'Università di Cagliari e alla locale Sezione dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare c'è una partecipazione importante a due grandi esperimenti, LHCb e ALICE, che sfruttano la collisione tra particelle di altissima energia nel Large Hadron Collider. Questa "Scuola Cagliaritana" ha preparato molti giovani che ora hanno un posto di lavoro nella Ricerca in varie parti d’Europa: Gran Bretagna, Francia, Svizzera e Italia.»

Che cosa fate al Cern?
«I ricercatori Sardi hanno costruito componenti importanti degli esperimenti LHCb e ALICE: rivelatori di particelle, circuiti integrati necessari per l'acquisizione dei dati, schede di elettronica per il controllo dei rivelatori e per l'elaborazione degli stessi dati. Abbiamo poi contribuito alla scrittura del software necessario per fare funzionare questi esperimenti. Inoltre ci occupiamo di analizzare i dati che acquisiamo dal 2009 e che continuiamo a raccogliere. Nel 2019 e nel 2020 i nostri ricercatori saranno impegnati nella realizzazione di importanti migliorie nei rispettivi apparati sperimentali.»

Quanti siete?
«Siamo 30 fisici e ingegneri e 5 tecnici. E da qualche anno siamo in leggera crescita. L’anno scorso l'INFN di Cagliari ha assunto due nuovi ricercatori: una ragazza e un ragazzo, tutti e due bravissimi, che alcuni anni fa erano studenti della nostra Università. Dopo il Dottorato all'estero, in Germania e Gran Bretagna hanno partecipato a un concorso nazionale indetto dall’INFN e sono risultati tra i vincitori, poi hanno scelto di tornare a Cagliari a lavorare con noi. Voglio far notare che avrebbero potuto prendere servizio in qualsiasi altro posto in Italia dove c'è l'INFN, ma sono voluti tornare a Cagliari perché qui hanno visto delle importanti possibilità per la loro crescita scientifica. Una grande soddisfazione per tutti noi.»

Un giorno avremo un Nobel per la fisica sardo?
«Perché no? I nostri giovani sono bravissimi e estremamente ben preparati. I nostri colleghi stranieri ce li invidiano e spesso ce li "prendono" al Dottorato o con un posto di lavoro subito dopo. Ma ogni tanto riusciamo a offrir loro la possibilità di tornare. In ogni caso lavoriamo in un ambiente, quello del CERN, in cui tutti hanno uguali probabilità di successo scientifico.»

Quante cose sono nate al Cern, come il World Wide Web, in cui il primo sito italiano fu creato nel 1993 proprio a Cagliari, al CRS4?
«Si, il CERN aveva sviluppato il WEB nei primi anni 90 per uso interno - per permettere ai componenti di un gruppo di lavoro di scambiarsi le informazioni - e ricordo infatti che lo usavamo già nell'esperimento al quale ho lavorato dal 1990 al 1994 (“NOMAD”: esperimento per la ricerca delle oscillazioni dei neutrini). Ora tutti usiamo il WEB. Un altro dispositivo nato al CERN sono i touchscreen, sviluppati per il controllo di uno degli acceleratori. Anche quelli li usiamo tutti ora, negli smartphone? E ancora, la tecnologia degli acceleratori di particelle, sviluppata anche al CERN, ci ha anche permesso di costruire il Centro Nazionale di Terapia Oncologica di Pavia, dove si curano i tumori bombardandoli con fasci di protoni e ioni. E tante altre cose ancora...»

Quali saranno le prossime scoperte in cui saranno coinvolti dei sardi?
«I ricercatori dell'esperimento Alice cercano un nuovo stato della materia chiamato Quark-Gluon Plasma. In LHCb vogliamo comprendere le differenze tra la materia e l’antimateria e vedere se esistono dei nuovi fenomeni che vanno oltre quello che conosciamo oggi, il cosiddetto "Modello Standard". Stiamo continuando a lavorare all'analisi dati raccolti dal 2009. Con l'upgrade che faremo nel 2019 e nel 2020 riusciremo a raccogliere dati più accurati e sempre più velocemente per fare misure sempre più precise. Come si dice in inglese stay tuned: restate in ascolto!»

Andrea Mameli

24 ottobre 2018

Nachlass, un punto di accumulazione di emozioni, un percorso ricco di dignità

Non avevo mai pensato all'assonanza tra le parole Arte e Morte. Un'assonanza delicata e ispiratrice. Non ci avevo mai pensato prima di vedere Nachlass, Pièces sans personnes, spettacolo proposto in questi giorni da Sardegna Teatro al Massimo di Cagliari.
Video-pavimento im una stanza di Nachlass
Confesso che ho avuto dei dubbi se chiamarlo spettacolo, ma poi ho pensato: come puoi chiamare altrimenti una situazione che dura un'ora e mezza e invece ti sembrano pochi minuti? Non è vero che la durata percepita è inversamente proporzionale alle emozioni provate? E uno spettacolo non è proprio un punto di accumulazione di emozioni?
Nachlass, è uno spettacolo, dal primo momento all'ultimo. Lo è quando entri in sala, la attraversi tutta, raggiungi il palco, lo percorri fino a un cunicolo stretto e buio posto dietro il sipario e infine raggiungi un andito a pianta ellittica, con le pareti di legno e otto porte disposte in perfetta simmetria (ma quello spazio ellittico non è la cornice adatta a ospitare il segno simile proprio al numero 8: l'infinito?). Lo è quando ti sembra di essere finito dentro un'astronave, anche perché ogni porta è sovrastata da un display con un conto alla rovescia, di 8 minuti, e il soffitto mostra un planisfero retroilluminato. Lo è quando ti accorgi che il planisfero altro non è che un simulatore di decessi in tempo reale, nel quale ogni morte è indicata da una luce che si accende in qualche parte del mondo. Ma lo è soprattutto quando una delle porte automatiche si apre e ti svela il suo contenuto: un tavolo, due panche di legno, alcune sedie, una manciata di foto. Quando la porta si chiude ti accorgi che sul tavolo ci sono anche due schermi sui quali appaiono le traduzioni in italiano e in inglese di una voce che ti dice "Vous voyez mes photos, j'ai commencé è faire des photos à 14 ans. C'est quoi une photo? C'est des souvenirs de voyages, c'est des souvenir d'enfance, c'est des souvenirs de nos enfants" ("Vedi le mie foto, ho iniziato a scattare foto a 14 anni. Che cos'è una foto? Sono ricordi di viaggio, sono ricordi d'infanzia, sono ricordi dei nostri figli").
Nessuno ti spiega cosa devi fare. Lo capisci da solo, anzi insieme alle altre persone, mai viste prima in vita tua, che sono entrate con te in quella stanza. Capisci che devi ascoltare, leggere, toccare e guardare le foto. Poi senti una frase che ti offre una chiave di tutto: "Les photos sont un peu comme les corps del morts. On a un peu peur mais après l'image est toujours trés belle. C'est l'image qui reste" ("Le foto sono un po' come i corpi dei morti. Siamo un po' spaventati, ma dopo di che l'immagine è ancora molto bella. Questa è l'immagine che resta").
Ora è chiaro. Sei dentro uno spettacolo, ma uno spettacolo molto particolare: non ci sono attori o attrici. Ci siamo noi "spettatori" con i nostri sensi e la nostra immaginazione, pronti a cogliere ogni segno che giunge dalla "scena" e interpretarlo con quella chiave: le fotografie, le voci registrate, tutti gli oggetti e gli stessi arredi delle stanze sono quello che resta di alcune persone. Otto persone che hanno cercato di restare in questa forma, visibili e tangibili. E in alcuni momenti, come nel caso del ventilatore azionato da Celal Tayip o dell'acqua offerta da Annemarie e Günther Wolfarth, sembra di entrare, materialmente, in contatto con i pensieri di queste persone. E, indirettamente, con i pensieri degli autori.

Sul rapporto tra spettatori e autori ha scritto molto bene Marilena Borriello (Rimini Protokoll, de te fabula narratur alfabeta2.it):
«Sul piano pratico, la scala gerarchica tra autore e spettatore è cancellata: il potere di controllo del primo finisce laddove inizia la libertà di azione e comprensione del secondo. Una volta entrato in queste stanze, il visitatore si trova di fronte alla presentazione – non alla rappresentazione – di una storia, a una narrazione aperta, e diviene così un interlocutore. In altri termini, prende parte alla costruzione di una situazione che si riscrive ogni volta e di cui nessuno, tanto meno lui, può prevedere gli esiti.»

Con Nachlass ciò di cui si parla con enorme difficoltà, la morte, si mette al centro dell'attenzione. E fa irruzione in quelle 8 stanze con la sua immancabile durezza, ma anche con una buona dose di dolcezza.
Dietro tutto questo, è evidente, c'è un lavoro enorme. Ho cercato di immaginare se può essere stato più difficile pensare Nachlass o realizzarlo concretamente. Non lo so. So solo che il risultato dell'operazione è un percorso potente e delicato, ricco di umanità e dignità.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 24 Ottobre 2018


13 ottobre 2018

Il web italiano è nato in Sardegna. Macomer, 27 Ottobre 2018. Linux Day

Il 27 Ottobre in occasione del Linux Day 2018 sarò ospite del Gruppo Utenti Linux MargHine a Macomer per raccontare la nascita del web italiano in Sardegna...


06 ottobre 2018

Désert, un teatro di relazioni, che emozionano e spiazzano

Il teatro è una zattera di senso in mezzo alla tempesta del non senso
(Monica Morini)
Credits: Studio Azzurro, 2018
Se il teatro è l'arte delle relazioni, fra il pubblico, gli attori e la storia, allora il luogo della rappresentazione non è solo un dettaglio. Una dimostrazione, in questo senso, l'ha fornita Désert, regia di Leonardo Delogu, una performance iniziata nello spazio teatrale (il Teatro Massimo di Cagliari), proseguita a bordo degli autobus che hanno condotto il pubblico e gli attori fino alla zona industriale di Sarroch e si è conclusa, in serata, in una cava di ghiaia e sabbia.
«Désert - scrive la curatrice Maria Paola Zedda - senza rappresentare, abita il presente. Senza enunciare, evoca le coordinate storiche geografiche e culturali in cui agisce e si consuma il nomadico. Abita un tempo arcaico e insieme attuale come svelano i paesaggi che circondano lo spazio della performance: i luoghi del lavoro, le cattedrali industriali, coesistono con la solitudine dell'antico che si erge come monumento e monito alla domanda 'chi siamo?', lasciando apparire la visione sfocata di un'origine che cerchiamo ma non riusciamo a trattenere.»
La vastità dello spazio della rappresentazione ha consentito di allargare lo sguardo. Ma non è solo la grandezza del non palcoscenico a offrire abbondanti riflessioni. Anche il vento, vero, coinvolge tutti, come l'odore del fuoco, che raggiunge il pubblico senza finzioni. E poi quell'ingresso in scena di un gregge di pecore bianche e nere, condotte magistralmente dai pastori a compiere un carosello di fronte al pubblico, che emoziona e spiazza. Questa sensazione di disorientamento è forse la misura della nostra dipendenza dagli schemi a cui siamo abituati; una discrepanza cognitiva cheesprime, me ne sto convincendo ora, a distanza di tre settimane dall'evento, il nostro tasso di condizionamento in relazione ai temi affrontati da questa performance. Ma la chiave di lettura di tutta l'azione la troviamo in un'azione semplice e insieme estremamente complessa: l'atto del camminare. Un movimento reale, come quello compiuto dagli spettatori per raggiungere lo spazio della rappresentazione. E a un tempo movimento simbolico, quasi a rappresentare la ricerca di sé compiuta da ognuno di noi. Ma soprattutto quella che è l'essenza stessa di questa rappresentazione: le migrazioni e la loro naturalezza. Come è naturale camminare così dovrebbe esserlo spostarsi attraverso le vie del nostro pianeta. E qui la drammaticità dei movimenti messi in scena dai 6 attori (estremamente efficaci dalla prima all'ulima scena) e dai 34 figuranti (fondamentali per la costruzione dell'insieme) esprime tutta la complessità e la durezza che gli spostamenti planetari assumono oggi.

Credits: Studio Azzurro, 2018
Désert è una produzione della Fondazione di Sardegna, realizzata insieme a Fondazione Sardegna Film Commission e Sardegna Teatro e in collaborazione con Carovana Smi e Spaziodanza. Tra i mesi di aprile e agosto Sara Azzu, Donatella Cabras, Franco Casu, Rossana Luisetti, Francesca Massa e Johnny R. e del musicista Alessandro Olla per la composizione ed esecuzione live delle musiche.
Grazie al contributo di Fondazione Sardegna Film Commission, lo spettacolo è stato ripreso dal collettivo artistico milanese Studio Azzurro, coinvolto nell’intento di tradurre l’esperienza performativa in un elaborato video: un’opera nell’opera.

Credits: Studio Azzurro, 2018

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 6 Ottobre 2018


22 settembre 2018

Cose viste a Londra (4): il Crossrail Place Roof Garden e Maria Grazia Zedda (Equality Diversity and Inclusion Workforce Manager per High Speed Two

Ho avuto la fortuna di conoscere Maria Grazia Zedda alcuni anni fa e il piacere di intervistarla più volte (per L'Unione Sarda nel 2013, per Radio X con Andrea Ferrero nel 2016).
Ho così imparato a scoprire la competenza di Maria Grazia in un ambito importante ma spesso sottovalutato: il contrasto alle discriminazioni nel lavoro (e nel percorso per trovare lavoro). 
E ho apprezzato molto la sua tenacia e caparbietà, tutta sarda.
L'ho ritrovata a Londra poche settimane fa: questa è l'intervista che mi ha concesso all'ombra del Crossrail Place Roof Garden, un maestoso giardino sospeso nel cuore della "city".
Devo ringraziare Maria Grazia per avermi fatto scoprore questa zona di Londra di cui avevo a mala pena sentito parlare. Grattacieli accanto agli antichi ormeggi. Mezzi pubblici più che efficienti. Marciapiedi puliti e vetrine luccicanti. Un giardino pensile che non ti aspetti (il Crossrail Place Roof Garden appunto) e poi questo bar - ristorante - Giant Robot, affacciato sul Tamigi, in cui è stata scattata questa foto.
Da destra verso sinistra: Maria Grazia Zedda, Andrea Mameli, Raffaelangela Pani (Londra, Crossrail Place Roof Garden, Giant Robot, agosto 2018) [Foto: Luca Mameli]

Maria Grazia, tu lavori da queste parti: come ti trovi? 
«Mi trovo benissimo: la zona di Canary Wharf è poco conosciuta ma ha una ricca storia basata sul passato coloniale del Regno Unito. Mi piace stare in questo quartiere modernissimo costruito su isolette e canali sul Tamigi, ci sono negozi interessanti, street food e quindi che volere di più?»

Di che cosa ti sei occupata negli ultimi anni?
«Negli ultime tre anni io e la mia famiglia siamo tornati dalla Scozia dove abbiamo vissuto per 5 anni e ho lavorato come EDI (Equality Diversity and Inclusion) Manager per la LTA (Lawn Tennis Association). Adesso ho il grande privilegio di lavorare come EDI Workforce Manager per High Speed Two (HS2) la nuova ferrovia nascente che sarà operativa tra 15 anni e che catalizzerà una nuova economia del Regno Unito. È un grande onore per me essere parte di questo progetto e spero di continuare a esserlo in futuro. Lavoro in un team che spianerà la strada per il resto del mondo ferroviario in materia di inclusione degli impiegati, del design delle stazioni e dei treni stessi, dell'accessibilità e del coinvolgimento con le comunità locali.»

Il Regno Unito mi sembra sempre molto avanti per l'integrazione e contro le discriminazioni, ma a tuo modo di vedere cosa manca ancora?
«Nel Regno Unito abbiamo una buona legislazione ma esiste al momento una crisi esistenziale che secondo me ha dato origine al Brexit, come in tante nazioni del mondo dove movimenti protezionisti e conservatori stanno avanzando, in quanto la globalizzazione è arrivata molto in fretta e i leader politici non hanno investito in una strategia di educazione e di economia locale. Hanno permesso che la legge del profitto per pochi regnasse incontrastata, a tutti costi. Queste liberal economies hanno permesso al grande business di aprire fabbriche e produzione dove la manodopera costa meno e in quattro e quattr'otto lasciare comunità intere nel lastrico. Questo è stato usato da movimenti politici ultra-conservatori che capitalizzano sulla paura e l'ignoranza verso chi è diverso e chi è "straniero" per dare l'impressione che l'immigrato "porta via il lavoro", allo scopo di nascondere la mancanza di investimento sociale, educativo ed economico, sopratutto al di fuori di Londra. Chi ha vedute più moderne ha dato per scontato che questo tipo di discriminazione fosse ovviamente sbagliata e anziché spiegare il perché fosse importante creare un'economia per tutti, ha solo rimproverato di "razzismo" chi ha perso il lavoro e accusa gli immigranti, senza riconoscere però un legittimo bisogno di lavorare di queste persone. Purtroppo anche nel mondo delle pari opportunità l'approccio per troppo tempo è stato quello di rimproverare chi ha difficoltà ad applicare la legge (Equality Act 2010) al punto che è scattato quasi un rifiuto verso i principi dell'inclusione. Ma l'inclusione non è un punto di arrivo finale ma è un punto di partenza che si rinnova continuamente: è un viaggio, non una destinazione. Quello che manca adesso nel Regno Unito nel campo delle pari opportunità sono leaders che incoraggiano i datori di lavoro a essere inclusivi e a capire non solo la legge ma il vantaggio economico di assumere impiegati sotto le categorie protette. Ci vogliono pù leaders capaci di insegnare che l'inclusione in maniera compassionevole senza "svergognare" chi prova a fare la differenza e a volte sbaglia. Chi lavora nel campo delle pari opportunità deve abbandonare atteggiamento da "controllore" e invece rafforzare il cambiamento parlando positivamente dei piccoli passi nell'inclusione, anche se imperfetti. In un mondo di social media dove tutti sono pronti a giudicarti immediatamente e ferocemente, i datori di lavoro pensano solo a non perdere la faccia, non a capire davvero perché l'inclusione è importante. Quindi io proporrei a chi lavora nelle pari opportunità: anziché aspettare alla meta con il cronometro in mano, puntando il dito a chi non arriva in fretta, perché invece non tendere la mano e dire "ti accompagno nel tuo viaggio verso l'inclusione?"»

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 22 Settembre 2018

01 settembre 2018

Cose viste a Londra (3): l'Ape Piaggio sotto il palazzo di J.P. Morgan (per "Change Please")

Londra, Canary Wharf, proprio davanti al palazzo di J.P. Morgan, a pochi passi dal centro commerciale di Canada Square (in cui ho visto la differenziata per le tazze da caffé), ecco l'Ape Piaggio.
Ape sotto J.P. Morgan. Londra, agosto 2018 (foto: Andrea Mameli)

Da un lato l'enorme edificio, simbolo della ricchezza e di un potere economico planetario, dall'altro il piccolo veicolo, simbolo del trasporto in economia (e della ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, essendo nato nel 1948, grazie all'ingegno di Corradino D'Ascanio).

Molto più pragmaticamente l'Ape appartiene all'impresa sociale (e alla campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi) Change Please.

Ecco come ne parla "Shaker - Pensieri senza dimora", giornale di strada di Roma (Change Please, quando gli homeless diventano baristi):

«Change Please è un’impresa sociale che aiuta gli homeless formandoli come baristi: i senza tetto vendono caffè biologico in furgoncini situati in location strategiche nel centro di Londra, come Covent Garden e Waterloo.
Il progetto si è diffuso in altre città dello UK, come Bristol. Manchester, Nottingham, Glasgow ed Edinburgo.
È un progetto dell’imprenditore Cemal Ezel, a cui si è unito il giornale di strada con la più grande diffusione al mondo venduto dagli homeless, The Big Issue.
Change Please è un’impresa sociale, fondata nel 2015, in cui ogni profitto viene reinvestito nel programma per formare altri baristi.
Più caffè viene venduto, più furgoncini vengono comprati e così aumenta il numero di homeless che l’impresa sociale aiuta.
L’impresa sociale fornisce un lavoro stabile agli homeless, e un salario che equivale al reddito minimo di Londra di 9,15 sterline all’ora.
Nelle altre città dello UK gli homeless sono pagati il reddito minimo all’ora di 8.25 sterline all’ora. Viene dato loro anche un alloggio.»



Andrea Mameli
blog Linguaggio Macchina
1 settembre 2018

31 agosto 2018

Cose viste a Londra (2): Imperial War Museum, per imparare a odiare la guerra

L'ingresso princioale del War Museum (Foto: Andrea Mameli)
Se da un viaggio a Londra vuoi portar via un ricordo importante allora The Imperial War Museum è un obiettivo da non mancare. Io ho visitato la sede di Lambeth Road (dove sorgeva il tristemente famoso Bethlem Royal Hospital, noto con il nomignolo di bedlam), ma ne esistono altre tre.
Il museo della guerra ti accoglie con una coppia di enormi cannoni. Da lontano il loro scopo potrebbe sembrare celebrativo. Ma quando ti avvicini e noti le reali dimensioni della micidiale arma, lo spessore del metallo, la cura con cui fu costruita, ti fermi a pensare a quali effetti avrà avuto e a quante risorse sono servite per costruirla, per caricarla e per mantenerla efficiente.
Poi entri e capisci meglio. Leggi il primo invito: guarda la guerra attraverso gli occhi delle persone che l'hanno vissuta, ma non restare fermo a contemplare i reperti, in modo da ricavare ispirazione e uscire dal museo realmente trasformato. Non è solo la conservazione della memoria lo scopo del museo, quanto generare cambiamenti nel modo di pensare la guerra. Non più una serie di date, numeri e nomi di località da ricordare in maniera acritica, ma eventi da considerare mostruosi errori da non commettere.
Lo spiega molto bene Federica Pezzoli (Prima Guerra Mondiale, le ragioni per ricordare): «i musei, in ragione della loro funzione pedagogica, richiedono una riflessione attenta ai contenuti: gli oggetti che raccolgono ed espongono sono sì dei segni, ma anche entità concrete con una propria storia e una propria capacità di comunicare significati. Intrecciando diverse forme di apprendimento, i musei devono quindi assolvere al compito di costruire la solida intelaiatura di un racconto storico il più completo possibile, affiancando la scuola, perché se è vero che i ragazzi sono i destinatari principali dell’appello a ricordare, è alle loro coscienze critiche che bisogna fare appello, non solo alle loro emozioni.»
La V2 esposta al IWM di Londra (Foto: Andrea Mameli)
Se lo scopo della visita è trasformare e non solo (o forse grazie a) emozionare, allora questo percorso vale due ore o l'eventuale offerta (perché l'ingresso è gratuito ma si può donare un contributo). D'altronde, come scrive Luca Basso Peressut (Rappresentare le guerre al museo), raccontare le due guerre mondiali assume significati nuovi rispetto alla narrazione dei conflitti armati dei secoli precedenti: «Mentre l’onore, la gloria, il patriottismo, l’eroismo erano alla base delle narrazioni dei musei degli eserciti e della storia militare, la rappresentazione nei musei dedicati alle guerre del ventesimo secolo si è inevitabilmente intrisa di una terminologia molto diversa. Crudeltà, orrore, genocidio, atrocità, degrado, umiliazione, dolore, angoscia, rabbia, sono diventate parole ricorrenti nel resoconto degli eventi bellici e dei loro effetti sulle popolazioni e sulle persone, siano esse state soldati combattenti o civili inermi.»
Gli effetti sui civili sono resi espliciti dagli oggetti esposti (il missile V2 (Vergeltungs-Waffe 2) incute ancora un certo effetto), dai numeri (60 mila morti nella sola Londra a causa delle bombe naziste) e da un percorso attraverso la vita di una famiglia inglese.
Sempre Luca Basso Peressut: «Nelle società contemporanee i processi di selezione e riorganizzazione dei dati storici sono la posta in gioco tra le esigenze spesso contrastanti dei diversi gruppi che le compongono. La rappresentazione museale di temi sensibili, quali sono quelli legati alle guerre, deve rispondere a questa esigenza di rispetto delle diverse posizioni con spirito critico e interrogativo, mirato a scopi che altro non siano che la ricerca del dialogo o del confronto.»
Un altro pezzo importante del museo è il caccia Supermarine Spitfire. Soprattutto se pensi che proprio questo piccolo aereo ha contribuito in maniera determinante a salvare l'isola britannica dall'invasione. Inizialmente la Luftwaffe riusciva a colpire quasi indisturbata su tutta l’Inghilterra meridionale, dato che il pur imponente sistema di difesa antiaerea abbatteva al massimo il 10% degli aerei tedeschi. Ma dopo l'ingresso dello Spitfire la situazione fu presto ribaldata. Scrive Vito Francesco Polcaro (La Battaglia d’Inghilterra e il fattore R): «Dopo mesi di scontri aerei, la Luftwaffe cominciò a subire perdite intollerabili sia di mezzi sia, soprattutto, di piloti esperti e difficilmente sostituibili. La campagna aerea contro l’Inghilterra fu quindi sospesa, anche perché Hitler decise di rimandare l’invasione dell’Inghilterra per cominciare invece quella della Russia. Tuttavia, l’elemento fondamentale che assicurò la vittoria inglese fu la reazione della popolazione nel suo complesso: a dispetto dei continui bombardamenti, il desiderio di non sottomettersi alla dittatura nazista si rafforzò, moltissimi volontari e volontarie si arruolarono nella difesa civile contribuendo a organizzare il riparo della popolazione nei rifugi, ad aiutare il personale medico nel soccorso ai feriti ed i pompieri nello spegnere gli incendi. Le fabbriche e gli uffici continuarono a funzionare. L’obiettivo di “abbattere” il morale della popolazione era quindi miseramente fallito.»
 

Un intero piano è dedicato alla ShoahThe Holocaust exhibition raccoglie un notevole insieme di storie personali e collettive con immagini dei campi di concentramento, documenti, oggetti e ricostruzioni in scala. La visita è ricca e consente di seguire un filo logico e cronologico molto efficate. «Il pregio del percorso - scrive Annalisa La Porta (Dalla persecuzione all’Olocausto: l’esposizione all’IWM di Londra) - è che l’esposizione non comincia con la distruzione e lo sterminio, ma con ciò che c’era prima: l’ossessione della razza pura e le conseguenze scientifiche, il potere della propaganda, ma anchetipi simboli religiosi, il benessere economico e la modernità della vita degli ebrei in Europa prima della guerra, la felicità dei bambini e delle famiglie riunite. Lo stacco tra il fermento della vita e la degenerazione è graduale e guidato dagli oggetti e dai simboli, dalle fotografie e dalle lettere.»

Consiglio vivamente questo museo a chi crede che la guerra rappresenti un motore per lo sviluppo o la «sola igiene del mondo» o una situazione inevitabile per la nostra specie.

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina
31 agosto 2018



30 agosto 2018

Cose viste a Londra (1) La differenziata per le tazze del caffé

Chi segue questo blog sa che il livello della mia curiosità è sempre notevole. In viaggio, poi, raggiunge livelli altissimi.
"A Londra il ritiro dei rifiuti è a domicilio e i cassonetti non esistono", avevo letto prima di partire. Quindi sono andato a constatare di persona. E ho preso nota dei due aspetti che più mi hanno colpito.
Primo: il processo di separazione è automatizzato. Ecco perché in alcuni casi possono essere solo due: uno per l'indifferenziato (organico/umido compreso) e uno per i materiali riciclabili (carta, vetro, plastica).
Secondo: tra tutti i cestini dedicati mi ha incuriosito di più quello per i coffee cups, dato che il numero di barattoli per il caffé eliminati ogni anno è mostruoso. Si parla di 5 milioni nella sola City of London. Io li ho visti e fotografati nel centro commerciale di Canada Square (una piazza di Canary Wharf), siamo sull'Isle of Dogs (o se preferire i Docklands di Londra), un'area che costeggia il Tamigi dove in passato attraccavano le navi mercantili e ora svettano grattacieli, sedi di multinazionali e uffici.
Il cestino per le coffee cups è diviso in due sezioni: tazze (cups) e coperchi (lids).
Dato che quella zona è frequentata da persone che presumibilmente consumano molti cibi preconfezionati e bevande in lattina, nella foto vedete che ci sono anche un raccoglitore per gli involucri degli uni (food wrappers) e degli altri.
L’iniziativa è stata lanciata dal collettivo di volontariato ambientale Hubbub in collaborazione con: City of London Corporation, Simply Cups, Network Rail e con alcune catene di bar/caffè.
I cestini dedicati a questi rifiuti si trovano nei marciapiedi e all'interno di negozi e uffici.

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina
30 agosto 2018

05 agosto 2018

Un padre che inventa storie è più reale. Come in "Famiglia all'improvviso - Istruzioni non incluse"

Un film sulla gioia di vivere, sulle responsabilità che la vita ci pone davanti alla nostra strada, sulla morte, sull'amicizia, sulle scelte che hanno conseguenze, sui talenti che una persona possiede (a volte del tutto ignara). Ma anche un racconto di formazione che parte con un Omar Sy (Samuel) bambino, poi ce lo mostra alla fine del film maturo, ma mai banale e mai noioso, e lo fa intersecare con la crescita di Gloria (una strabiliante Cloria Colston, mamma francesce e padre nordamericano, un volto che rivedremo di sicuro sul grande schermo).  
Famiglia all'improvviso - Istruzioni non incluse è questo e altro, grazie alla bravura degli interpreti e alla capacità del regista (Hugo Gélin) di alternare una prima parte, comico-brillante, con la seconda, decisamente drammatica, quasi senza peso.
Il questo film uno degli aspetti che più mi hanno colpito è il ruolo del padre che inventa storie. Qui per creare un mondo parallelo con l'obiettivo di giustificare l'assenza della mamma. Mi sono subito ritornati in mente Roberto Benigni che protegge il figlio dall'orrore nazista della Shoah e dalla complicità fascista che inventò le leggi razziali (La vita è bella, 1997) e il capolavoro di Gabriele Muccino La ricerca della felicità (2006) in cui Will Smith trasforma, con la forza delle parole, il bagno di una metropolitana in una grotta nella quale difendersi dai dinosauri. Un padre che inventa storie, talvolta, è anche più reale di uno che si attiene solo alla realtà dei fatti, anche perché "la realtà dei fatti" è tutto fuorché raccontabile.
La ricerca della felicità sembra richiamare a sua volta Ladri di biciclette (1948) in cui la ricerca della bicicletta diventa una metafora del tentativo di uscire dalla condizione di povertà, anche se qui il bambino non ha un padre che racconta storie ma gli mostra senza filtri tutta la sua debolezza.



Famiglia all'improvviso in Francia è uscito con un titolo completamente diverso: Demain tout commence, in riferimento alla frase con cui il film si chiude, aprendo (o riaprendo) finestre verso il futuro. In questo il film di Hugo Gélin è anche un film che esorta a non aver paura: "Chi ha paura di qualcosa dà a questa paura un potere immenso; è come un animale, che può essere addomesticato o ucciderti".



Una nota sul sottotitolo in italiano (Istruzioni non incluse). In questo caso il riferimento è al titolo della pellicola alla quale Hugo Gélin si è largamente ispirato: No se aceptan devoluciones (Mexico, 2013, regia di Eugenio Derbez).
Perché, in fondo, nessun genitore riceve il manuale di istruzioni per fare il padre o la madre.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 5 Agosto 2018

20 luglio 2018

Captain Fantastic: un padre, sei figli e tanta voglia di sorprendere

Sono tanti i modi in cui un film può evidenziare le ipocrisie e le contraddizioni della società contemporanea. Può sbeffeggiare il mondo in chiave fantapolitica, come ha fatto Mike Judge con Idiocracy (2016). Può agire per mezzo di una commedia dissacrane, come The Royal Tenenbaums (I Tenenbaum, 2001) di Wes Anderson. Può costruire la parodia di un esperimento scientifico applicato a una famiglia, come ha fatto Emanuel Hoss-Desmarais con Birthmarked (2018). Può affidarsi a un dramma feroce, come No Country for old men (Non è un paese per vecchi, 2007) dei fratelli Coen. Oppure può raccontare la fuga dalla civiltà, come in Into the Wild (Nelle terre selvagge, 2007) scritto e diretto da Sean Penn.
E c'è poi Captain Fantastic (Capitan Fantastic, 2016) che imbocca un'altra strada. Al film non è andata male, visto che la regia di Matt Ross è stata premiata a Cannes (nel 2016). Ma nello stesso tempo c'è più qualche dettaglio che non convince.
Prendiamo la vita all'aperto, la caccia, le corse tra gli alberi, la capanna in mezzo alla foresta. Una serie di situazioni che esercitano (almeno per una persona come me) un fortissimo fascino. Ma in questo film la vita nei boschi non esprime tutto il suo potenziale e si mostra, anzi, molto debole, proprio sul terreno che sarebbe dovuto risultare più fertile: quello dell'educazione dei figli. La principale preoccupazione di Ben (il padre dei 6 ragazzi, interpretato da Viggo Mortensen) sembra essere solo quello di tramutare i suoi ideali di democrazia, di libertà e rispetto per l'ambiente, in azioni concrete. E qui ci trovo una striidente contraddizione: se da un lato Ben censura la parola “interessante”, definita una “non parola” perché significa troppe cose, "quindi non significa niente", d'altra parte ripete: «Siamo definiti dalle nostre azioni, non dalle parole». Ma allora, caro Ben, le parole contano o non contano?
Seconda contraddizione. E qui cito un bel post di Alessandro Cattini ("Il racconto di Captain Fantastic si trasforma in un piccolo romanzo di formazione collettiva"): «La pellicola, apertasi con una critica decisa a tutto ciò che è istituzione a cominciare dallo Stato e dalle Chiese, si chiude con un colorato rito funebre, espressione più arcaica e originaria della religione, celebrato sulle note di una ritmata e gioiosa versione di Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses».
Terza contraddizione: Ben e i suoi ragazzi sembrano orientati a superare i luoghi comuni, ma poi se ne escono con: «Papà, ma sono tutti grassi come ippopotami!».

Che cosa mi è piaciuto di più?

Intanto vedere Ben che parla della Shoah con la figlia più piccola aiutandosi con Maus, il capolavoro di Art Spegelman (premio Pulitzer 1992):

Poi il fatto che a Ross il tentativo di sorprendere, proponendo un modello alternativo alla cultura di massa, quella del consumismo (forse il cognome della famiglia - Cash - non è stato scelto a caso) dei fast food e dell’american way of life, del perbenismo protestante, in fondo riesce.
E in questo lo aiuta un Viggo Mortensen superlativo e una banda di ragazzini davvero credibile (in questi casi bisogna fare i complimenti al casting). Forse con altri attori  e con un diverso regista il film si sarebbe trasformato nell'ennesima commedia che fa ridere poco e pensare ancora meno.

Splendida la scena nella quale la famiglia al completo (si fa per dire) canta la canzone dei Guns 'n' Roses Sweet Child o' Mine:


Molto ben riuscita anche la scena dell'arrampicata, mostrata in questo video a partire dalla preparazione:

P. S. il regista del film ha bandito dal set i telefoni cellulari e il cibo spazzatura: 'Captain Fantastic' Director Banned Technology, Junk Food On Set.
Forse perché non puoi rappresentare qualcosa se non la provi realmente, almeno un poco, sulla tua pelle.

Buona visione.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 20 luglio 2018

18 luglio 2018

A Human Library in Sardinia: from July 19 to 27, 2018

Youth Exchange (YE) Human Library: Our Stories is an Erasmus+ project co-funded by the Erasmus+ Programme of the European Union.

This project will take place in Sa Rocca Tunda, San Vero Milis (Oristano), Sardinia, from July 19 to 27, 2018.

By our youth exchange, 5 young people + 1 leader from Romania, Bulgaria, Italy, Poland and Lithuania will develop competencies (skills, knowledge and attitude) which will increase awareness and understanding of young people about cultural diversity and other cultures.

Everything's a story

You are a story

I am a story


Deadline for the application is Friday, June 22, 2018 at 23:58 CET, by this form

08 luglio 2018

Il potere rilassante dell'orto. Piacevole esperienza a Ussana (Cagliari)

Fiore di zucchina. Foto: A. Mameli
Ho sempre saputo che andare in campagna con il preciso scopo di curare le piante o di raccogliere frutta e ortaggi fa bene.
Lo so perché l'ho sperimentato su me stesso in moltre occasioni e lo so perché ho visto gli effetti di questa relazione con la natura nei confronti di altre persone, come ad esempio Zia Consolata Melis, morta a 107 anni, che ha lavorato nell'orto fino a 90 anni.
Poi so che esistono studi come quello pubblicato nel 2016 su Public Health (A case–control study of the health and well-being benefits of allotment gardening) nel quale si osserva che le attività di giardinaggio svolte anche solo una volta alla settimana possono apportare notevoli miglioramenti dell'autostima e dell'umore.
Un meta-studio del 2017 pubblicato su Preventive Medicine Report (Gardening is beneficial for health: A meta-analysis) ha mostrato significativi effetti positivi del giardinaggio sulla salute: riduzione della depressione, dell'ansia e dell'indice di massa corporea.
Ieri ho sperimentato la potenza dell'orto grazie a Stefano Galletta e alla sua azienda agricola Gallicanto di Ussana (Cagliari). Un'esperienza che riconcilia con il mondo.
Ho potuto raccogliere le zucchine e i loro fiori, ho apprezzato i colori e i profumi delle piante che crescono nell'orto e ho notato l'opera meticolosa di api e altri insetti, tutt'intorno.
E ho ammirato molto Stefano, per aver scelto questo lavoro e per come lo porta avanti.

Peperoni. Azienda agricola Gallicanto. Foto: A. Mameli

Mi sono anche imbattuto in una zucchina gigante (più di 9 kg):


Che poi così gigante non è: sono state raccolte zucchine di 20 kg e oltre.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 8 luglio 2018


My garden – my mate? Perceived restorativeness of private gardens and its predictors
Urban Forestry & Urban Greening (Volume 16, 2016, Pages 182-187)

07 luglio 2018

Wonder: la meraviglia della diversità è una forma di bellezza?

Dopo aver visto Wonder, di Stephen Chbosky, mi è rimbalzata in mente una domanda: io sono l'immagine che ho di me stesso o sono quello che gli altri vedono e pensano di me? Perche questo film non è solo la storia di Auggie Pullman (Jacob Tremblay) che vive con i genitori (Julia Roberts e Owen Wilson) e la sorella (Izabela Vidovic) e che affronta il mondo con una faccia deformata dalla sindrome di Treacher-Collins.
Wonder è anche un film sulle relazioni tra le persone e ci ricorda che qualsiasi sfumatura di ogni nostro atteggiamento può generare delle reazioni negli altri. E ci insegna che la gentilezza, la correttezza, la disponibilità, l'attenzione verso gli altri non sono solo valori da difendere. Ma sono anche gli strumenti più potenti per tentare di rendere il mondo migliore.
Chissà se quando ha scritto Wonder, il libro a cui il film è ispirato, R.J. Palacio (pseudonimo di Raul Jaramillo) aveva in mente questi pensieri. Di sicuro aveva in mente le parole di una canzone di Natalie Merchant che manco a dirlo porta lo stesso titolo del libro e del film: "I confound you. And astound you. They say I must be one of the wonders of God's own creation. And as far as they see, they can offer no explanation" ("Come vi confondo e come vi stupisco! Sapendo che devo essere una delle meraviglie della creazione divina e per quanto tu riesca a capirne non riesci ad offrire altre spiegazioni").
In effetti la grande meraviglia di questo film è che non fornisce risposte alla domanda che mi ha suscitato.
Anzi, mi induce a porne un'altra: la meraviglia della diversità è una forma di bellezza?

Andrea Mameli
Blog Linguaggio Macchina, 7 luglio 2018


04 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro: tra cuore vero e umani irreali

Oggi ho visto Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer) di Yorgos Lanthimos.
Due cose mi hanno colpito in particolare.

La prima è il gesto di levarsi i guanti sporchi di sangue, compiuto dal cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrel), sopra il cestino dei rifiuti.
Il gesto arriva immediatamente dopo la potentissima inquadratura di un (vero) cuore che batte durante un (vero) intervento chirurgico, per questo forse passa quasi inosservato. Ma secondo me è un gesto che introduce la chiave del film. Quelle mani che si liberano dallo sporco sono come quelle di Ponzio Pilato: "prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!»". Anzi, la chiave è proprio nella risposta che l'evangelista Matteo attribuisce alla gente che assiste al processo? "E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli»"


La seconda è vedere in che modo il regista evidenzia la piccolezza delle figure umane rispetto alle architetture agli spazi dell'ospedale. Lo si nota in particolare nella ripresa dall'alto (bird's-eye view) in cui si vedono Bob e la mamma (Nicole Kidman) accanto alla scala mobile. Si fa fatica a riconoscerli, fin quando il ragazzino cade a terra:



Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 4 luglio 2018 


How a Christ Hospital doctor turned Colin Farrell into a make-believe surgeon


29 giugno 2018

George Clooney still filming Catch-22 in Sardinia

Catch-22 is an American-British-Italian miniseries based on the book written by Joseph Heller (Catch-22), a satire on war and bureaucracy. The story, set during World War II, from 1942 to 1944, focuses on Yossarian, a US Air Force bombardier.
The six-episode series - a co-production between Hulu (United States), Channel 4 (United Kingdom), Sky (Italy) - with stars as Christopher Abbott (Capt. John Yossarian), Kyle Chandler (Colonel Cathcart), George Clooney (Scheisskopf), Tessa Ferrer (Nurse Duckett), Giancarlo Giannini (Marcello, the owner of a brothel in Rome), Hugh Laurie (Major de Coverley), is shooting these thays in Sardinia.
George Clooney inspected about 80 disused airports across Europe before to choose the old airport of Venafiorita (Olbia), discovered with the support of the Sardegna Film Commission.
A few days ago I had the pleasure of admiring the meticulous work of George Clooney and his staff in Catch-22 set, with several U.S. army trucks, some airplains, hundreds of extras.
Obviously is forbidden to take pictures on the set, but in Instagram we found some interesting images:

Un post condiviso da Scott (@scotts_show_and_tell) in data:


Un post condiviso da Barbaros Tapan (@barbarostapan) in data:

Un post condiviso da Fabio Ledda (@fabietto278) in data:

Un post condiviso da Barbaricina (@saramuggittu) in data:



Andrea Mameli, Linguaggio Macchina, 2018




21 giugno 2018

Nel documentario "Navigare con la scienza" di Carlo Ferreri, andato in onda su RAI Scuola il 2 giugno 2018

Nel documentario "Navigare con la scienza" di Carlo Ferreri, andato in onda su RAI Scuola il 2 giugno. La mia mia intervista è stata ripresa a Carloforte l'8 maggio 2018.

Il progetto Lab Boat, coordinato dal CRS4, è stato finanziato dalla Fondazione di Sardegna e ha visto la partecipazione attiva di dieci realtà scientifiche operanti in Sardegna.

18 giugno 2018

Lab Boat, Navigare con la scienza (video, 14 minuti)

Lab Boat, Navigare con la scienza, il bellissimo video documentario di Massimo Gasole (Illador), racconta il periplo della Sardegna con la barca Adriatica e le attività divulgative realizzate tra il 21 aprile e il 10 maggio 2018 nei porti di Cagliari, Olbia, Alghero, Oristano, Carloforte.

Ho avuto l'onore di coordinare il progetto Lab Boat con il CRS4. E in questo video ho avuto il piacere di raccontare l'esperienza, all'interno di un'intervista (che è stata girata a Carloforte il 9 maggio) e come voce narrante dell'intero video.

Se Massimo Gasole ha fatto un ottimo lavoro (e seconeo me lo ha fatto) non lo deve a me ma alla sua bravura e alla preziosa collaborazione fornita dalla Fondazione Sardegna Film Commission, che ha sostenuto il progetto del video documentario.

"Lab Boat, Navigare con la scienza" è una produzione CRS4, in collaborazione con: Fondazione Sardegna Film Commission e Illador.

27 maggio 2018

Si possono mettere a confronto Blade Runner (1982) e Blade Runner 2049 (2017)?

No, perché Blade Runner (Ridley Scott, 1982) e Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017) non sono proprio paragonabili.
Il primo è un film che si rivede sempre volentieri, forse perché è animato da un climax che cresce fino all'ultima scena, con un monologo memorabile.
Il secondo invece, con la mano di Deckard che tocca la cupola di vetro in cui la figlia postumana vive isolata dal mondo, sembra dire ma non dice, illude ma non mantiene.
Quello di Ridley Scott, in fondo, è il racconto della disillusione umana, in linea con il migliore Philip K Dick. Un tema gigantesco, fatto di paure e di malinconie. Per questo la storia è davvero una corsa sul filo del rasoio. E forse per questo il film del 1982 è indimenticabile. Quello di Villeneuve invece è un sontuoso trionfo dei simboli, emozionante e a tratti stupefacente, ma a mio.modo di vedere è un film senza un'anima.

Ritorno volentieri al copione dell'ultima scena del primo Blade Runner.

«Bella esperienza vivere nel terrore, vero?
In questo consiste essere uno schiavo.
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»

Secondo me suona meglio l'originale, spece nelle ultime battute:

«Quite an experience to live in fear, isn't it?
That's what it is to be a slave.
I've seen things you people wouldn't believe,
attack ships on fire off the shoulder of Orion,
I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gates.
All those moments will be lost in time,
like tears in rain.
Time to die.»




Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 27 Maggio 2018


Ideology as Dystopia: An Interpretation of "Blade Runner"
DOUGLAS E. WILLIAMS International Political Science Review (1988), Vol. 9, No. 4, 381-39