13 gennaio 2014

Dalla matematica alle emozioni. L'evoluzione del computer tra scienza e arte [Carnevale della Matematica #69]

Questo post partecipa al Carnevale della Matematica #69 (14 Gennaio 2014) "Macchine matematiche antiche e moderne"

Abstract
Nell'evoluzione del computer la volontà era quella di meccanizzare il calcolo, basato fino a quel momento sull'esecuzione manuale o sulle tavole numeriche. Il desiderio di svolgere operazioni matematiche sovrastava il resto. Poi sono arrivati computer in grado di fare molte più cose. E domani?

Non credo nelle invenzioni capitate per caso: credo che ci sia sempre qualcosa di voluto, anche nelle innovazioni più serendipiche, cioè quelle incorse mentre si cercava altro. E baso questa mia convinzione sulle storie degli inventori e delle invenzioni, che non mi sembrano mai casuali.
Quando ripenso alla storia che ha portato alla creazione dei computer immagino la lenta sovrapposizione di conoscenze e il progressivo avvicinamento tra discipline, come l'algebra e l'elettronica.
E penso al percorso tecnologico che ha portato dall'esigenza iniziale di meccanizzare il calcolo, fino a quel momento basato sull'esecuzione manuale o sulle tavole numeriche, alla possibilità di utilizzare le macchine in svariati ambiti, grazie alla programmazione.
Ma penso anche ai percorsi mentali di chi ha ideato lavorato sull'hardware, come Charles Babbage (1791-1871) e la sua Macchina Analitica o Pier Giorgio Perotto (1930-2002) e la sua Olivetti P101. E di chi ha lavorato sul software, come Anna Lovelace (1815-1852) o Marco Zamperini (1963-2013).
Doodle del 10 Dicembre 2010 dedicato a Anna Lovelace, a 197 anni della nascita.
E se Marco Zamperini amava riperere che «la programmazione è una attività creativa raffinatissima che sconfina nell’arte» qualche ragione ci doveva essere. E di queste ragioni si nutre l'idea, che da qualche mese mi sta facendo enormemente riflettere (illustrata molto bene da Marco Maffucci nel post Insegnare ai bambini a programmare del 5 Gennaio 2014): imparare a programmare aiuta a pensare. O, come ha scritto Federico Feroldi: «saper programmare sarà importante come saper leggere e scrivere». Entrare nel computer, nel videogioco, nel tablet, dalla porta principale, è secondo me il migliore antidoto alla disinformazione tecnologica, alla passività dilagante, alla possibilità di vedere il mondo con occhi nuovi. Oggi il computer non è più soltanto una macchina per fare calcoli: è una macchina per pensare, per giocare, per provare emozioni. Per questo con alcuni amici stiamo provando a portare a Cagliari i Coder Dojo: le palestre di programmazione dedicate ai bambini. Una formidabile esperienza che porta a vedere cosa c'è dall'altra parte, in maniera divertente. E, attenzione, non si tratta di corsi con la pretesa di far diventare programmatori bambini da 8 a 11 anni. Il pensiero di un esperto di relazione tra bambini e computer, Seymour Papert, chiarisce bene il concetto: «La programmazione di un computer attraverso un linguaggio simbolico acquista un significato importante perché il computer è concepito per stimolare e supportate lo sviluppo di abilità cognitive e metacognitive del soggetto che apprende».
E il futuro? La nuova frontiera è fatta di cognitive computing: sistemi intelligenti che interagiscono con l'uomo, computer sensibili e indossabili, senza più tastiere e mouse, comandabili già oggi con la voce e domani con il pensiero.  Gli umani non sognano computer che si comandano con il pensiero?

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 12 Gennaio 2014

L'evoluzione dei linguaggi di programmazione: analisi e prospettive (Giancarlo Succi, Mondo Digitale, Dicembre 2003)

Il linguaggio nella matematica (Daniele Gouthier, Pedagogika)

Babbage, Lady Lovelace e il primo computer (Mate Pristem)




Nessun commento: