14 gennaio 2012

Identità architettonica molteplice. La Sardegna vista da Marco Lucchini

Marco Lucchini L'identità molteplice L'identità molteplice. Architettura contemporanea in Sardegna dal 1930 al 2008 (Aiasara, 2009; 447 pagine; 50,00 euro) è un libro di Marco Lucchini (architetto, docente di “Progettazione Architettonica” al Politecnico di Milano, innamorato della nostra isola).
Il libro contiene una lunga e accurata descrizione degli esempi architettonici isolani, accompagnati da fotografie e grafici (ottimo lavoro anche da parte dell'editore).
Cosa emerge? Lucchini lo scrive a pagina 30: «In Sardegna l'identità dell'architettura è fatta di coesistenze e di appartenenze molteplici, per cui caratteri tipo-morfologici e principi insediativi diversi - sovente estranei alla cultura locale - si sono stratificati e sovrapposti. Uno dei fattori di maggiore ricchezza culturale è stata la sovrapposizione di poetiche provenienti da scuole di architettura diverse (Roma, Firenze, Genova, Venezia, Milano) e la loro contaminazione con elementi di permanenza locali, di solito identificati nelle costruzioni tradizionali. La lunga durata delle permanenze e la concentrazione delle variazioni in periodi piuttosto circoscritti ha conferito un particolare carattere a quella condizione dialettica e mutevole presente in tutti i sistemi insediativi che hanno un passato, indicata da Paola Coppola Pignatelli come una "riserva di variabilità" che provoca "un'evoluzione continua e inarrestabile" dell'identità».
Con il prezioso aiuto della casa editrice Aisara ho contattato Marco Lucchini. Ecco l'intervista.
Il patrimonio architettonico sardo è proprio sconosciuto?
«Diciamo che dipende dal contesto. Se parliamo di un pubblico vasto a scala nazionale anche di livello culturale medio-alto l’architettura contemporanea in Sardegna è effettivamente poco conosciuta. Fra gli addetti ai lavori, architetti, ingegneri, artisti, le cose vanno un po’ meglio però siamo sempre lì: si tratta di una conoscenza a scala prevalentemente locale. Ho avuto occasione di constatare che al di fuori della Sardegna la conoscenza è molto relativa. Probabilmente l’interesse editoriale e mediatico degli ultimi anni ha sicuramente contribuito a incrementare l’interesse. Sarebbe però bello che le opere di Architettura fossero realmente fruibili: ho avuto occasione di vedere il recentissimo e pluripubblicato museo della Necropoli di Pil e Mata, degli architetti David Palterer e Pietro Reali, a Quartucciu, trovandolo chiuso. Queste situazioni sono frequenti, così come è frequente un rapido stravolgimento delle costruzioni rispetto al progetto originario».
Nel libro si invoca, per la politica regionale, un processo di conoscenza e di promozione del tessuto architettonico. Ma ci sarebbe spazio, oggi, per una discussione sull’architettura contemporanea in Sardegna?
«L’interesse credo sia sempre piuttosto vivo. Quando ho presentato L’identità Molteplice per la prima volta a Settimo San Pietro la sala era strapiena. Stessa scena nelle presentazioni successive. Mi sembra però che ci sia uno scarsa interesse al di fuori degli addetti ai lavori per l’architettura in generale. Questo vale però per tutta l’Italia. In Sardegna il dibattito avviene prevalentemente grazie a iniziative scientifiche, seminari, convegni, mostre, delle due Facoltà di Architettura di Alghero e Cagliari e altre iniziative di carattere editoriale. Il “Giornale dell’Architettura” dell’editore Allemandi di Torino ha sempre manifestato un certo interesse per l’Architettura in Sardegna. La rivista “Ottagono” ha poi pubblicato un servizio sulla Sardegna nell’ambito del “Giro d’Italia”: una serie di articoli sull’architettura contemporanea delle diverse regioni italiane. Qualcosa è uscito anche su Casabella e Domus e Abitare. Significativi anche il premio “qualità emergente” dell’INarch Sardegna e il “premio del paesaggio” della Regione Autonoma della Sardegna».
Si potrebbe dare una definizione di identità architettonica in Sardegna?
«La nozione di identità sintetizza in modo efficace l’opposizione nei confronti dei processi di omologazione provocati dalla globalizzazione, poiché, nell’identificare una cosa, al contempo la distingue. Essa può essere ricondotta al concetto di “Regionalismo critico” formulato nella prima metà degli anni Ottanta da Kenneth Frampton il quale richiamava la necessità di una sorta di "resistenza" nei confronti dell’appiattimento imposto dal mercato globale del consumo che doveva concretizzarsi con un radicamento da parte del progetto alla storia e ai caratteri dei luoghi. Si tratta di un processo difficile. L’imitazione di stilemi falsamente storici o l’adeguamento banale a forme cosiddette tradizionali porta a risultati mediocri e poveri di significato. Per intendersi lo stile “costa smeralda” e le sue derive consumistiche che hanno portato a ricoprire le coste sarde di case con archi, archetti, colonnine, tetti a falda etc. è quanto più lontano ci possa essere da un corretto riferimento identitario. D’altra parte anche le architetture di qualità caratterizzate da ricerche formali esasperate rese possibili dallo sviluppo dei software per la progettazione sono lontane da un corretto riferimento ai luoghi. Il progetto del museo Bètile è un esempio molto chiaro: avrebbe potuto essere realizzato a Cagliari così come in qualunque altro luogo della terra poiché nelle sue forme non vi era alcuna volontà di dialogo con il contesto. L’identità va cercata in un difficile processo di studio e comprensione dei luoghi e della loro storia e tali elementi solo alcuni possono essere presenti nel progetto solo parzialmente, per evocazione o traslazione di significato. Inoltre l’identità è un processo aperto e in continua evoluzione: non corrisponde solo alle condizioni di realtà dei luoghi, ma anche al modo con cui queste condizioni sono interpretate e modificate da coloro che li abitano. Essa rimanda contemporaneamente alla nozione di appartenenza e a quella di modificazione ossia ad un dialogo, fondato sulla conoscenza, fra le preesistenze della città e del territorio e le trasformazioni in corso o programmate. Come ha scritto Amin Maalouf, l’identità "non è data una volta per tutte ma si costruisce e si trasforma durante tutta l’esistenza". Nel caso della Sardegna si tratta quindi di un’identità molteplice perché il senso di appartenenza è radicato in una pluralità di aspetti. In linea di massima sono: il ruolo del paesaggio, la rarefazione del territorio e la particolarità delle forme insediative, le caratteristiche specifiche dei luoghi, dell’orografia e delle vicende economiche e sociali, la presenza tra gli anni ’50 e ’70 di maestri provenienti da scuole diverse: Libera (Roma e poi Firenze), Sacripanti (Roma), Nervi, Zanuso (Milano), Cini Boeri, Caccia Dominioni, Libero Cecchini (Verona). Gli stessi progettisti che attualmente operano in Sardegna si sono formati nelle Facoltà delle più importanti città in particolare Roma, Firenze, Milano».
Come nasce questo libro?
«L’idea del libro è nata nel 2006. Originariamente volevo fare una guida. Mi ero accorto che in Sardegna c’erano delle architetture interessanti ma poste ai margini della pubblicistica specializzata. Cominciai a visitare le opere e a contattare degli studi di cui avevo visto le opere pubblicate sull’Almanacco dell’Architettura Italiana di Electa; feci amicizia con diversi professionisti. Incontrai Giovanni Maciocco, preside della Facoltà di Architettura di Alghero il quale, tramite un ricercatore del suo gruppo di lavoro, mi mise in contatto con l’editore Aìsara di Cagliari. Discutendo con Ignazio Ghiani (responsabile di Aìsara) maturò l’idea di fare una monografia sull’Architettura in Sardegna che pensai di organizzare come un’antologia usabile anche come guida ma intesa ad esprimere un giudizio critico sulle opere. Aìsara solitamente si occupa di letteratura. In questo caso Ghiani accettò di puntare sull’architettura e mi mise nelle condizioni di fare il libro. Ebbi un aiuto molto sostanzioso oltre che dallo stesso Ghiani dalla redazione in particolare dalla dott.sa Melis che curò la parte redazionale e dall’architetto Cicalò che si occupò della grafica e fotografando diverse opere».
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 14 gennaio 2012

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