22 novembre 2014

Enrico Pau: la mia Accabadora a Cagliari, tra memoria, bombe e cemento.


«Il cinema rappresenta la realtà attraverso la realtà» 
(Gilles Deleuze)

"Il dramma" (Agosto 1940) sul set del film
Un vecchio giornaletto tra i calcinacci. Una cinepresa in cima alle scale. Gli oggetti di scena e la tecnologia usata per le riprese, le due facce del cinema, sospese in un equilibrio sottile tra reale e finzione. Concetti illustrati molto bene da Teresa Biondi nel saggio La fabbrica delle immagini. Cultura e psicologia dell'arte filmica (Edizioni Magi, 2007): "In Italia è la stagione del neorealismo che illustra l'uso del reale nel cinema come scelta e senso primo della rappresentazione filmica. Nei film che appartengono a questa corrente il cinema mette in luce l'essenza verista del rappresentato, che tutt'oggi costituisce il punto di arrivo più alto della cinematografia italiana, riconosciuta come opera d'arte nel mondo intero. Il neorealismo porta il cinema nelle strade fuori dai teatri di posa, rende protagonista la gente comune, propaganda l'estetica del «vero». Lo sceneggiatore Cesare Zavattini, per definire modi e tecniche delle riprese dal vero di questo nuovo stile/ideoligia del cinema, parla di teoria del pedimamento della realtà, attuata per cogliere le cose nel loro avvenire reale."
Il rapporto tra rappresentazione e finzione è estremamente affascinante per le dinamiche psicologiche che è in grado di scatenare e per le scelte che investono le tecnologie utilizzate nel cinema. Allora, se è vero che il film è la tecnica dell'immaginario per eccellenza, è altrettanto vero che la stessa lavorazione del film può portare a vivere esperienze fortemente autentiche. E non è necessario raggiungere situazioni estreme, come il vero trasporto di una vera nave su una vera montagna in Fitzcarraldo (Werner Herzog, 1982). Talvolta la scena diventa talmente accurata da rasentare la ricostruzione documetaristica, anche se con mezzi tutto sommato modesti rispetto alle grandi produzioni di Hollywood. 
Enrco Pau sul set del film (Cagliari, Ottobre 2014)
Io ho avuto l'onore di entrare nel set del film L'Accabadora, sotta la regia di Enrico Pau, e mi sono ritrovato nella Cagliari del 1943: proprio quella che mi hanno raccontato i miei genitori, con la polvere, i calcinacci e le carte per strada. Ho riflettuto molto su quel set, allestito nel quartiere Castello e nel rifugio sotto il Liceo Don Bosco di Viale Fra Ignazio. E così ho sentito il desiderio di interrogare il regista su questo tema specifico.
Enrico Pau, che cosa significa ricreare una città devastata dalle bombe, tra macerie sparse per le strade e muri mancanti ricostruiti con il ChromaKey
«Io questo film cerco di dare una forma all'oralità. Ho provato a restituire immagini di Cagliari bombardata come me l'ha raccontata mia madre. La nostra non è una produzione ricca in senso stretto e in queste situazioni bisogna cercare di avere le idee migliori per raccontare quel che si intende raccontare, provando almeno ad essere verosimili. In realtà è impossibile ricostruire Cagliari com'era in quei giorni se non per piccole porzioni.
Uno scorcio del set
Il nostro tentativo è quello di unire le capacità artigianali con qualche tassello tecnologico per riuscire a ricostruire le emozioni di quei momenti. E per farlo la scelta più azzeccata è immergere la gente nei luoghi reali di quei tempi. Non ci saranno effetti speciali mostruosi, solo cose molto semplici, che si sposano bene con i segni dei bomardamenti e i rifugi antiaerei che hanno conservato la memoria di quei giorni. Ora, in sede di montaggio, stiamo cercando di ricostruire i suoni di quel mondo devastato.»
Quanto sono servite le fotografie e i filmati dell'epoca? 
«Ci sono filmati e fotografie girati immediatamente dopo i bombardamenti. In particolare le fotografie di quei giorni sono state fondamentali. E devo dire che in me queste immagini hanno scavato molto in profondità. Io ho un'idea di cinema molto legata ai luoghi e agli spazi, idea che nasce e si rafforza da un rapporto con un luogo. E in questo hanno giocato un ruolo importante anche quelle fotografie.»
A una comparsa che chiedeva “perché hai scelto noi?” hai risposto “perché avete delle facce antiche”. Puoi spiegare che cosa significa?
«Significa poter stare dentro quelle fotografie. Sono facce scomparse credo per via del benessere e di questa strana cosa che rende tutti simili, Pasolini diceva in senso estetico, si trovano ancora in quartieri popolari di Cagliari in cui risiede l'anima popolare di Cagliari quella tragedia aveva colpito tutti indistamente infatti la cosa interessante che abbiamo fatto è stata dentro i rifugi mettere insieme volti, sempre antichi, ma appartengonoa aclassi sociali differenti, dai vestiti le facce antiche sono facce che comunque sono le facce giuste per la storia questi volti devono avere qualcosa che rimanda a quelle giornate ho moltissime foto d'epoca di quegli anni anche i costumi sono stati pensati in funzione di questo mondo di questo universo.»

Hai riflettuto molto sugli effetti che quei bombardamenti su Cagliari hanno avuto sulla città?
Bombs over Cagliari, Feb. 1943 www.reddog1944.com

«Sì. E questo riguarda anche il personaggio del film, che viene da un mondo arcaico e si trova improvvisamente in una città in un momento estremamente drammatico. Io penso che le bombe per Cagliari non sono state solo una forma raffinata e tragicamente violenta di tecnologia distruttiva. La profonda trasformazione che si è determinata con la ricostruzione della città è una seconda tragedia. E questo cemento modellato secondo i gusti di ingegneri e geometri, senza una visione d'insieme, ha esercitato una forma di violenza nei confronti del volto morbido e bello della città.
Questo non è un tema del film ma è estremamente importante, nel mio rapporto con il cinema, riflettere sulla città, che per me è un corpo. E credo che questi spazi vuoti andrebbero lasciati, come monumenti della memoria.»

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 22 Novembre 2014


Una foto pubblicata da Andrea Mameli (@linguaggiomacchina) in data:

Nessun commento: