27 ottobre 2012

Nicolas Eymerich, il primo videogame in latino (completamente accessibile) a Bologna il 16 Novembre

Io i libri di Valerio Evangelisti li inserisco senza esitazioni nella lista di quelli che più ho amato. Anche per questo scoprire che è stato creato un videogioco intitolato Nicolas Eymerich ha stuzzicato immediatamente la mia curiosità. Sono andato a cercare gli autori e ho scoperto che le società di produzione sono due: Imagimotion di Roma e TIconBLU di Bologna.
Ho scoperto anche che si tratta di un lavoro di quattro anni coordinato da Ivan Venturi, uno che ha iniziato a sviluppare videogiochi nel 1987 con la Simulmondo, prima software house italiana (nel 2003 ha fondato Koala Games, ora diventatata TiconBLU).
E poi ho scoperto che il videogioco Nicolas Eymerich è pienamente utilizzabile anche in modalità accessibile, ovvero per utenti con ridotte capacità motorie e per non vedenti in modalità audiogame, dove gli scenari 3D sonori, i dialoghi e gli effetti audio consentono una fruizione completa del gioco.
A questo punto ho agganciato Ivan Venturi per farmi spiegare origine e sviluppi del progetto e sicuramente lo interpellerò di nuovo in merito alle mie curiosità sulla storia dei videogiochi.

Ivan, com'è nata l'idea di questo videogame?
«Ho letto quasi per caso “Nicolas Eymerich, Inquisitore” e mi sono appassionato alla storia e ai suoi molteplici piani spazio-temporali, finché ho pensato: “Sembra un videogioco!”. Così ho letto tutti i libri della saga e sono entrato in contatto con i lettori e con l’autore, Valerio Evangelisti. Poi sono entratto in contatto con la casa editrice dei libri Mondadori e ho iniziato a lavorare a questo progetto. Valerio Evangelisti è sempre stato informatissimo fin dall'inizio del progetto. L'unico vero appunto che ci fece fu all'inizio, quando ci chiese di fare Eymerich meno 'vecchio' di come l'avevamo disegnato inizialmente».

Quali sono le linee narrative e le ambientazioni, scelte per questo videogame?
«Un personaggio consolidato come Eymerich facilita enormemente il lavoro: vicende, dialoghi, personaggi, è tutto materiale narrativo, splendidamente pronto per l’uso. Un altro vantaggio, importante, è che molte persone conoscono il personaggio e questo contribuisce a conferire al gioco una personalità chiara, semplice e immediata. Però, d'accordo con l’autore, le trame del videogioco si discostano da quelle del libro. Il videogioco è un adventure game, ma ha una particolarità che lo rende unico: una delle lingue, oltre all'italiano e all'inglese, è il Latino (voce e scritto, mentre i testi sono tradotti anche in francese e in tedesco).
Eymerich è in assoluto il primo videogioco in latino. L’avventura si può giocare anche alla vecchia maniera: scrivendo quel che il personaggio deve fare, per esempio ‘apri la porta’, ‘parla con la guardia’, 'esci', e così via».

Da parte vostra c'è stata una grande attenzione anche per l'accessibilità al gioco. In cosa consiste?
«Abbiamo deciso di aggiungere una modalità accessibile, per permettere di giocare l’avventura come se si trattasse di un Audio-Libro Interattivo o di un Audio-Game. Ogni scena viene descritta dalla voce del protagonista e si gioc usando soltanto i tasti Enter e Tab, o quando necessario si possono utilizzare ausili tecnologici dedicati ai disabili.
Con la modalità accessibile ci possiamo rivolgere anche a un pubblico normalmente escluso dai videogiochi e questo è importante a livello commerciale ma per noi ha un grande valore etico. Presenteremo Eymerich alla fiera delle tecnologie per la disabilità Handimatica 2012, dal 22 al 24 novembre».

Quando sarà in commercio e quanto costerà?
«Il 16 novembre 2012 con la presentazione a Bologna, per le edizioni in Italiano e in Latino: appuntamento al cinema Lumiere della Cineteca di Bologna in via Azzogardino 65b alle 20 e 15. Il prezzo di vendita sarà di 19 euro e 90 per la versione Dvd Box per Mac e PC, 14 euro e 90 per la versione in digital download: www.eymerich.it e su MacStore per la versione Mac. Per Android e iOS i prezzi saranno inferiori e stiamo pensando alle versioni HD e FULL-HD pensata per l’alta risoluzione dell’iPad3. Ma penso che li definiremo il più tardi possibile, il mercato mobile è un gran casino. Tutto questo naturalmente salvo promozioni varie».

Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 27 Ottobre 2012


Altri miei post in argomento:

Neurocinematics: la neuroscienza dei film in uno studio del 2008 (The Journal for Movies and Mind).

Come reagisce il cervello alla visione di un film? Le prime risposte vengono da uno studio del 2008 (Neurocinematics: The Neuroscience of Film). Un gruppo di neuroscienziati di New York (Uri Hasson, Barbara Knappmeyer, Nava Rubin, David Heeger del Dipartimento di Psicologia del Center for Neural Science) insieme a Ohad Landesman (Dipartimento di studi sul Cinema, Tisch School of the Arts) e a Ignacio Vallines (Università di Monaco di Baviera), hanno analizzato il comportamente cerebrale di 5 persone durante 30 minuti di proiezione di spezzoni tratti da due film ("Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone, 1962, "Bang sei morto!" di Alfred Hitchcock, 1962) e da un telefilm ("Curb Your Enthusiasm" di Larry David) insieme a un video di 10 minuti girato durante un concerto a New York (Washington Square Park).
La complessità delle sequenze cinematografiche non permette di analizzare i dati risonanza magnetica funzionale in maniera tradizionale. Per questo i ricercatori hanno inventato una nuova tecnica che consente di misurare le affinità tra l’attività cerebrale degli spettatori: la cosiddetta analisi "inter-subject correlation" o ISC. Il risultato mostra che il 45% della neo-corteccia (lo strato più esterno della corteccia cerebrale dei mammiferi, nel quale risiedono le funzioni cognitive) ha restituito un insimee di dati quasi identico. Così, misurando la ISC nei diversi spezzoni, si è osservato che Hitchcock ha generato reazioni uniformi per 65% di neo-corteccia, del 45% per "Il buono, il brutto e il cattivo" e del 18% per "Curb Your Enthusiasm". Mentre per il video girato a New York il valore di ISC è sceso sotto il 5%.
L'ultimo dato indica che il video ha suscitato reazioni molto diverse tra gli osservatori a significare che la pura e semplice riproduzione della realtà, con una camera fissa, senza alcuna regia e priva di alcuna operazione di montaggio, determina scarsi effetti sulla mente dello spettatore.
Sarebbe a dire che un indicatore come l'ISC è tanto più alto quanto più il film si allontana dalla visione tipica di una telecamera di sorveglianza o vicersa quanto più il film è opera della creatività e dell'ingegno di un regista, di una troupe, e delle loro scelte. Ciò significa che l'ISC potrebbe condurci a una misura del livello artistico dell'opera? Non esageriamo! L’indice ISC non esprime un giudizio sulla qualità dello stile cinematografico del regista, ma è solo uno strumento per misurare in maniera scientifica l’impatto del film sul cervello degli spettatori.
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 27 Ottobre 2012
Neurocinematics: The neuroscience of film
Uri Hasson, Ohad Landesman, Barbara Knappmeyer, Ignacio Vallines, Nava Rubin, David Heeger
The Journal for Movies and Mind, 2, 1-26, 2008.
Abstract
This article describes a new method for assessing the effectof agiven film on viewers’ brain activity.Brain activity was measured using func-tional magnetic resonance imaging (fMRI) during free viewing of films,andinter-subjectcorrelation analysis (ISC) was used to assess similarities in thespatiotemporal responses across viewers’ brains during movie watching.Ourresults demonstrate thatsome films can exertconsiderable control over brainactivity and eye movements.However,this was notthe case for all types of motion picture sequences,and the level of control over viewers’ brain activitydiffered as a function of movie content,editing,and directing style.We pro-pose thatISC may be useful to film studies by providing a quantitative neuro-scientific assessmentof the impactof differentstyles of filmmaking on viewers’brains,and a valuable method for the film industry to better assess its prod-ucts.Finally,we suggestthatthis method brings together two separate andlargely unrelated disciplines,cognitive neuroscience and film studies,andmay open the way for a new interdisciplinary field of “neurocinematic” studies.

26 ottobre 2012

Lo schianto sul muro e l'effetto cinema. Bellas Mariposas mi è piaciuto molto, ma devo rivederlo.

Ho visto Bellas Mariposas. Mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto molto. Ma non mi basta. Sento il bisogno di rivederlo. Vorrei rivedere e riascoltare molte scene nelle quali mi sono soffermato, per le ragioni che esporrò in seguito, su particolari dell'inquadratura, su voci, suoni e rumori, perdendo di vista la pellicola nel suo insieme.
C'è stato qualcosa che ha distolto la mia attenzione alla struttura narrativa, poiché è di questo che si tratta: dopo la proiezione ho sentito diverse persone (bambini e adulti) che commentavano l'evoluzione della storia, "che fine ha fatto il tizio", "che vicenda ha vissuto la tizia"... io invece mi sono accorto di aver perso di vista l'insieme. Perché? Ma perché sono stato distratto da particolari visibili e da altri aspetti invisibili, proprio quelli che prima dell'inizio della proiezione mi ero imposto di non considerare. I particolari visibili lungo tutto il film erano essenizalmente le parti della città di volta in volta inquadrate e nella parte finale della pellicola la mia attenzione è stata catturata dai particolari delle scene che avevo visto crude, sul set, durante la lavorazione, come la scena della Mercedes che si schianta sul muro. L'effetto del cinema è proprio questo: dare vita a oggetti e persone che, presi da soli, sarebbero solo oggetti e persone. Inoltre le scene provate e riprovate a seconda dei casi alcune volte o decine di volte, alla ricerca di una perfezione sempre difficile da trovare, si trasformano nel film in sequenze anche molto brevi.
I particolari invisibili erano invece le rievocazioni mentali della storia scritta da Sergio Atzeni. Pagine del libro che ritornano in mente a volte nitide, a volte confuse, facendomi cadere nella tentazione di confrontare le due opere.
Dato che la visione di un film richiede un'attenzione sensoriale elevata, proprio per non fermarsi a contemplare singoli aspetti cogliendo la visione d'insieme, alla fine ho perso di vista proprio quello che volevo vedere: il film di Mereu nella sua interezza. Credo che esista un solo modo per uscire da questo tunnel e godermi la storia: rivedere il film.
Comunque, nonostante il deficit di attenzione di cui ho fatto mea culpa, sento di sottolineare due aspetti. Il primo è che questo film è originale. Lo si nota dalla prima scena, durante la quale lo spettatore è portato immediatamente a stabilire un patto: se mi guardi non ti rifiuto. Perché il cosiddetto "tabù dello sguardo rivolto alla macchina da presa" in qualche modo è in ciascuno di noi, educati come siamo a vedere film a partire da due anni d'età. Siamo tutti in grado di riconoscere alcuni codici di comunicazione, anche complessi, e una delle prime cose che si imparano è proprio questa: lo sguardo diretto è riservato alle doppie soggettive (due personaggi che si guardano repiprocamente) e a rarissimi altri casi. Mereu è invece riuscito a far accettare questa, direi coraggiosa, operazione. E così la protagonista che racconta i suoi pensieri al pubblico viene immediatamente accolta come parte di un (oserei dire nuovo) codice comunicativo. Si gretolano le parole di Roland Barthes ("Un solo sguardo proveniente dallo schermo e posato su di me, tutto il film sarebbe perduto") e si manifesta in tutta la sua bellezza il potere incantatorio del cinema. Sicuramente mi piacerà sempre di più, ogni volta che lo rivdrò.
Il secondo aspetto è che la mia attesa per questo film era (anche e solo secondariamente ma lo era, non posso negarlo) legata alla curiosità di capire come avrei accolto il mio personaggio, per quanto microscopico rispetto all'intero film, il "Poliziotto numero 2". Cosa ho scoperto? Ho scoperto che un personaggio diventa parte del film e tu che lo hai impersonato non esisti più. Quel che impersoni sul set ti scappa via: non sei tu vestito da poliziotto, ma è un poliziotto di quel film. Non sei più tu: gli assomigli soltanto. Nutro il sospetto che rivedere il film mi allontanerà sempre di più dal "mio" personaggio. E il film mi piacerà sempre di più.
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 26 Ottobre 2012
P.S. Dicembre 2013 - Ho comprato il DVD e sono andato subito a rivedere la scena dell'inseguimento. Come immaginavo sono riuscito a notare particolari che non avevo proprio visto quella prima volta in sala. E sono riuscito a catturare uno scatto, che ripropongo qui sotto, in cui mi sono ritrovato, per un istante, al centro dell'azione: è il momento in cui ho improvvisato uno scambio di battute con Rosalba Piras (che interpreta la signora Sias). Non mi è dispiaciuto affatto rivedere quella scena.
Bellas Mariposas. Un film di Salvatore Mereu, 2012.
Rosalba Piras sul set di Bellas Mariposas, Sett. 2011 - www.movieplayer.it


  1. Il "Video assist" modifica il lavoro del regista (1/10/2011)
  2. Stuntman, tra azione e finzione (2/10/2011)
  3. Il senso del ciak (3/10/2011)
  4. Batterie, pellicole e senso del limite (5/10/2011)
  5. Dolly, Dolly, manualmente Dolly (6/10/2011)
  6. Uniforme o divisa? (7/10/2011)
  7. Aspettando Bellas Mariposas... (9/10/2011)
  8. Come pensa un regista? (10/9/2012)

Impronte di legno nel cemento.

Stranamente sembra che nessuno faccia caso alle impronte lasciate dalle assi di legno usate per trattenre le colate di cemento. Eppure ci sarebbero tante cose da osservare, come in una sorta di archeologia edilizia.
Anzi, più che di archeologia è di paleontologia che dovremmo parlare. Parapaleontologia, pet meglio dire, ovvero eredità di forme lasciate su materiali duri e durevoli o almeno più durevoli della mayeria originale. Come calchi fossili delle superfici legnose con tutte le loro nervature.
Andrea Mameli per www.linguaggiomacchina.it 26 Ottobre 2012

25 ottobre 2012

Il marchio della scientificità a Cagliari per la settimana internazionale Open Access 2012. Interviste a: Sandra Astrella e Andrea Rinaldi.

Dal 22 al 28 ottobre 2012 si celebra la quarta settimana internazionale dell'Open access. L'iniziativa, che quest'anno è intolata "Set the Default to Open Access" ha lo scopo di far conoscere le riviste ad accesso aperto e di sottonearne l'importanza per la diffusione della conoscenza. Si tratta di riviste nelle quali il costo di realizzazione e di diffusione grava su scrive e non su chi legge, gestite con il sistema di controllo dei contenuti della revisione tra pari (peer review) e diffuse interamente via Internet. Al sito ufficiale dell'iniziativa openaccessweek.org sono elencate tutte le manifestazioni. Una di queste è stata organizzata dall'Università di Cagliari e dall'ente regionale Sardegna Ricerche oggi alle 10 nel Teatro Minimax di via De Magistris 12: "Il marchio della scientificità. Pubblicazioni scientifiche ed accesso aperto alla conoscenza". Sarà un dialogo a più voci sul tema dell'accesso aperto coordinato da Maria Chiara Pievatolo (Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell'Università di Pisa) nel quale interverranno:
  • Gianluigi Bacchetta (Dipartimento di Scienze Botaniche, Università di Cagliari
  • Riccardo Scateni (Dipartimento di Matematica e Informatica, Università di Cagliari)
  • Elisabetta Marini (Dipartimento di Biologia Sperimentale, Università di Cagliari)
  • Andrea Rinaldi (Dipartimento di Scienze Biomediche, Università di Cagliari)
  • Jean-Claude Guédon (Université de Montréal)
Ripropongo qui la mia intervista a Maria Chiara Pievatolo: "Il Sapere Scientifico, la Critica Illuministica e i Morti Viventi" (3 Luglio 2012).

Per capire meglio l'argomento ho interpellato Sandra Astrella (Direttore della Biblioteca del Distretto Tecnologico) e Andrea Rinaldi (Università di Cagliari).

Sandra Astrella, quali iniziative sono state intraprese dall'università di cagliari in tema open access?
«L’Università di Cagliari nel 2005 ha aderito alla Dichiarazione di Berlino, la dichiarazione internazionale sull'accesso aperto alla conoscenza, sottoscrivendo il “Documento italiano a sostegno della dichiarazione di Berlino sull'accesso aperto alla letteratura accademica", meglio conosciuto come Dichiarazione di Messina. Questo è stato il primo importantissimo passo istituzionale, promosso dalla CRUI: Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e sottoscritto da 71 atenei italiani, a sostegno della disseminazione universale delle conoscenze scientifiche. disseminazione universale delle conoscenze scientifiche. Sono entrambi documenti di sostegno e di intenti,  da mettere però in pratica con precise attività finalizzate. In Italia, come nel resto del mondo, sono stati soprattutto i bibliotecari (che sulla gestione dell'informazione basano la loro professione) che si sono fatti carico di portare avanti il paradigma dell'accesso aperto all'interno delle istituzioni, proponendo strategie, soluzioni, implementando piattaforme e standard. In Italia, come nel resto del mondo, sono stati soprattutto I bibliotecari, che sulla gestione dell'informazione basano la loro professione, che si sono fatti carico di portare avanti il paradigma dell'accesso aperto all'interno delle istituzioni, proponendo strategie, soluzioni, implementando

All’Università di Cagliari nel 2008 abbiamo realizzato l’Archivio istituzionale ad accesso aperto, UniCA Eprints, una piattaforma per l’archiviazione dei risultati della ricerca scientifica prodotta dai nostri docenti e ricercatori. Raccoglie, preserva e rende liberamente accessibili articoli, libri, capitoli di libri, working papers, rapporti tecnici, comunicazioni congressuali, brevetti, tesi di dottorato, in formato elettronico. Grazie alla piena rispondenza a standard internazionali, come l’OAI-PMH, UniCA Eprints consente la totale interoperabilità con motori di ricerca specializzati e non, garantendo la più ampia visibilità alla produzione scientifica ed esaltandone così l'impatto presso la comunità scientifica internazionale. L’equazione è semplice: più disseminazione dell’informazione c’è, più aumentano le possibilità che i risultati della ricerca circolino - e accrescano quindi la conoscenza globale del sapere scientifico - e vengano apprezzati; per i ricercatori di conseguenza ci sono molte più possibilità di essere citati. UniCA Eprints è indicizzato da GoogleScholar, Wordlcat, ScientificCommon, Oaister, Base, Pleiadi. Nel 2010 l’Ateneo ha poi recepito gli indirizzi della CRUI, rendendo obbligatorio il deposito delle tesi di dottorato in UniCA Eprints. Un altro passo importante per l’attuazione di politiche concrete verso l’accesso aperto.
L’ultimo passo è stata la realizzazione della piattaforma per la creazione e la gestione di riviste elettroniche UniCA Open Journals. A livello internazionale per lo sviluppo dell’Open Access sono state individuate principalmente due possibili strade da percorrere: la prima è il deposito dei lavori negli archivi aperti, siano essi istituzionali come UniCAEprints o disciplinari (per es. ad ArXiv dei fisici o Repec degli economisti); la seconda è la realizzazione di riviste ad accesso aperto, la cosiddetta Gold Road dell’open access. Cagliari è stato uno dei primi atenei italiani a percorrere anche questa seconda strada complementare, offrendo ai propri ricercatori la possibilità di creare una rivista elettronica e di gestirla in tutte le fasi redazionali, di referaggio, di editing, di indicizzazione nei motori di ricerca. È stata un’esperienza diversa rispetto all’Archivio istituzionale perché UniCA Open Journals è nata per rispondere a precise esigenze manifestate da alcuni docenti con i quali abbiamo da subito condiviso il progetto, lavorandoci insieme. Attualmente la piattaforma ospita due riviste, entrambe di discipline umanistiche: ArcheoArte (archeologia) e Between (letteratura comparata). Non c’è da meravigliarsi. Le scienze dure hanno da sempre, dalla nascita del web, cavalcato le nuove tecnologie in fatto di editoria, le riviste elettroniche sono migliaia, pubblicare su titoli on-line è un’abitudine oramai imprescindibile. Per svariati motivi il gap delle discipline umanistiche è forte, l’offerta dei publishers è ancora scarsa; è quindi comprensibile il bisogno da parte dei ricercatori di trovare vie alternative o complementari alla carta e ai circuiti tradizionali».
Nasceranno nuove riviste online targate unica.it a breve?
«Strutture di ricerca e docenti ci hanno contattato per avere informazioni o consigli e strumenti per conoscere il processo decisionale di creazione di una rivista. Mettere in piedi una rivista scientifica che risponda a tutti i requisiti di qualità (comitato scientifico internazionale, processo di peer review, impact factor, ecc) e mantenerla nel tempo non è un impegno da poco: necessita di progettazione, organizzazione, risorse umane, finanziarie, tempo. È pertanto auspicabile che la scelta sia ben ponderata già in fase di pianificazione. Attualmente non stiamo lavorando a nessun nuovo progetto concreto, ma credo che l’occasione non si farà attendere».
Che tipo di riscontro avete avuto dai docenti e dai ricercatori?
«In generale l’accesso aperto tarda ancora a decollare. Anche quando riscontriamo un certo grado di consapevolezza o addirittura entusiasmo, le dinamiche del sistema di valutazione e il perverso meccanismo che governa l’impact factor o comunque gli indici bibliometrici ne ostacolano la diffusione e il consolidamento. UniCA Eprints non si è popolato come sarebbe stato auspicabile; pochi sono i ricercatori che vi depositano abitualmente i propri lavori. Ricordiamoci, inoltre, che, costituendo l’OA un sistema, non tanto alternativo, quanto complementare a quello tradizionale, che prevede la pubblicazione di articoli che, per la maggior parte, sono già stati pubblicati in altre riviste spesso molto quotate a livello scientifico, gli autori devono sottostare alle politiche di copyright dei publishers, che di frequente, anche se non sempre, pongono divieti o vincoli al deposito in archivi aperti. Riteniamo ci sia molto più fermento, invece, nei confronti delle riviste OA: si tratta di progetti voluti, pianificati e condivisi nei gruppi o nelle comunità di ricerca e quindi maggiormente rispondenti alle loro peculiari necessità.
Il riscontro, poi, dipende anche dalle competenze e dalla capacità di advocacy degli stessi bibliotecari. Anche in questo caso l’impegno e l’investimento sono notevoli: non si tratta solo di formare e destinare risorse umane alle attività di promozione dell’Archivio aperto o di OJS presso docenti e ricercatori, ma anche di garantire servizi adeguati a nuove necessità e sempre all’altezza degli impegni e delle responsabilità verso la comunità scientifica di riferimento: penso, per esempio,alle professionalità bibliotecarie e informatiche e a tutta l’infrastruttura hardware e software, alla base di ogni progetto OA, che devono garantire oltre all’archiviazione, all’accesso, e all’interoperabilita, anche la conservazione nel tempo dei documenti».

Nei giorni scorsi ho intervistato Andrea Rinaldi per la trasmissione radiofonica Cagliari Social Radio. Qui di seguito riporto la trascrizione di una parte dell'intervista.
Andrea Rinaldi, questa è una rivoluzione per la diffusione dei contenuti della ricerca scientifica?
«Sì, è sicuramente una rivoluzione iniziata nel 2000 quando la Public Library of Science ha iniziato a pubblicare tutta una serie di riviste Open Access e si tratta sicuramente di un modo di diffondere la ricerca scientifica che sicuramente sta avendo un grande impatto e sta animando una grande discussione a livello internazionale e la settimana dell'Open Access ne è la prova su quello che è un modello non solo di diffusione della cultura scientifica ma anche di business legato alle riviste scientifiche».
Chi sono i revisori, ovvero chi decide cosa pubblicare e cosa no?
«Il sistema di peer review è lo stesso delle riviste tradizionali e consiste essenzialmente in un mix di potere decisionale degli editori delle riviste e poi dei revisori che sono selezionati dagli editori o a volte suggeriti dagli autori delle pubblicazioni, tra i cultori della materia. Sono di solito delle persone che hanno un certo nome all'interno delle comunità e che quindi possono esprimere un giudizio chiaramente obiettivo e scevro di ogni possibile dubbio sulla qualità scientifica dell'articolo che viene sottomesso».

Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 25 Ottobre 2012

24 ottobre 2012

Cagliari Social Radio: "rendere le proprie azioni un fatto urbano".

Nel 1995 nasce la prima Web Radio d'Europa: è Radio X. Oggi l'emittente fondata da Sergio Benoni si apre alla città con il progetto Cagliari Social Radio. L'obiettivo è dare voce a persone e organizzazioni sfruttando la felice integrazione tra Radio, Internet, Workshop, Eventi.
Social Radio propone uno spazio libero a blogger, cittadini, giornalisti, specialisti e membri di associazioni associazioni: è il disegno di una rete interattiva che ha il potere di rendere utili a molti le azioni di pochi semplicemente parlandone. O, per dirla con Sergio Benoni: "rendere le proprie azioni un fatto urbano".
Con questo progetto la radio rinuncia ai suoi tipici codici unidirezionali per aprirsi a una dimensione interattiva che, paradossalmente, non è quella tipica del mezzo radiofonico.
Estendere la partecipazione agli eventi al largo pubblico radiofonico significa raggiungere molte più persone. E a volte sono persone che non sarebbero mai andate a seguire quell'evento. Altre volte sono al contrario persone che non hanno potuto partecipare.

Tematiche affrontate dal progetto:
  1. Vivibilità sport salute sostenibilità
  2. Conoscenza formazione ricerca
  3. Società politica famiglia
  4. Creatività arte spettacolo
  5. Innovazione impresa tecnologia commercio ricerca sviluppo
Formati editoriali per partecipare:
  1. Segreteria telefonica o invio di mp3 c.s. box 1'
  2. C.S. shot 4'
  3. Minirub 5' rubriche sett.
  4. Maxirub 15' cucina, viaggi, sociale.
  5. Dayrub 3' news, meteo.
  6. CScoop min. 30' format coprodotto e/o fornito da media.
  7. CSlive serate eventi festival eventi, interviste dal vivo.
Radio X si apre alla città, raccogliendo contributi digitali e invitando in studio, ma manderà in giro per Cagliari una Citroën Mehari trasformata in radio ambulante.
Io mi sono divertito a fornire il mio contributo, con alcune mini interviste di 4 minuti a protagonisti della ricerca scientifica e dell'innovazione, il tutto semplicemente con i mezzi offerti dal Web 2.0 (gratis).
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 24 Ottobre 2012

23 ottobre 2012

La prima Scuola delle Energie inaugurata oggi a Casaccia (Roma) nel Centro Ricerche dell’ENEA.

Nasce all’interno del Centro Ricerche Casaccia dell’ENEA, alle porte di Roma, la prima Scuola delle Energie d'Italia. L'obiettivo è la creazione di un polo formativo di riferimento per la certificazione delle nuove figure professionali nel campo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.
La struttura, inaugurata oggi dal Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti e dal Commissario dell’ENEA Giovanni Lelli, la struttura avvierà i primi corsi di formazione per professionisti dell’energia a partire dal mese di novembre.
La certificazione professionale è garantita dall’ENEA, che fornisce supporto alle Regioni per la definizione del processo di certificazione.
L’edificio della “Scuola delle Energie” è stato realizzato dall’ENEA con criteri di alta efficienza energetica e dispone di un impianto di solar heating e cooling che realizza il riscaldamento invernale e il raffrescamento estivo, un impianto di climatizzazione con pompa di calore a CO2 di tipo polivalente; un impianto di climatizzazione con Roof top a CO2.
Grazie a queste dotazioni impiantistiche, verrà offerta agli studenti l’opportunità di affiancare alla didattica tradizionale anche la pratica direttamente sugli impianti. In aggiunta a questi impianti, sono stati resi disponibili alcuni componenti d'impianto, con il supporto di aziende private, in modo da costituire un utile banco di prova su cui cimentarsi per acquisire le competenze necessarie degli installatori di impianti da fonte rinnovabile.
L’allestimento delle aule didattiche è stato realizzato dalla Provincia di Roma, che intende dedicare la Scuola delle Energie alla formazione professionale di operatori del settore energetico e all'aggiornamento dell’impiego delle nuove tecnologie per l’efficienza energetica e per l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, fornendo anche informazioni basilari sulla legislazione e sulla normativa tecnica.
In un mondo in cui le risorse energetiche sono essenziali per la qualità della vita, la creazione di una Scuola dell'Energia è un passo di grande civiltà.
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 23 Ottobre 2012

22 ottobre 2012

La scienza appetibile in un documentario della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia prodotto in collaborazione con AREA Science Park

La ricerca scientifica può fare molto per favorire il corretto utilizzo delle risorse, migliorando i processi di produzione alimentare e rimediando ai danni derivanti da contaminazioni e inquinamento.
Dai campi coltivati agli allevamenti, dall'industria di trasformazione ai metodi di conservazione, scienza e tecnologia hanno un ruolo importante nel garantire cibi sicuri e controllati sulle nostre tavole. Nel parco tecnologico AREA Science Park di Trieste numerose attività di ricerca e sviluppo sono dedicate a questi temi.
La ricerca ha fatto molti passi avanti, dai contaminanti agli allergeni, nel mettere a punto tecniche diagnostiche sempre più accurate a salvaguardia del consumatore. Non meno importante della sicurezza è il tema della qualità, sia nutrizionale che organolettica, dei cibi che mangiamo: gusto, profumo, rilascio di sostanze nutrienti, resistenza ai batteri, modalità di conservazione, dipendono in maniera diretta dalla loro microstruttura. Analizzare la quale, in profondità, come è in grado di fare il laboratorio di luce di Sincrotrone Elettra, può aiutare l'industria alimentare a migliorare i processi di produzione e conservazione dei cibi.
Molti di questi temi sono raccontati nel documentario "La scienza Buona da mangiare" realizzato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia (Ufficio Stampa - Produzioni Televisive) in collaborazione con il parco tecnologico AREA Science Park di Trieste.
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 22 Ottobre 2012

21 ottobre 2012

Torneo del Liofante. O di come si impara con le simulazioni

Torneo del Liofante è il nome di una rievocazione storica che si tiene a Cagliari da sette anni. Un'occasione per vedere da vicino vestiti, armi, oggetti e utensili della vita quotidiana del medioevo sardo, in particolare il periodo giudicale arborense del XIV secolo.
Scambi di conoscenze. Quest'anno sono stati coinvolti anche praticanti di scherma olimpionica e scherma storica.
Adrenalina. Assistere ai tornei riserva una notevole dose di emozioni. Per le armature e per i rumori, certamente, ma anche perché in queste circostanze si assiste dal vivo a scene che abbismo già visto nei dipinti dell'epoca, nelle illustrazioni dei libri di storia e nei film. Queste immagini sono entrate dentro di noi (l'immaginario collettivo si diceva una volta) e rivederle dal vero è come ritrovare qualcosa a cui eravamo affezionati. Se la rievocazione è fatta bene (come nel caso del Torneo del Liofante, a mio parere) allora il riconoscimento è notevolmente appagante: vedere (e sentire) dal vivo è proprio un'altra cosa. A volte sembra che si stiano facendo male, ma le protezioni sono veramente efficaci.
Bella anche la varietà delle figure di guerrieri sardo-giudicali rappresentate, accanto a un magnifico guerriero delle steppe orientali (che i bambini chiamavano Gengis Khan).
Passione e competenza. L'associazione Memoriae Milites di Cagliari ha organizzato anche i tavoli dei tintori, dei fabbri, dei ceramisti, degli scultori, dei giocolieri. La cura meticolosa che queste persone mettono in quello che fanno è la stessa che ho visto nei gruppi di modellismo storico e nelle associazioni di volontariato. Direi che l'amalgama vincente è proprio tra queste dimensioni: la passione e la competenza.
Non solo intrattenimento. Ma il valore di questi eventi, secondo me, va oltre il semplice divertimento: si può imparare molto. E si possono intuire molti aspetti della vita di quell'epoca. Ovviemente stando attenti a non incorrere nell'errore (o nella presunzione) di aver capito tutto, specie se si guarda e basta.
Simulando s'impara. Una simulazione come questa è tanto più ricca quanto più è partecipata e vissuta in prima persona. Le potenzialità sotto questo profilo sono (analogamente a quanto accade nell'archeologia sperimentale) straordinarie.

PS Io in questi casi sguinzaglio i miei figli e osservo le loro reazioni. Poi ascolto i loro commenti. Quando affermo che il Torneo del Liofante è una manifestazione riuscita lo faccio anche in base alle risposte delle mie due "spie". Inoltre prendo nota del modo in cui le domande dei bambini vengono prese in considerazione da chi viene da loro interpellato. Anche in questo caso voti altissimi: devo dire che le persone che ho incontrato erano veramente preparate.
Andrea Mameli www.linguaggiomacchina.it 21 Ottobre 2012
 

Arduino: come iniziare? Suggerimenti e link.

Arduino è una piattaforma elettronica aperta, cioà facilmente programmabile e semplice da usare dal lato hardware. Ma, come accade in tutte le cose, chi diventato bravo lo sarà sempre di più, mentre chi si avvicina per la prima volta al mondo dell'elettronica open source si chiede "ma come si inizia da zero?". Ecco alcuni suggerimenti.
Nel blog di Michele Maffucci sono disponibili tutte le istruzioni per installare Arduino con computer dotati di sistema operativo Ubuntu e l'intero corso dedicato a Arduino per i suoi studenti dell’IIS Galileo Ferrari di Torino.
Aggiornamenti, idee e schemi si trovano in abbondanza nei numerosi Arduino Forum e nel ricchissimo Arduino Blog. Ma basta cercare nel web per scoprire una quantità enorme di progetti interessanti: dal controllo di impianti di irrigazione per l'agricoltura (Horto Domi) alle centraline per impianti solari termici