Il concetto di razza? Per la scienza è una menzogna (L'Unione Sarda, 27 dicembre 2006)

Fin dalla sua nascita, avvenuta nel 1700, l'antropologia ha fatto da ponte tra i due mondi in cui, arbitrariamente, dividiamo il sapere: la cultura scientifica e la cultura umanistica. Anche per questa ragione un concetto, quello di “razza umana”, è rimasto a lungo sospeso, in una sorta di limbo, tra realtà e immaginazione, fino al 1972: quando il genetista Richard Lewontin fu capace di dimostrare che la percentuale globale di variabilità del nostro genoma è vicina all'85%. In altre parole, se per una colossale catastrofe si salvasse solo una ristretta porzione della popolazione umana, in essa sopravviverebbe l'85% della variabilità genetica attuale.
Dato che siamo nati in Africa, circa 200 mila anni fa, la maggiore variabilità genetica si riscontra in quel continente (“effetto fondatore"), poi abbiamo colonizzato Europa e Asia, portando con noi una variabilità genetica via via minore. Questo dato, poi confermato nel 2004 (da David Goldstein e Guido Barbujani) e nel 2005 (da Franck Prugnole), dimostra che il concetto di razza, per l'Homo Sapiens, non ha fondamento scientifico. Nel nostro caso solo il 7% di tutti i geni è specifico di una ristretta area geografica: quanto generalmente basta a permetterci di riconoscere la provenienza di una persona. Ma non abbastanza per classificare tali differenze: quelle che hanno permesso alla nostra specie di adattarsi a climi e ambienti molto diversi.
Lo spiega con precisione, ma in modo estremamente godibile, un recente saggio di Guido Barbujani: L'invenzione delle razze, capire la biodiversità umana (Bompiani, pagine 180, euro 7,80). L'autore sottolinea che la nostra identità risiede solo in piccola misura nel patrimonio biologico: quello che conta è ciò che sentiamo, vediamo, impariamo, nel corso della nostra vita. Barbujani, docente di genetica all'Università di Ferrara, sostiene che la parola razza non identifica alcun elemento biologico riconoscibile nel Dna della nostra specie e che pertanto nulla di genetico è associabile alle identità etniche o culturali: “La cosiddetta razza ispanica è la dimostrazione migliore che i concetti comuni di razza non c'entrano con la scienza. Negli Stati Uniti chiamano ispanici gli immigrati che parlano spagnolo: due caratteristiche, la lingua e l'essere immigrato, che ovviamente non hanno nulla a che vedere con i nostri geni”. Per la scienza siamo “tutti parenti e tutti differenti”. Ma il pregiudizio è duro a morire. Le mostruosità causate dalla degenerazione del “razzismo” e le immagini della propaganda fascista furono portate in giro per l'Italia con la mostra “La menzogna della razza” (allestita dal Centro Furio Jesi di Bologna) che fece tappa a Cagliari nel 1996, per iniziativa dell'Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell'Autonomia. Forse è opportuno classificare la razza umana proprio come una bugia, sorella di pagine ignobili per la scienza (come il Manifesto degli scienziati razzisti, del 14 luglio 1938, e il mensile “La difesa della razza”, nato il 5 agosto 1938) e madre di Auschwitz. 
ANDREA MAMELI


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